Categoria: Teoria/Teorie

Considerazioni circa una poetica della relazione

Vincenzo Frungillo

 

La critica è fatta di singole sensibilità letterarie che riescono ad ampliare la visione dei lettori. La capacità percettiva, la sensibilità, non è faccenda secondaria. A questa, va da sé, deve essere affiancata una conoscenza approfondita della produzione poetica o letteraria tout court, bisogna essere in possesso degli “strumenti umani”, per dirla con il titolo di un libro di Sereni. Preferisco parlare di critici, quindi, piuttosto che di critica, termine fin troppo astratto.

Bisogna puntare in ogni caso sulla centralità del testo, e sulla domande che da esso nascono. Discutiamo quindi di una critica che cerchi di essere un luogo dell’interrogazione radicale. Per questo motivo la relazionalità tra testo e autore è di per sé problematica. Continua a leggere “Considerazioni circa una poetica della relazione”

TESTO LETTO IN OCCASIONE DI UN READING PERSONALE PRESSO L’ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI BRERA (21 GIUGNO 2013), NELL’AMBITO DEL CICLO DI INCONTRI “TRANSIZIONI ARTE_POESIA”

di Alessandro Broggi

Buongiorno.

Vorrei prima di tutto ringraziare Italo Testa, le docenti dell’Accademia di Brera e la stessa Accademia per avermi offerto la possibilità, per la prima volta, di ripercorrere – se pur necessariamente in modo non scientifico, per punti e di sorvolo – il mio percorso di studio dell’arte e della critica d’arte contemporanea in quanto autore di versi e prosa. È questo infatti uno dei principali vettori teorici della mia ricerca con la scrittura (non certo l’unico; se questo mio discorso apparirà in tal senso univocizzante lo sarà soltanto per maggiore semplicità e chiarezza). Continua a leggere “TESTO LETTO IN OCCASIONE DI UN READING PERSONALE PRESSO L’ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI BRERA (21 GIUGNO 2013), NELL’AMBITO DEL CICLO DI INCONTRI “TRANSIZIONI ARTE_POESIA””

Su tre chapbook poetici

Andrea inglese

Lyn Hejinian, Un pensiero è la sposa di cosa pensare, traduzione di Gherardo Bortolotti, Marilena Renda, Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 41, € 3,00. Rachel Blau DuPlessis, Bozza 111: Arte Povera, traduzione di Renata Morresi, Arcipelago, 2012, pp. 27, € 3,00. Nathalie Quintane, La foresta dei vantaggi, traduzione di Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 37.

Il termine poesia suscita oggi un caratteristico fraintendimento. Per un certo numero di persone, maggioritario in Italia e probabilmente altrove, “poesia” designa ciò che del genere lirico novecentesco è ancora circolante innanzitutto come patrimonio da studiare e conservare, ma anche, seppure in misura ridotta, come eredità suscettibile di sviluppi non puramente epigonali. Una minoranza di persone, però, frequenta e concepisce il termine “poesia” in un modo assai diverso. Esse considerano la poesia non più come un genere letterario, codificato e condizionato storicamente, ma come una pratica di scrittura all’interno della quale si possa esplorare ed interrogare non solo la natura dei diversi generi letterari, ma della letteratura stessa. Rovesciando il noto pregiudizio che suole giustapporre “scrittori” e “poeti”, ossia professionisti che stanno nel mercato del libro e amatori senza le responsabilità della letteratura adulta, bisognerebbe cominciare a chiedersi se, oggi, non sia dalle parti di certa poesia che si ha ancora l’audacia di fare letteratura tout court. Tale domanda ha senso a patto di abbandonare alcuni feticci teorico-critici come quello della letterarietà. Come ci ricorda Jacques Rancière, il regime moderno e democratico della letteratura nasce proprio dall’instabilità costitutiva “tra il linguaggio dell’arte e quello della vita qualunque”. Il fatto che la scrittura poetica si situi da tempo ai margini del mercato editoriale, le consente almeno un vantaggio: essa vive al di fuori di tutta una serie di pressioni e di imperativi di adattamento. Lo stato di abbandono e sfacciata libertà in cui versa, le ha permesso non solo di consolare tanti narcisismi derelitti, ma di far nascere anche delle forme di scrittura che si pongono risolutamente alla frontiera tra il letterario e il non-letterario. Se queste forme sono ancora nominalmente riconducibili alla “poesia”, se ne distanziano radicalmente per strategie testuali, materiali, e procedimenti. Continua a leggere “Su tre chapbook poetici”

