Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)”

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Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea

Jacopo Grosser

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive: Continua a leggere “Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea”

Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Fabio Zinelli

Vincitore del premio intitolato a Piero Ciampi, uno che tutta la strada della canzone italiana se l’è fatta a piedi, Italo Testa dimostra, una volta di più, un’attenzione quasi scientifica nel legare un progetto a un’idea precisa della forma da adottare. Qui, il progresso dei misteriosi camminatori è calato nel ‘format’ dei versi corti, insomma pedes rapidi, come una camminata di fretta, tendenzialmente precisa, a volte resa scazonte dall’ imprevidibilità di queste macchine camminatrici – «si voltano / di scatto a un tratto / ti guardano / gli occhi grigi / campeggiano / poi scartano di lato», «ho provato a parlargli / si bloccano / all’istante sul posto / non sembrano / sentirti o non rispondono» – il cui fantastico antenato era il provinciale Campana di «Il mio passo nella notte / batte botte» (ma lì era per l’alcool). Si noti, nei versi citati, come il tracciato linguistico sia sostenuto e sincopato dall’impiego di varie parole sdrucciole (su cui l’opportuna digressione di Maccari), soprattutto verbi. Il flaneur di Baudelaire poteva procedere nella grande Parigi per passi larghi guidati dal verso lungo dell’alessandrino, anche gli inciampi servivano a produrre poesia. Nell’universo urbano di Testa, i camminatori si muovono a Berlino, Parigi, Venezia, Marsiglia che, come esprimono bene le fotografie in negativo di Riccardo Bargellini, una per testo, non sono però considerate nella loro essenza storica di città enciclopediche ma come piste e binari dove si muovono i camminatori: «e puntano / sempre in avanti / come aghi orientati / misurano / magnetici le strade». Automi su rotaie, ma anche comparse di un mondo parallelo (al modo un po’ naïf del poema dei lunatici di Cavazzoni/Fellini), forse in attesa di un segnale regolatore: «i tratti duri / si tendono / pronti a scattare / a un ordine / un cenno convenuto / se aspettano / qualcuno un segnale / un codice / per ripartire / se pensano / sempre a qualcosa / o fingono». I camminatori non sono il nostro doppio. Forse, ci si può chiedere (come fa Maccari) se«i camminatori con la loro armatura di insensibilità chiedono una reazione umanistica». Sono certamente corpi ‘senza organi’, così che la reazione, con Deleuze-Guattari, dovrà essere ‘rizomatica’, multipla, piuttosto che genealogica. Certo, a differenza di quelle ‘macchine desideranti’ che ancora speriamo di essere, le ‘macchine camminanti’ non sono soggetti libertari, sono condizionati non sappiamo esattamente da cosa o da chi. Però quello che è in gioco è in effetti la risposta (la reazione) del soggetto, si presume a sua volta camminante, che li osserva, la sua capacità di percepire un’eventuale minaccia: «ho provato a guardarli / fissandoli / parandomi di fronte / strabuzzano / meccanici gli occhi / si scansano / come di fronte / a un ostacolo / un muro imprevisto / aggiustano / la loro traiettoria / ti affiancano / senza mai dire nulla / e rigidi / in linea retta / ti passano». Ma i camminatori non sembrano pericolosi, sono sfuggenti, come il linguaggio, di cui riproducono, misteriosamente, l’atto fondamentale e sintagmatico del movimento in uno spazio. È il lavoro del poeta-camminatore di esaminare e repertoriare tracciati che non coincidono mai.

Fabio Zinelli

[già apparso in “Semicerchio”, 50, 2014, 1]

Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, "Maniera nera" (Aragno, 2015)

 

Gianluca D’Andrea

La doppia direzione della materia che si frantuma per riapparire e in questa apparizione si guasta:

Due figure vengono e due vanno.

A feste, alle alberate (nome come
un altro) –
finiscono dove
finiscono loro, se pure è,
se è così, al curvamuro, a quello

strano aggettare del palazzo
da dove (verso dove) danno
ombre loro che sono, come devono,
ombre soltanto, piene per mattina
di notte, non simili, e simili

appaiate, appena

(p. 19).

