La dispersione è il solo mestiere

atto al poeta:

         curarsi   di    obumbrare le parole.

fuori dal testo che stiamo andando a leggere. la visione prosegue nell’esperienza dei fotogrammi. nel bianco nero delle immagini. nel cinema. nelle interpunzioni speculari al testo. i corpi sono queste parole. semi. germogli in terra sempre nuova. sempre straniera a stranire. con familiarità di enigma che ci riguarda. come genere umano. ecco:

Dal chiuso, inesausta, di oscurità

bruciata, e nondimeno

                           soffiando aurora,

tutta pazienta   la promessa focaia.

La promessa focaia (2017-2019) è opera prima. d’esordio e di maturità. in un certo verso. d’inizio di fine di circolo e transito. dapprima intravedo. e ogni lettura precede. il gesto scritto. la firma. e poi il primo di ulteriori esergo. testi reticolari cui la tua scrittura attinge rinnovandone l’energia. quasi come oggetti. queste parole che citi. a mantenere un dialogo tra corpi astrali. mi sento di dire. ma prima: come nasce la raccolta e il titolo a cosa si deve?

Giorgiomaria Cornelio: La promessa focaia tenta un confronto con quella parola che custodisce dentro di sé tanto una minaccia di estinzione quanto un resto rimasto invisto.  Si deve sempre vigilare il linguaggio alla ricerca di questi resti, attraverso i quali è possibile scompigliare «l’usato scrivere». Come ho detto altrove, uno dei compiti della poesia è certamente quello di portare incompiutezza in ogni ordine già fissato, ovvero in ogni disegno di salvezza e in ogni previsione di catastrofe. Il poeta pianta erosioni, apre feritoie, permette che un altro ordine del visibile possa farsi evidente. Ma ciò non sarebbe possibile senza un iniziale scuramento dell’ordinaria percezione delle cose, e delle parole che impieghiamo per indicarle… Un processo in fondo limpidissimo proprio perché obumbrato di luce, come fu detto «anticamente e stranamente». Si legge nella Promessa Focaia: «la dispersione è il solo mestiere / atto al poeta: / curarsi   di    obumbrare le parole».

A ben vedere, sto scrivendo questa risposta con molto ritardo rispetto all’originale data di consegna – e in questo differimento c’è sicuramente un’altra parabola sulla mia poesia, o quanto meno sul suo modo di porgersi al tempo… Insomma: scrivo questa risposta in ritardo, e nel farlo leggo qualche pagina dalla Lezione nelle tenebre di Agamben, che mi sembra appartenere un poco alla promessa focaia: «Il Regno coincide sempre con il suo annuncio, non ha altra realtà che la parola che lo dice. È di volta in volta un chicco di senape, un’erbaccia, una rete gettata nel mare, una perla – ma non come qualcosa che è significato dalle parole, ma come l’annuncio che esse ne fanno. Ciò che viene, il Regno, è la parola stessa che lo annuncia. Ascoltare la parola del Regno significa allora fare esperienza di una parola che resta sempre veniente […]» È proprio perché la parola resti sempre veniente che ho iniziato a scrivere La Promessa Focaia

G.G.:

                       tuttavia -vada come vada-,

avremo forzato l’infinitudine        entro il

rito             del dissipamento,       avremo

succhiato ogni sbadiglio         dai monoliti,

            o trovato       serpenti incrostati di assenza.

a vedersi e a leggersi è questa scrittura. che mantiene il sacro come rivolo sotterraneo. occhio rabdomante del lettore. e sguardo che si colloca. si colloquia con sé stesso. nel ritmo che visivo. rimanda a una sorta di testo altro. il cinema. la postura cinematica dello sbalzo e del montaggio. c’è lo spazio. come in un paesaggio oltraggiato e oltrepassato dalla parola. si forza l’infinito a essere contenuto nella pagina. e la pagina contiene e dona un recinto. il sacro: che rapporto ha la tua scrittura con il ritmo? che legame divide e unisce l’immagine e il parlare. nel tuo scrivere poesia?

G.C.:

Dici bene: il montaggio è il ritmo interno del mio testo (di ogni vero testo poetico). Io lo chiamo processo immaginativo-simbolico: una trama di rimandi, rovesciamenti, nessi figurali, costruiti proprio grazie alle faglie interne, agli intervalli in cui la parola tace. Certo: è necessario interrogarsi su che cosa voglia dire mantenere un silenzio senza percuotere di silenzio la pagina.

La pagina non è mai materia inerme, ma risente di ogni ferità… lo sapeva Domenico Cavalca, che nello Specchio di Croce (composto nel quattordicesimo secolo) spiega perché Gesù Cristo in croce sta come libro: «Tutti sappiamo che il libro non è altro, se non pelli d’agnello, bene rase, legate fra due tavole, e scritte quasi per tutto di lettere nere […]. Per questo modo Gesù Cristo in croce sta come libro: perocché la sua pelle e la sua carne, la quale è agnello senza macola, e senza peccato che non fu raso, né purificato da altri; anzi nacque tutto cosi puro. Ovvero possiamo dire, perché la pelle quando si concia per scrivere, si radono gli peli ed assottigliasi; così la pelle di questo agnello fu rasa, quando gli pelarono la barba. […] Questa pelle così nuda e pelata fu non legata, ma confitta fra due legni della croce, ed era scritta tutta di lettere nere: perocché fu tutta illividita ed annegrita per gli colpi e per le guanciate.»

