Alessandro Fo

Un piccolo libro estremamente elegante, che occupa il posto numero 66 della ‘collana editrice’ disegnodiverso a cura di Paola Gribaudo, raccoglie poesie di Stefano Vitale e disegni di Albertina Bollati sotto il titolo Incerto confine. L’orizzonte è subito chiaro nel titolo e nelle quattro strofe di cinque versi (prevalentemente endecasillabi) della poesia iniziale, Chiudere i porti (p. 8):

Chiudere i porti e lasciar riposare

le nere coscienze marce di rabbia

merce di scambio di triste rancore

mentre grasse risate bruciano l’aria

nelle sudice piazze deragliate ragioni.

[…]

Chiudere i porti del mare che un tempo

fu Nostro onda di luce

ora muro che cresce abisso di sale

specchio scheggiato dal pianto di pietre

posate sul fondo del cielo d’estate.

Il tema è il confine fra la sventura e la fortuna, fra la libertà e la schiavitù, fra una patria da cui si è costretti a fuggire e terre nuove in cui si ripone speranza (forse non sapendo ancora fino in fondo quale accoglienza invece vi sarà, in alterna vicenda fra la buona volontà di pochi e l’indifferenza, se non l’odio, di molti – forse ormai dei più).

Una di queste poesie prende spunto da una bella mostra di Luigi Rusconi, intitolata Affacciati, con un intenzionale gioco «sull’accento in “affacciàti” (i soggetti delle immagini) e “affàcciati” (l’invito ad ascoltare)». Presentandola, Ennio Grassi scrive (http://www.luigirusconi.it/affacciati/): «Le immagini esposte presso la Biblioteca “Osvaldo Berni” di Riccione, propongono una sequenza di  personaggi: uomini, donne, bambini, che dal fermo-immagine in cui sono ritratti osservano a loro volta, da punti di vista  diversi, terrazzi, balconi, porte, un loro silente interlocutore. Anche il fotografo che osserva è talvolta osservato, interrogato, affrontato ostentatamente o di scorcio. L’immagine diviene perciò rappresentazione di un dialogo silenzioso; dialogo che si estende naturalmente anche al  pubblico della mostra, chiamato a partecipare al gioco degli sguardi e alla loro intima empatica relazione».

Anche il lettore di Incerto confine è invitato ad ‘affacciarsi’, sebbene il punto di vista del testo (esplicitato da precisa accentazione) sia poi non tanto quello della forma di imperativo, quanto quello participiale – una ‘forma di partecipazione’, potremmo dire, osando forzare i confini delle categorie grammaticali. Sia i protagonisti delle fotografie di Rusconi in mostra, sia gli astanti che via via vi si affacciano, sono in Vitale ritratti da fuori, come soggetti che insistono sull’offerta della vita. Offerta non sempre facile, come si diceva. Ma al pessimismo della ragione s’intreccia l’ottimismo della speranza, e così in questo prezioso librino, mentre Albertina Bollati raffigura uno stecchito braccio nero che stringe un esile tronco in germoglio, la poesia di Vitale termina con le parole (p. 15)

Così la vita mette

sempre nuove foglie lontano da qui

muto fiorire di luce

nel marcire del tempo.

            Il problema resta quel «lontano da qui». Da dove? In parte, certo, dagli inferni di partenza. Ma purtroppo, in parte, anche dai purgatori d’arrivo. Situazioni separate da un confine labile.

            Non sempre si avverte con nettezza chi stia prendendo la parola nelle liriche: l’impressione è che per lo più si tratti dei migranti; ma Vitale lascia intenzionalmente aleggiare un margine di ambiguità, come a ‘confondere i confini’ fra chi sta male e chi si presume sia insediato nel benessere. Ciascuno ‘gode’ delle proprie limitazioni, e forse per questo l’illustrazione sul retro della copertina è quella di un «codice a sbarre». Ciascuno di noi è un recluso (p. 36):

Restiamo prigionieri dei confini

qui tracciati

[…]

Ma siamo questa terra

[…]

eterna congiunzione con un’altra parte di noi

nascosta tra i terrazzi

d’un paese sconosciuto

tra le dune di una spiaggia

solo immaginata

lontano da quel che siamo

e forse mai conosceremo.

Di nuovo confini e lontananza s’intrecciano, motori primi di disagio, d’ansia e mancanza. «Che cos’hai, dunque?», chiede qualcuno all’angelo nel film di Wim Wenders Il cielo sopra Berlino. «Mancanza», risponde l’angelo. Una malattia mortale.

            «Non siamo dentro e neppure fuori/ in questo incerto confine mobile/ che cambia nei giorni di vento». «Stare fermi, non fare un passo oltre/ l’Altro è il confine». E la relativa illustrazione di Albertina Bollati è un acrobata in bilico su un filo teso fra grigi grattacieli con le finestre illuminate dagli stessi strappi di giallo che trapungono il cielo  (pp. 42-43).

            In linea con Lucrezio, siamo variabili di una Natura in perpetua trasformazione (pp. 44-45), «che solleva/ e c’incatena all’infinito movimento/ che sfugge e trattiene/ torvo, feroce, sublime». A mantenere traccia del nostro individuo aggregato d’atomi – della materia come dello spirito – non restano che quelle altre peculiari realtà che risultano composte dagli ‘atomi’ dell’alfabeto (De rerum natura I 823 ss., traduzione di Luca Canali: «Anzi vedi sparse nei miei stessi versi/ molte lettere comuni a molte parole,/ mentre è tuttavia necessario ammettere che i versi/ e le parole si differenziano per significato e per timbro di suono./ Tanto possono le lettere, solo a mutarne l’ordine). Lo sottolinea, campita su una distesa verde (forse di cielo), confinante con distesa blu (forse il mare) percorsa da una sottile striscia d’oro, l’ultima poesia (pp. 62-63), in cui però la parola reca la maiuscola, sotterranea speranza, forse, in uno sconfinare metafisico:

La chiave è nella Parola

suono che resta accanto

colore della pazienza

distesa sul paesaggio delle ore

passione e destino senza nome.