 

La mezzatinta, tecnica incisoria, è approvata da Giovenale per dirozzare la scrittura: da una superficie scabra, libera dai residui del fondo, emergono figure. Scrittura compressa, allora, amalgama di segni la cui strategia poetica è l’accumulo – neologismi o a-logismi? Sarebbe un paradosso o un disegno che non aspira ad alcuna rappresentazione geometrica (siamo o non siamo fuori dalle logiche euclidee, fuori dal Novecento?) e che agonizza nelle sue linee? «L’inizio di un affresco è sempre linee» (p. 32). Continua a leggere “Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, "Maniera nera" (Aragno, 2015)”

Recensione a Davide Nota, "Il non potere" (Sigismundus, 2014)

Nadia Agustoni

Questo libro riunisce l’intero lavoro poetico di Davide Nota, giovane autore, critico e blogger, classe 1981, quindi poco più che trentenne, ma con alle spalle un’attività intensa che ha trovato canali diversi per farsi conoscere, non ultimo il blog “Fonti coperte” pagina online dedicata alla poesia e alla scrittura del quotidiano “L’unità”. La stessa Sigismundus Editrice è nata dall’impegno di Davide Nota per far si che testi di autori, fuori dal circuito ufficiale della poesia, abbiano a disposizione delle alternative anche in forma di uno strumento editoriale.

Una premessa, “Il non potere” include uno scritto finale “Per una poesia del margine” che aiuta il lettore a comprendere il senso di quel titolo un po’ oscuro a tutta prima. Scrive Davide Nota: “Non sono un poeta realista, perché lunica realtà che conosco è la solitudine. Sono il tentativo mancato di resistere al disumano. Subire lepoca senza compiacersene vuol dire, anche permanere nella musica, in unarmonia pur degenere che non ceda al cinismo della prosa (se non divorandola come inserto). La tradizione classica è indispensabile: tradirla senza sanguinare è solo unaltra forma di obbedienza al dogma della dismissione”. (p.197) E subito dopo aggiunge: “… è possibile abitare la poesia come un servo in rivolta, che scappa via col cavallo del padrone e apprende da sé sorprendenti numeri di fuga. Ciò che importa è la meta raggiunta, non le cadute che la meta giustifica. Ma provate a farlo capire al padrone! Impossibile”. (ibidem) Continua a leggere “Recensione a Davide Nota, "Il non potere" (Sigismundus, 2014)”

SpecchioSereni

Italo Testa

Sereni per noi – quest’immobilità – non arrivare mai – Sereni – da nessuna parte – in nessun luogo –

Sereni – il tempo sospeso – Sereni – persi in una bolla – Sereni – lago d’ombre – Sereni – il passato che non passa –

Sereni – di noi sempre in ritardo – Sereni – il tempo irreparabile – Sereni – in ritardo sulla propria generazione – la nostra generazione – a insabbiarsi per anni –

Sereni – girare in cerchio – Sereni – la nostra Algeria – Sereni – a volte in sogno – Sereni – spalare al più presto

 

Sereni – tempo speso male – Sereni – gioventù in malora – Sereni – tradire ancora – Sereni – ancora tradire –

Sereni – volto voce sogno – Sereni – sogno voce volto – Sereni – scegliere un volto – Sereni – scegliere migliaia di volti –

Sereni – il nostro ventennio – Sereni – la nostra viltà – Sereni – le paludi del sonno – Sereni – le paludi del caimano –

Sereni – scegliere un volto per specchiarsi – Sereni – specchiarsi in un volto inesistente – Sereni – vivere tra parentesi – Sereni – insabbiarsi per anni

 

Sereni – morti alla guerra – Sereni – morti alla pace – Sereni – cono d’ombra – ripetizioni – Sereni – iterazioni –

Sereni – sbandare – perdersi in sogno – Sereni – altri frammenti – altre sconfitte –

Sereni – il tempo nebbioso – gli anni abbacinati – Sereni – swamp thing – vado a dannarmi –

Sereni – stanno sereni – i morti come noi – Sereni – in un loro limbo – ombra stagno volto – Sereni – mimetizzarsi – Sereni – mimetizzarsi e sparire

 

Sereni – questi fantasmi – adesso è finita – Sereni – stagni malvagi – epifanie di volti –

Sereni – i giorni opachi – Sereni – gli anni in proroga – Sereni – le nostre paludi – Sereni – la mente prigione –

Sereni – a crogiolarsi – Sereni – su un binario morto della storia – Sereni – a dannarsi – Sereni – la palude del caimano – Sereni – la nostra gioventù in malora –

Sereni per noi – lancette ferme – Sereni – quest’immobilità – Sereni – persi in una bolla –Sereni – espulsi dal futuro – SpecchioSereni

(già apparso nello speciale Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /1″, in “Nuovi Argomenti”, http://www.nuoviargomenti.net/poesie/per-vittorio-sereni-1913-1981/)

 

Pagine di una educazione letteraria. Appunti su "La sadisfazione letteraria" di Corrado Costa

