Maria Grazia Ciani

 

Interpretare l’opera di un poeta è difficile come eseguire una sonata o dirigere una sinfonia. Entrambe hanno in comune un filo sottile che le lega, mai in modo evidente, ma come un percorso carsico, che riemerge e scompare, scompare e riemerge, e sembra non avere soluzione. Naturalmente il fenomeno è più evidente in musica, – dove il “segno” è esplicitato fin da principio dalla tonalità – meno in poesia dove la tematica si frange in mille variazioni non sempre decifrabili.

Musica e poesia hanno anche un altro elemento in comune: sono prodotti che, una volta partoriti, si staccano dall’autore (il fenomeno non è così tipico della prosa) come corpo autonomo e fanno parte a sé: nessun poeta è l’interprete ideale della sua poesia, nessun musicista è l’esecutore ideale della sua opera. E non è detto nemmeno che i critici più acuti o gli esecutori più famosi siano capaci di far giungere agli ascoltatori e ai lettori il significato genuino e autentico di ciò che cercano di ricreare “a freddo”. Una sonata, una poesia, una sinfonia, restano avulse da ogni contesto e insieme aperte a ogni tentativo di comprensione: da ambo le parti, l’autore e il destinatario.

È partendo da questa mia convinzione (probabilmente fasulla) che ho letto i tre principali libri di poesia di Alessandro Niero, slavista di professione e fine traduttore dal russo. Se qui ricordo soprattutto il recente Otto poeti russi (già apparsi nella rivista «In forma di parole» nel 2005) – una scelta fra i poeti del secondo novecento russo, particolarmente interessanti perché “esiliati in patria” e non esuli in terra straniera, e quindi impegnati a ricreare un linguaggio limitato dalla censura – è perché viene spontaneo ricercare nella poesia di Niero tracce e influssi della poesia russa. Ebbene, non c’è niente di più diverso: Niero è poeta italianissimo per suo conto.

Ed è un poeta solo apparentemente “facile”, in realtà spesso ambiguo e sfuggente. I libri sono, rispettivamente, Il cuoio della voce (Voland, Roma 2004), Versioni di me medesimo (Transeuropa, Massa 2014) e Residenza fittizia (Marcos y Marcos, Milano 2019).

Come ho già detto, non è facile cogliere la “dominante” di un poeta. Io mi sono soffermata su quattro nuclei, uno per i primi due volumi e due per il terzo. Sono quelli in cui credo di afferrare meglio la melodia di fondo, l’anima velata che traspare dalle parole e dai contenuti.

Il nucleo del primo libro, dedicato a Milo De Angelis, è ambientato in una casa di riposo (il ciclo «Ritratti da private e incisi autunnali» nella sezione «Ultima età»). La tematica della dissoluzione, in attesa della morte, è descritta con il crudo realismo che solo un uomo giovane può permettersi senza cadere nella retorica dell’autocommiserazione: la casa che non è casa, la perdita del sapere, le «parole insonnolite», l’«esistenza rastremata», il vivere alla meno peggio, «strascicando ciabatte», la perdita dell’io, della ragione, della memoria, di tutto. E qui si inserisce il tocco di originalità nel commento posto alla fine di ogni “ritratto”, poche parole in corsivo che allentano lo strazio e la fredda oggettività. La falsa “leggerezza” con cui questo tema viene affrontato, si condensa in quella splendida e tristissima ballata che qui riporto per intero: «Kalimera / longilineo / quasi greco / sempre teso / a un dentro / che rimescola / impietoso. / Ora è scorto / il silenzio / che ti intride / velenoso / nelle notti / tutte insonni. / Quali voci / vorticose / ti inducono / a morire / questa sera? / Kalispera».

Il nucleo che, invece, attira maggiormente in Versioni di me medesimo è il ritratto del “signor Czarny”. È, in realtà, un autoritratto (czarny in polacco significa “nero”, che deliberatamente poco si differenzia da “Niero”), un bonario disegno del poeta, della sua vita astratta e sospesa, fra le illusioni di una completezza che si rivela fasulla, il Tempo che di tanto in tanto gli presenta il conto («Il signor Czarny vede gli anni / cucirsi ai solchi sotto gli occhi / e al pepe rovesciato sui capelli. / Il Tempo carda il ferro delle forze/ e fuggono le cellule migliori»), lampi di breve gioia, il sogno dell’amore e quella incessante necessità di inserirsi nella «vita calpesta», di essere messo in riga con gli altri come al supermercato; mentre sullo sfondo si delinea – inconscia – l’idea di una completezza che solo la morte può restituire («Chissà perché, a quel punto, al signor Czarny / sovviene provvisoriamente / che un morto è una cosa completa») e all’orizzonte si profilano lentamente, ma inesorabilmente, le vele nere delle navi che portano morte a Teseo (come la nave di Delo porta la morte a Socrate): la «ben nota nave a vele nere: / arriva, ma non taglia vento / né fende flutto». Di fonte agli urti inesorabili del mondo, degli “altri”, il signor Czarny si rifugia nelle sue carte e nel pensar corto, perché «non ce la fa, / proprio non ce la fa a essere sincrono / con quanto gira intorno», a inserirsi in quel «Tempo fuori agenda, / che non ha nome, al massimo è un bisillabo / calpesto», ma che pure lo assedia e gli urge intorno: la Vita («quasi neutra, tutta puro nucleo […] / ma / comunque necessaria sete e a te / perenne invito; lei, bisillabo calpesto: vita. Vita»).