Il romanzo e la strategia dell’inventario

Andrea Inglese

 

Spunti kunderiani 

Nel 2010, il Seminario Internazionale del Romanzo ci ha offerto uno spunto di riflessione, mettendo a confronto in maniera polemica due principi che, di per sé, dovrebbero garantire al genere romanzesco la sua vitalità: il principio architettonico, che organizza ed esplora il materiale narrativo, e il principio – come io lo definirei – della peripezia, che costituisce il materiale narrativo allo stato per così dire “grezzo”. In realtà, come Massimo Rizzante ha sottolineato, l’odierna produzione editoriale, che fa del romanzo il suo genere letterario privilegiato, contribuisce ad enfatizzare il principio della peripezia a scapito di quello compositivo, privando così il genere delle sue potenzialità conoscitive. È un tema questo, che troviamo sviluppato da Milan Kundera in un paragrafo del saggio Il sipario. Egli rileva nel Tom Jones di Fielding la prima esplicita rivendicazione dell’importanza che il romanziere assegna al principio architettonico, ossia alla forma libera e autonoma di presentazione degli avvenimenti narrati. Scrive Kundera:

Fielding intende soprattutto impedire che il romanzo si riduca a quella concatenazione causale di atti, gesti e di parole che gli inglesi chiamano story e che pretende di costituire il senso e l’essenza del romanzo; contro il potere assolutista della story egli rivendica in particolare il diritto di interrompere la narrazione, “dove e quando vorrà”, introducendo commenti e riflessioni, ovvero digressioni.”

Oggi assisteremmo, quindi, a una forma di regressione che, in ragione di strategie commerciali, riconducono e costringono il romanzo nel letto di Procuste della story. Non mi soffermo su questa diagnosi, che condivido nelle sue linee generali. Ho intenzione, invece, di esplorare uno di quei procedimenti che fa parte del bagaglio “architettonico” del romanziere, l’inventario. Si tratta, in effetti, di un procedimento che si oppone, all’interno del discorso romanzesco, alla pura concatenazione degli avvenimenti. A livello generale constatiamo che, quando l’istanza narrativa procede a un inventario, lo sviluppo dell’azione s’interrompe. L’inventario, insomma, ostacola, rallenta o differisce il resoconto delle vicende.

Il mio primo obiettivo sarà di chiarire quale possa essere la portata conoscitiva dell’inventario all’interno del romanzo. In secondo luogo, cercherò di mostrare come l’inventario da procedimento tattico, ossia circoscritto e alternativo rispetto alla story, giunga persino ad acquisire il ruolo di procedimento strategico, organizzando a partire da sé l’intero discorso romanzesco. Varrà poi la pena di chiedersi se, in tali casi, abbia ancora senso parlare di “romanzo”. Continua a leggere “Il romanzo e la strategia dell’inventario”

Note sul concetto di "installance"

Marco Giovenale

1.

Ovviamente Robert Barry sul finire degli anni Sessanta ha svolto un lavoro molto vicino al concetto di installance. Dove l’indeterminazione è dominante e non c’è però accenno alla segretezza.