Non si tratta di limitarsi a non dire -se questo non-dire è ancora di troppo-, ma di meditare sulla postura del proprio silenzio; scegliere cioè di non illividere completamente la pagina: di lasciare uno spazio impercosso, tanto dalla scrittura quanto da quello che abbiamo voluto tacere; lasciare un resto che -a suo tempo- possa rivelare un altro senso, sino a quel momento rimasto imprevisto anche per noi.

        Ad ogni modo, la questione del rapporto tra poesia contemporanea e rinuncia a dire è difficilmente esauribile… non a caso, ho cercato di indagarla insieme a quasi cinquanta autori e autrici in un dialogo intitolato La radice dell’inchiostro. Come affermava Beckett in The Unnamable: «It is all very well to keep silence, but one has also to consider the kind of silence one keeps.»

G.G.:

«I simboli sono fessure»

                             ripeteva.

gli spazi del ritmo. i silenzi tra sintagmi per cogliere. il fiato e sostare. come sul colle del segno. a perlustrare il paesaggio. questo silenzio che allunga la percezione e infine rimanda. all’altro. all’oltre. all’orizzonte. la visione può. essendo scritta. stratificarsi. etimologia. infinirsi di dire. svelare la ripetizione come differita di un’origine. un nucleo pulsante segni. la ripetizione di un luogo rende altro il luogo. il simbolo non è parola che cristallizza. che uniforma e spegne. è invece. è forse. è tragitto. è fessura. un vuoto che unisce. penso ancora a fotogrammi. e dipinti in caverne. penso al suolo. alla roccia. alla terra. cosa lega La Promessa Focaia al territorio?

G.C.:

Qui mi permetto di rispondere con una poesia tratta dalla seconda parte de La Promessa Focaia, intitolata Il detto e la carie (uscirà nel 2021); una poesia che è stata scritta attorno a un dettaglio del Trittico di Monte San Martino di Vittore Crivelli nella Chiesa di San Martino Vescovo, durante una visita a Monte San Martino.  Questo dettaglio -una singolare crocifissione- è come una cartilagine tra due ordini di rappresentazione: un paesaggio ancora terrestre e un cielo già aureo, separato dal mondo degli uomini. Ecco: la poesia dovrebbe tentare di abitare proprio quel sottilissimo limite che non è cielo e non è terra, ma piuttosto il loro reciproco, luminoso scartarsi; per me, abitare quel limite significa non cedere ai facili collocamenti: ritrovarsi in territorio straniero anche dove sarebbe lecito dire casa o salvezza.

A lungo il cielo è stato allattato

perché schiudesse la sua doppia

rigatura,       

                                       e covasse nel miele ciò che

                               non dà peso alla cenere,  inteso:

                                                                      omelia, 

                               cartilagine oltremondana,

                               pensamento sovrastante  l’argilla.

Ma oggi, storce nel giorno un’eco,

la tonsura,   per troppo somigliare

                                  alla salvezza.

Così il mantice         della natività.

Sulla tiepida acropoli,    in quanto   

di questa è vicinanza al sole,   non

vedere che la gora,      il fitto solco,    

malgrado le lucciole

                              portino già oro.  

(e sarebbe abbastanza     per vivere)

G.G.:

Per cui,            lascia che il montaggio

vada largo      tra due zolle,  -se puoi-

insisti a non finire              il contorno

d’erranza,         la O rimasta aperta che

annuncia la zattera;

è un estratto. a Corrado Costa dedichi questi versi. ti sei dedicato. altri riferimenti abitano La Promessa Focaia. e non luoghi indenni dalla meraviglia della ricreazioni. la citazione è appropriazione e smottamento. è il passato è oltre. dove non ci si immagina. e non ci si colloca. il passato sembra essere un futuro. non ancora conoscibile. rovesciato. che dialogo intrattieni con la tradizione? e col fantastico di un divenire?

G.C.:

Le citazioni sono nuovamente montaggi, tragitti, modi d’intrattenersi con sapienze antiche; soprattutto moniti, perché non anticipano il testo, ma dicono il suo essere non-anticipabile. Monito è pure la tradizione: una tinta di regale inattualità, che ci persuade a non cadere addormentati nel recinto del contemporaneo – come accade invece al principe dell’Inno della Perla, la splendida composizione gnostica che si trova negli Atti di Tommaso e che ancora ci parla: «Io dimenticai la Perla per la quale i miei genitori mi avevano mandato. Per la pesantezza dei cibi caddi in un sonno profondo…»

Del divenire ci è chiesto di non sapere nulla, di attendere senza nulla attendere e -ciononostante- di edificare con largo anticipo, attraverso gli smottamenti lasciateci in consegna; dunque: di creare circostanze, nodi del possibile; di agire controtempo – con pensiero vicariante, anche se non vedremo la fine di quello che abbiamo incominciato…

Prima di salutarci, torno un’ultima volta a Il detto e la carie:

«Disobbedienza sarà / […] preparare in anticipo / la colazione che salteremo.»