Riccardo Donati

Plus je devrais être raisonnable, plus ma

maudite tête s’irrite et devient libertine

M.me de Saint-Ange ne La Philosophie dans le boudoir

Venire via dall’arte è una grandissima fatica

Corrado Costa, L’incognita borghese

 

Il s’agit d’une éducation…

«Costa ci raggiunge con un misurato ritardo, quando tutto sembra risaputo, e invece di Costa ci rimane tutto da sapere, ossia da leggere»: con queste parole uno dei maggiori poeti contemporanei, Andrea Inglese, ha recentemente reso omaggio al multiforme ingegno di Corrado Costa (1929-1991) in un notevole numero de “il verri” interamente dedicato al poeta di Mulino di Bazzano(1). La figura di Costa, «anima ludica ilare e distruttiva» come lo ha definito il sodale Nanni Balestrini(2), si colloca in una posizione di primo piano non solo entro il vastissimo alveo dell’esperienza neo-avanguardistica, ma anche all’interno di un’ideale «linea emiliana» della nostra letteratura, eccentrica e pungente, ironica e autoironica, che, poniamo, da Delfini e Zavattini giunge fino a Celati e Cavazzoni. Per questo duplice motivo, ha ragione Andrea Cortellessa nell’affermare che Costa non merita la riduttiva etichetta di “minore”(3): quella dell’autore di Pseudobaudelaire è una voce originalissima e dagli esiti rimarchevoli, oltre che una presenza intellettuale di non trascurabile rilievo(4). C’è un testo in particolare che ci sembra confermarlo, un’opera che ha tutte le caratteristiche del manifesto di poetica senza averne affatto l’aria, un libro di natura giocosamente sperimentale e intriso di spunti metaletterari, come ben testimonia il jeu de mots del titolo: La sadisfazione letteraria. Continua a leggere “Pagine di una educazione letteraria. Appunti su "La sadisfazione letteraria" di Corrado Costa”

Recensione a Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)

Raoul Bruni

Nella nota d’autore che si legge in appendice a La grande anitra, Andrea Inglese rivolge queste parole al proprio pubblico: «Lettore, tu puoi leggere il libro come vuoi, come se si trattasse di poesie messe assieme, ad esempio. Io volevo raccontare una storia, che non ho avuto la pazienza di raccontare. Ne è venuto fuori questo libro, a tre voci. L’anitra sembrava una piega spaziale e temporale sufficientemente propizia: alla meditazione, alla visione, al poetare». L’autore fornisce in tal modo un’essenziale chiave di lettura per accostarci a una raccolta poetica complessa e polifonica, costruita attorno ad un’immagine, o meglio, ad un emblema, quello dell’anitra intitolante, che si presta, credo volutamente, alle più varie interpretazioni. Del resto, lo stesso fatto che il libro sia stato scritto e concepito come un’opera tre voci lo sottrae ad una lettura monolitica. Le tre voci che parlano nelle altrettante sezioni («Le mie meditazioni di A. I.», «Le mie visioni di Minnie» e «Le mie poesie di Guardiano Notturno»), infatti, sono dotate ognuna di un proprio timbro e di una propria modalità stilistica autonoma (diversi sono anche i ceti sociali di origine: «il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese», recita una delle meditazioni in versi di A. I.), pur nell’ambito della generale complementarità delle tre voci, che rende il libro, in definitiva, compatto. Da sottolineare, a questo proposito, il fatto che in tutti e tre i titoli delle sezioni compaia l’aggettivo «mie», quasi a voler ulteriormente rivendicare una irriducibile autonomia delle tre voci. In tal senso, se, come ricorda giustamente Cecilia Bello Minciacchi, il vocabolo meditazioni, sembra rinviare alle classiche Meditazioni metafisiche di cartesiana memoria, la ricorrenza dell’aggettivo possessivo non può non far pensare allo Zibaldone di Leopardi, chiamato dall’autore, nell’indice autografo del 1827, «il mio Zibaldone di pensieri». Al nostro massimo poeta-pensatore moderno fa inoltre pensare l’intrecciarsi, nella Grande anitra, della dimensione filosofica (delle meditazioni di A. I., in specie), con la dimensione più propriamente poetica (delle poesie del Guardiano Notturno); alle quali, però, Inglese aggiungere anche una terza dimensione: quella visiva (in particolare, delle visioni di Minnie, prose poetiche scritte in forma di quadro; ma in tutto li libro l’aspetto visivo è fondamentale, tant’è che ogni sezione è preceduta da immagini in bianco e nero del’anitra).
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Jourdain, #10: Decalcomanie dall'inferno

Andrea Cortellessa

Dopo Paul Celan, ecco un altro personaggio che il signor Jourdain deve trattare coi guanti. Non per rispetto, però – bensì per paura. Si tratta di Antonin Artaud; e che facesse paura anche ai suoi contemporanei Jourdain lo ha scoperto nel vademecum dell’artaudiano perfetto, l’Album Antonin Artaud curato dal poeta veneto Pasquale Di Palmo per l’associazione Il Ponte del Sale (pp. 275 con 444 ill.ni in b.n., euro 36.00; lo si ordina a ilpontedelsale [at] libero.it).