Rilasciare una quantità di elio o neon “da qualche parte nell’atmosfera” è indeterminazione; ma la performance è tale: c’è azione, pubblico, volendo. Che poi l’account, la descrizione-dichiarazione-racconto spieghi post quem ciò che ha avuto luogo, e il fatto che la performance ha avuto luogo, non toglie “segretezza” e nascondimento al lavoro.

Inoltre, tutto il resto è definito e chiaro: si sa che tipo di gas è quello rilasciato, e viene detto, se ne conosce e viene dichiarata la quantità, eccetera.

Se si rilascia segretamente in luogo preciso ma solo fotografato e non dichiarato un oggetto di dimensioni indefinite, spesso coperto di scrittura o asemantica o illeggibile o cancellata, i gradi e strati di non conoscenza sono tali da rendere l’opera definitivamente non perimetrabile, senza tuttavia rinunciare alla sua materialità.

Senza dover ricorrere a un gas o a un’idea, un concetto.

Attenzione: è tuttavia e comunque possibile, attraverso l’installance, ricorrere precisamente a Continua a leggere “Note sul concetto di "installance"”

La competence littéraire: apprendre à (dé)jouer la maîtrise

Yves Citton

Che cosa si impara studiando letteratura? A farsi gioco di un’egemonia eludendone le trappole.
Ottenere un dottorato in lettere richiede l’acquisizione di una competenza ben precisa in grado di problematizzare una qualsiasi costruzione di senso attraverso l’utilizzazione di un certo numero di procedure ermeneutiche. Questa competenza consiste innanzitutto nella capacità di padroneggiare una serie di giochi: il gioco degli esami, della redazione e della discussione di una tesi di laurea o di dottorato, il gioco dei concorsi, della proposta di articoli scientifici, dei colloqui e delle job interviews – tutte pratiche fortemente ritualizzate che necessitano di una ginnastica mentale e dell’utilizzo di codici linguistici ben precisi. Al di là della capacità di gestire al meglio questi rituali accademici, la competenza letteraria consiste poi nel saper far giocare la parola di un testo per ricavarne interpretazioni di un certo interesse – interpretazioni che possono derivare da una vasta gamma di metodologie e di schieramenti epistemologici a volte del tutto incompatibili tra loro.

La sperimentazione letteraria come gioco di trasduzione incontrollata

Che cosa realmente “si ottiene” con un dottorato in lettere? In che cosa consiste questo “gioco con la parola” che fa la specificità della competenza letteraria?[1] La gestione delle procedure di costruzione di senso comporta una forte dimensione tecnica, e merita per questo di rientrare a pieno titolo nella categoria dei saperi (ai confini con la lessicologia, l’etimologia, la grammatica, la retorica, la pragmatica e la semiologia). Se possiamo distinguere un critico da un linguista, lo dobbiamo tuttavia al fatto che chi si occupa di letteratura instaura con il proprio testo non tanto un rapporto di sapere quanto di sperimentazione. E pur non essendo affatto incompatibile con il sapere (dal momento che costituisce un momento preciso della ricerca “scientifica”), la sperimentazione interpretativa praticata dal critico partecipa di un gioco di trasduzione incontrollata in grado di far esplodere il quadro rassicurante nel quale si trova a svilupparsi ogni sapere di ordine scientifico o tecnico. Continua a leggere “La competence littéraire: apprendre à (dé)jouer la maîtrise”

Postfazione a Yves Citton, "Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici?"

trad. it. di Isabella Mattazzi, :duepunti edizioni, Palermo 2010 (pp. 195-206)

