Stelvio Di Spigno

Victor Núñez non è una novità per i lettori di poesia italiani – almeno quei pochi che amano tenersi aggiornati e che non si accontentano di quanto viene pubblicato, spesso con mediocri traduzioni, in Italia, filtrato da meccanismi inintelligibili, per non dire misteriosofici, dalla grande e media editoria Italiana. Suoi versi sono circolati in rete con una assiduità certamente non proporzionale al grande valore letterario dell’autore. Per fortuna, la giovane casa editrice Taut ci propone uno dei lavori più intriganti e ingegnosi del poeta cubano, Il quaderno del topo muschiato, uscito in originale spagnolo nel 2017. E già dal titolo si impone una riflessione, una domanda. Cosa ci fa un topo muschiato nel libro di un poeta cubano? Assomiglia ai criceti, viene dal settentrione, vive in molteplici ambienti, dalla tundra al deserto, ma non hai mai messo piede nel centro America. E allora? Núñez ne fa una sorta di acrobatico grimaldello. Questo animale spaesato deve entrare nelle cronache e negli abbecedari rituali della letteratura “alta”. Eppure la sua presenza è distorta e fuori contesto. Il topo muschiato è l’ipostasi della fantasia creatrice, certamente poco incline al sentimentalismo, del poeta stesso. Il topo scrive versi, con le sue zampette da roditore, su un quaderno. Ciò che scrive riguarda la natura, nel suo insieme, e l’uomo, con tutto il suo ecosistema di riferimento globalizzato. La natura e l’umanità che si vedono, il visuale e insieme il visionario. Il sogno e la realtà fusi nell’incubo a occhi aperti del linguaggio. La passione per gli oggetti presenti in natura resi concreti e quasi classificati, per non dire umanizzati, nel loro fondersi con lo spazio verbale. Una natura matematizzata, colta nella sua più corrotta artificialità perché essa, e solo essa, è lo specchio esatto dell’operazione-rappresentazione della poesia, solo in essa l’uomo non può che rispecchiarsi, arrotondando la sua resistenza per difetto. In questo senso si coglie una frattura storica, evidente eppure dirompente. L’io non guarda più al naturale come riparo dalla finzionalità della civiltà e del vivere consociato, della politica o dell’eros, sempre sovraccarichi di plusvalenze simboliche plastificate e roboanti, ma dato ormai per certo che l’artificio è parte ontica del reale, guarda alla natura, anch’essa enormemente iperattiva, come a un paradigma di tutte le finzioni e gli inganni presenti nel cosmo, umanizzato e non. La natura, ci dice Núñez, non è armonia, non è mistero. La natura cade (e accade) sotto i nostri occhi. Per questo ci inganna. Ma essendo un uomo del nostro tempo non dà giudizi morali, semplicemente ci dice che il poeta-topo svelerà le formule matematiche che la governano a tutto vantaggio del teatro dell’universo, e di noi tutti, suoi accaniti appaltatori. Ecco apparire «l’incantesimo numerico» di un mondo «dove tutto si nasconde a se stesso», e la morte è non poterlo dire, «l’afasia», la lingua non più vitale, la poesia che si arrende. Hombre, non guardare alla natura come in un documentario, non essere ingenuo, non fare domande insensate, perché siamo senza più contatto con il reale, e la distanza che ci separa dalle cose si colma con un costruttivismo degno della migliore lezione latino-americana, quella che ha il suo capo e corifeo in Borges, per intenderci: «per questo ti seducono / il volo geometrico degli stornelli / e la fierezza dei denti da latte / per questo non ti spaventano / la palpitazione dei fusi orari / e neppure il topo muschiato durante la veglia / tutto è questione di fede / senza assoluzione». Nella lampante e accurata traduzione di Alberto Pellegatta, il verbo antiveritativo di Núñez giunge a noi con tutta l’affilatezza e la leggiadria di un bardo che motteggia se stesso, convinto com’è che prima di mentire da poeta, dovrà rivelare che tutto è menzogna, e il tenero occhio incantato non è meno bugiardo di quella pianura davanti alla quale si commuove. Poi c’è l’uomo, il suo personale e mimetico aggirarsi e agire nel mondo, come una marionetta che non può che replicare i suoi gesti sempre in modo esponenzialmente sbagliato, e destinato alla marginalità dalla sua dabbenaggine costituzionale, giacché «i sogni non usati / non hanno quartiere nella testa». L’uomo è un replicante come un altro, e paradossalmente, un topo muschiato fuori dal suo habitat può insegnargli la vita, magari con un manuale d’istruzioni. O Un libro di poesia. Un libro di poesia vera, viscerale, sorgiva, che Núñez propone oggi ai lettori italiani, e che speriamo sia letta e gustata da tanti buoni, agguerriti intenditori che potrebbero trovare, all’estero, questo libro in un megastore, ma che per la poca lungimiranza (e diciamo anche la scarsa cultura) dei dirigenti della nostra Babele editoriale, viene promossa dal coraggio e dal talento di Taut Editori e dei suoi già molti inveterati seguaci, sicuri che altre perle seguiranno presto, e chissà, forse sono già all’orizzonte. Perle proprio come questa:

non saranno innocenti

ma devi lasciare il pace le stelle

nella loro improvvisazione nel loro bramire

incoerente senza fondo

verificano il miracolo

porcellana a piramide

che disfa la fame e le sue corna

anche se non ci sono provocano

nella penombra lattea

quel giusto rossore

radice nell’abisso

viscere di un altro mondo

nodo sentimentale

che un minatore di salnitro smantella

vai per la tangente

come lava frustrata d’essere roccia

venatura di fumo

fantasia a spirale

lascia il piccone e la pala

il nulla sotterra sempre la ragione.