Nel libro più recente, Residenza fittizia, ho isolato – come dicevo – due nuclei.

Nel primo, se non sbaglio, ritrovo il Signor N(i)ero che ha perduto – sembra – tutte le sue illusioni (sia pure brevi e ammalate di incertezza) e affronta l’hic et nunc con ferma determinazione. Lo precedono, forse, due poesie dal primo libro: Perfetto («Quadra e consuona tutto: / il passato è passato, / il presente è presente, / il futuro non è. / Perfetti i crismi del tempo. / La vita ha un suono greco») e Prospettiva rovesciata («Lo so che è un vuoto solo mio, però / mi sembra sia la morte a razionare / il vuoto in lontananza, a frazionarlo / in gocce di ogni giorno, ad ingozzare / le nostre troppe seti di futuro»).

Il futuro è nel segno del meno e non c’è scampo. «Segno meno» è il titolo di questo primo nucleo (e sezione del volume) che, nella sua falsa astrattezza, nella singolarità dell’immagine (il segno aritmetico), definisce una tendenza: diminuzione, perdita, svuotamento, la scrittura che sbiadisce fino a scomparire, insieme all’autore (come in 5b: «assottiglio la mia traccia, passo / dal buio vivo dell’inchiostro al grigio / delle matite / sempre più morbide a mimarmi scomparso – / alato polverio della grafite»). Il segno meno (-) incombe, le vele nere sono sullo sfondo. Ma non c’è rancore o rabbia o autocommiserazione, bensì solo constatazione pacata e sorvegliata da un linguaggio terso e «orizzontale».

Apre, appunto, la sezione «Segno meno» un testo apparentemente senza titolo, ma, se si aguzza lo sguardo, dotato del segno grafico («–») che è soggetto della poesia in questione: «Si prenda, per esempio, il segno meno. / A differenza dei compagni d’aritmetica / non forma croci, non si sbriciola in puntini, / è un solitario fil di lama orizzontale / perfettamente idoneo a resecare. / Non ne facciamo uso. Esso ci usa / per i suoi scopi senza darcene ragione. / Il segno meno ha qualche cosa di sornione / perché è dimesso, quasi zoppica e tartaglia. / Eppure taglia. Eppure taglia. Eppure taglia». Singolare e sorprendente inizio nel segno, appunto, della diminutio. Non il “più” che promette la salita, e nemmeno i puntini che danno speranza di attesa, ma un segno di mancanza: di che cosa, e di quanto? Attribuito a un numero, lo sbilancia, lo rende, appunto, zoppo e, nello stesso tempo, allarma e inquieta, se ci si pensa: appunto, «taglia»; e la ripetizione non è vacua e riempitiva: indica la perdita di qualcosa e incute insicurezza.

Ha inizio così il tema della perdita o dell’erosione che ritorna in altre poesie, anche quando sembra nascondersi in un gioco di parole («Forse se togli tagli trinci lesto lesto, / prima che si dilegui, resta il resto»). Che cos’è il resto che resta dopo aver tagliato e trinciato? Forse lo svela il titolo che si riverbera sui due versi: Prima che sia tardi. Eliminare il superfluo? Tendere all’essenziale, sempre? Tagliare insomma: è un verbo caro a Niero.

Eliminare il superfluo, restringere la superficie, ancora una volta tagliare, dunque, ma questa volta il sentiero da cui si sono sfrondati i rami in sovrappiù, tende «verso il basso» (Il sentiero), come se si inoltrasse nella terra, in un percorso sotterraneo privo della visione d’intorno. E qui mi sembra non di ravvisare erosione, ma distacco, sprofondamento, un senso di soffocamento che trasforma il sentiero in un percorso abissale, tenebroso. Qui avverto un pessimismo reale che altrove è sempre velato da una forma di rilevazione malinconica, ma tranquilla, quasi serena, mai pungente. Che poi ritorna in Pulizie d’autunno, testo che dovrebbe sorprendere chiunque ami i libri e li consideri – come chi scrive – parte di sé, quasi carne della propria carne, libri che hanno formato, che hanno riempito la vita. Posso comprendere l’espunzione degli oggetti, ma i libri? Eppure anch’essi diventano oggetti, ai quali sempre più spesso non si ritorna perché la vita li ha smascherati e, nel loro tentativo di aiutarci a vivere, ci hanno condotto pian piano verso la morte. Così «contronatura, contromestiere» – due coniazioni che trovo perfette – anche per i libri c’è una lenta impercettibile eliminazione: «A volte io vorrei fossero meno / gli oggetti intorno a ricordarmi come / probabilmente restino – e io passo. / Mi capita massimamente con i libri, / con la scorbutica, intramontata grazia / di certe storie non ancora, non ancora /– per deficit di tempo – delibate / né delibabili persino se mi accordo / longevità da personaggi della Bibbia. / Così, contronatura, contromestiere / sfilo i dorsetti e li destino ad altri / luoghi palati passaporti provvidenze. / E per un attimo mi scopro un po’ più forte / e meno effimero espungendo a uno a uno / questi minuti appuntamenti con la morte».