Isabella Mattazzi

Nel presentare per la prima volta in Italia un autore come Yves Citton, potrebbe risultare di una certa praticità inserirlo tra i numi tutelari di quel nuovo genere saggistico che è, di fatto, il “trattato in difesa degli studî letterari”. Nell’ultimo decennio, la moltiplicazione esponenziale di testi in difesa dello studio e dell’insegnamento della letteratura ha dato vita a un vero e proprio “fronte comune”, una sorta di barricata teorica trans-nazionale contro i continui attacchi politici, i tagli alla ricerca, o semplicemente il disperante stato di perdita dell’aura in cui versano oggi, con ogni evidenza, le discipline umanistiche. Da Tzvetan Todorov, Antoine Compagnon, Vincent Jouve, Jean-Marie Schaeffer in ambito francese, a David McCallam o Martha Nussbaum negli Stati Uniti[1], in molti sembrano aver sentito il bisogno di affondare la lama del proprio discorso all’interno del corpo variamente articolato delle Humanities cercando da una parte di salvare il malato dai continui attacchi esterni di un mondo per lui evidentemente tossico e, dall’altra, di ricompattarne le membra in una ridefinizione, il più attuale e funzionale possibile, delle sue precise peculiarità. Che diversi segnali di pericolo per gli studî letterari stiano suonando da tempo, del resto, è del tutto vero (se si tratti poi di semplici campanelli d’allarme o di vere e proprie campane a morto, saranno le prossime generazioni a dirlo), e non soltanto da un punto di vista strettamente politico o economico, ma anche – cosa forse ancora più preoccupante – all’interno di un radicale mutamento dell’orizzonte sociale e antropologico contemporaneo. Anche limitandosi al preciso ambito culturale che fa da sfondo ai testi di Citton, basta dare un veloce sguardo alla recente ridefinizione degli assetti universitari francesi – travestita da operazione di modernizzazione e snellimento della macchina accademica – per farsi un’idea del concreto stato di svantaggio in cui versano oggi gli organi deputati a trasmettere e salvaguardare il sapere letterario. Ma non si tratta solo di questo. Al di là della situazione politica oggettivamente difficile, il malato sembra soffrire con ogni evidenza anche di un male interno. Di fronte all’urgenza di dimostrare l’“utilità” del proprio lavoro a un mondo economico il cui unico criterio di valore sembra essere quello di una “possibilità di quantificazione” in termini di profitto e di vendita, le discipline umanistiche hanno subito, negli ultimi tre decenni, una forte messa in crisi e una radicale trasformazione dei valori e delle pratiche stesse su cui fondare il proprio statuto identitario. Dinanzi a un evidente livellamento della doxa politica e istituzionale sul lessico utilitaristico di un capitalismo industriale applicato alla gestione della ricerca, hanno dovuto crearsi un nuovo “spazio di credibilità”, mutando letteralmente di volto, barricandosi dietro una specializzazione esasperata, riducendo il proprio sapere a un insieme di dati circoscritti, brevettabili, immediatamente spendibili, e sottoponendosi a una continua rendicontazione dei propri risultati secondo sistemi di valutazione presi di peso e direttamente importati dalle cosiddette “scienze dure”. Continua a leggere “Postfazione a Yves Citton, "Future umanità. Quale avvenire per gli studi umanistici?"”

Su Jacques Rancière, "Politique de la littérature" (Galilée, Paris 2007)

Andrea Inglese

[trad. it.  Politica della letteratura, Sellerio, Palermo 2010]

Politique de la littérature di Jacques Rancière è un libro di teoria e critica letteraria fondamentale. Lo è certo per la ricchezza e la novità dell’articolazione concettuale, ma anche per gli effetti benefici che la sua riflessione potrebbe avere sui nostri studi letterari e il nostro dibattito critico. Come il titolo esplicita, il libro non verte sui rapporti tra letteratura e politica, ma su quelli tra una politica propria ad una certa arte dello scrivere (la “letteratura”) e la politica generalmente intesa, come pratica oratoria volta a ridefinire nell’arena pubblica lo statuto dei soggetti e la natura del loro mondo.

La riflessione di Rancière ha un carattere “telescopico”, ossia pensa la modernità letteraria nell’ottica della lunga durata. Ciò significa relativizzare il paradigma modernista (dal formalismo russo allo strutturalismo francese), per pensare diversamente quella pratica che da circa un paio di secoli definiamo “letteratura”. Quest’ultima indica un nuovo tipo di rapporto tra significati e cose, tra parole e corpi, che si oppone all’ordine classico e al suo edificio tradizionale di generi. Si tratta poi di un tipo di rapporto intimamente legato alle forme di vita del regime democratico, che va affermandosi sulle rovine dell’ancien régime. Continua a leggere “Su Jacques Rancière, "Politique de la littérature" (Galilée, Paris 2007)”

Il punto della poesia [1976]

Guido Guglielmi

Ogni situazione chiusa chiede che si inventi una via d’uscita. Se è vero (trasponendo liberamente Benjamin) che il pessimismo sulle circostanze non autorizza il pessimismo sulla cosa. E poiché il discorso che qui si deve fare riguarda la possibilità della poesia, oggi, in una situazione post-novissima, non sembrerà del tutto sconveniente, da parte mia, richiamare l’archeologia del problema e riferirmi ad alcune riflessioni di Baudelaire. La regressione alle origini di un asse problematico dovrebbe essere giustificata, posto che esso continui a riguardarci. Nella sezione di apertura Méthode de critique del Salon del 1855, Baudelaire si chiede che cosa un Winckelmann moderno avrebbe avuto da dire di un prodotto cinese. Ogni sistema – secondo Baudelaire – per quanto «beau, vaste, spacieux, commode, propre et lisse surtout», sta indietro rispetto alla novità delle situazioni; per cui il miglior partito da prendere resta quello della modestia, della rinuncia ad ogni sistema, ad ogni «science enfantine et vieillotte, fille déplorable de l’utopie». Naturalmente, presentata così, una tale posizione deve parere insoddisfacente, nella misura in cui ogni discorso sottintende una costruzione, quindi una regola di formazione. Ma ci si potrebbe richiamare – lo ha fatto ripetutamente Anceschi – al Salon del 1846 (A quoi bon la critique?) dove si dice «la critique doit être partiale, passionnée, politique, c’est-à-dire faite à un point de vue exclusif, mais au point de vue qui ouvre le plus d’horizons». La critica, dunque, non come interpretazione, ma come disciplina di frontiera, attenzione portata ai luoghi di confine, disposta a quel nuovo che è poi la forza della poesia di Baudelaire. Continua a leggere “Il punto della poesia [1976]”

glitches brew

Marco Giovenale

 

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1. uno dei problemi o forse solo luoghi della scrittura, nello spazio di sovrapposizione degli insiemi cartaceo e digitale, è quello della trascrizione.

2. un autore con formazione nata in contesto gutenberghiano può realizzare testi in primis in formato cartaceo, come inventati e scritti a mano, o – indifferentemente o meno – come appunti tratti da fonti diverse e semplicemente presi da queste. in entrambi i modi, sia che si tratti di rilavorarli perché solo a penna, o di rielaborarli perché ‘rough’, deve spostarli da un contesto grafico a un altro, da un sistema di segni idiomatici e strettamente legati all’identità, a un contesto astratto e comunque riconfigurante, come è quello della pagina elettronica. senza questo spostamento è quasi impossibile pubblicare (se non nella forma della pagina manoscritta fotografata) il testo.

3. la trascrizione è una traduzione. (come tradurre è in assoluto trascrivere assai male). (tanto male da cadere in un’altra lingua, … infine in qualche modo contortamente pertinente).

4. nella traduzione, come nella trascrizione/edizione e rielaborazione di un testo ‘handwritten’, possono intervenire errori, deviazioni, anche tradimenti coscienti, e riscritture. manipolazioni – volontarie o meno – di segni che diventano altro da una pura traslazione linguistica A–>B.

5. traduciamo continuamente, e continuamente spostiamo di campo e di luogo tracce, segni. Continua a leggere “glitches brew”