Rientra sempre in questa tematica anche il rapporto del poeta con la figlia (sezione «Nove pensieri per Bea»), le fasi dell’infanzia che via via si perdono e si trasformano, invitando a cogliere Finché si può (questo è il titolo di una poesia) il profumo di una simbiosi destinata a scomparire. Ma anche qui è ovvia constatazione, l’amaro di fondo è sempre temperato da una tenera ironia che si allarga a comprendere le fasi della vita così come il mutare delle circostanze e dell’atteggiamento verso la vita stessa.

Il secondo nucleo che voglio evidenziare è quello del bianco e della neve. La neve soprattutto, colta nella sua purezza, nella sua «innocenza di […] fredda federa» (Beznež’e), nel suo silenzioso calare sulla terra, in quel suo «levigare, livellare, sfumare». «Musica spenta» è una splendida definizione («La pioggia spezza la musica spenta / della neve / traviando il bianco»; Cartolina da Gallio), omerica direi, perché anche in Omero la neve scende sì a nascondere, ma anche a placare la ruvidezza della terra. Ma anche qui la visione si sposta sulla progressiva distruzione di un bianco (sezione «Storie del bianco») che illude e – mi si passi il gioco di parole – di una pace silenziosa che non ha pace. E prima vengono gli scarponi, poi le tracce degli sci, ma le tracce si moltiplicano, si intrecciano, già sfigurano il manto. Passi per la corriera che cautamente si inoltra, però fa rumore (Corriera nel bianco), ma per le auto ci vuole il sale ed ecco «un rumore di fradicio, uno sciaquio sfrigolante», infine l’ultimo insulto, gli spazzaneve che la «rincalzano ai bordi». Rimane ancora sui tetti, sui dei muri, in punti inaccessibili, finché si scioglie ed è ancora, per un poco, musica questa volta non spenta, ma dolce, come un riso argentino, libera dalla costrizione del ferro.

Cos’è il bianco, cos’è la neve per Niero poeta? È possibile che la corruzione della purezza lo turbi più dell’erosione della vita? Quest’ultima parte dedicata alla neve non è in versi, ma in prosa ritmata. La differenza non si sente. Ma al fondo c’è una forma di rifiuto: la neve cancella la varietà del mondo. La varietà del mondo è dura, cangiante, corrosiva, ingannevole. Cancellare la neve è uno “sconcio” perché ci riconsegna il mondo. Ed ecco il grido finale, enigmatico: dopo il massacro del mantello sceso a diffondere una parvenza di luminosa serenità, che cosa significa il grido che conclude l’opera?: «Io sconvolgo il mio segno / bianco, io irrido / e deturpo il mio ruolo. / Sono pericolo e suolo». Quel «-» apparentemente innocuo è davvero un meno che taglia, è un’incisione profonda che sfida «la corruzione e il tempo amorfo». È la poesia che lascia il segno («Chi ha fatto il turno di notte per impedire l’arresto del cuore del mondo? Noi, i poeti» – Izet Sarajlić).

Lo stile di Alessandro Niero è apparentemente semplice e scorrevole, la parola sorvegliata e precisa. L’angoscia, la paura, il senso del tempo che scorre, l’idea della morte – giacciono sul fondo, mentre in superficie si sciolgono in versi chiari dove le ombre si velano di bianco, in un distacco che non è mai freddamente obiettivo, bensì è empatico: una constatazione, si potrebbe dire, dei ritmi della vita, di ciò che la vita è e non si può cambiare, ma solo vivere.

Sfrondare, eliminare diventa un processo naturale, accolto in piena consapevolezza e quasi con serenità, non fosse quel meno iniziale che da il “la” a tutta la raccolta, e quei versi finali dove la neve alla fine è simbolo di morte.

In questa poesia c’è una sensibilità trattenuta, una tristezza sorridente, qualcosa induce alla riflessione senza obbligo e senza impegno.

Alla fine di questa incompleta (e forse distorta) rassegna personale, la poesia del Signor N(i)ero mi riconduce alla musica e precisamente alla tonalità di Re minore. Una tonalità inquietante e ambigua. “Minore” porta il seno del meno: ma è la tonalità della Nona Sinfonia di Beethoven e del Requiem di Mozart. Capolavori insuperati e tra loro opposti in quella battaglia perpetua che vede Tempo, Vita e Morte coniugati in mille modi diversi dagli artisti di ogni epoca. Eppure: il trionfo della Nona Sinfonia è una breve parentesi tra le ombre di ogni sciagura terrena, mentre dal Requiem trapelano crepitanti fiammelle di «vita calpesta». Nulla è in sé puro, perfetto e incontaminato. Dovunque Tempo Vita e Morte si aggirano sogghignando. Sotto il mantello di neve – «pericolo e suolo».