Il 18 maggio 1937 Artaud tiene una conferenza alla Maison d’Art di Bruxelles; l’anno prima è tornato da un prolungato soggiorno in Messico, presso la tribù dei Tarahumara, che lo hanno fra l’altro iniziato al peyotl. Quella sera maledetta, c’è chi dice che riferisse del suo soggiorno messicano, oppure degli effetti della masturbazione sui gesuiti (?). Fatto sta che alza alquanto la voce e molti astanti si allontanano, appunto, in preda al panico. Fra loro i genitori della sua fidanzata, Cécile Schramme, i quali seduta stante decidono che quel matrimonio non s’ha da fare. Qualche settimana dopo, essendogli stato donato un bastone che gli hanno spacciato per quello di san Patrizio, Artaud parte alla volta di Dublino per restituire il prezioso cimelio al popolo irlandese. Lo rispediscono in Francia in camicia di forza. Da allora, passa da un ospedale psichiatrico all’altro. Nel ’43, a Rodez, viene sottoposto alla prima di cinquantuno sedute di elettroshock – che gli causano, fra l’altro, una frattura alle vertebre e la caduta di tutti i denti. Dal manicomio lo tirano fuori, nel ’46, gli illustri amici letterati. Di nuovo si spaventano: è irriconoscibile. Due anni dopo lo troveranno morto ai piedi del letto. Aveva 52 anni – ne dimostrava venti di più. Continua a leggere “Jourdain, #10: Decalcomanie dall'inferno”

Jourdain, #9: Cara polvere

Andrea Cortellessa

Per puro caso, nello stesso momento sono capitati sul tavolo del Signor Jourdain i libri di due autori fra loro lontanissimi, ma che gli pare si trasmettano misteriose comunicazioni transoceaniche. Uno è Il Monumento di Mark Strand, nordamericano del ’34, del quale si è riferito il mese scorso; l’altro è I costruttori di vulcani, vero monumento (sin dal formato) eretto da Luca Sossella (pp. 495, € 20.00) a uno dei nostri poeti più «appartati», come si usa dire, cioè meno sgomitanti: il romano Carlo Bordini, classe 1938. Nel libro di Strand, Jourdain s’era segnato questa bellissima citazione da Wallace Stevens, «Nulla deve frapporsi / tra te e le forme che assumi / quando la crosta della forma è stata distrutta»; e pochi poeti italiani quanto Bordini (un altro che gli viene in mente è il toscano Attilio Lolini, non a caso suo pressoché coetaneo e sodale) gli paiono mostrare cosa succede, appunto, quando cede «la crosta della forma». Ha qualcosa di paradossale il titolo che Bordini ha voluto dare a quest’autoantologia pressoché completa delle sue poesie. Per antonomasia, infatti, quelli vulcanici ci paiono fenomeni naturali, effusivi, incontrollabili dagli esseri umani: esplodono quando s’incrina e si spezza, appunto, la «crosta» terrestre. Per Bordini, però, i poeti sono proprio coloro che lasciano scorrere la lava della lingua, con tutte le sue ctonie impurità e le sue scorie corrusche, una volta che si sia prodotto uno squarcio nell’autocontrollo razionale, ideologico, utilitario che domina l’esistenza (quella che la sua generazione amava chiamare «esistenza borghese»). Come scrive Bordini in una pagina di poetica del 2002 posta in appendice alla sua ultima raccolta, Sasso, e qui riportata, «è come se durante la scrittura ci fossero in me improvvise rotture dell’inconscio». La parola poetica è per Bordini ciò che eccede da ogni forma di controllo, a partire da quello formale esercitato dal soggetto: «Io non creo, ma sono creato. Non scrivo, ma sono scritto». Continua a leggere “Jourdain, #9: Cara polvere”

Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)

Cecilia Bello Minciacchi

Dolore e data dell’evento sono tutti calati in parole, in lettere: Come una lacrima (duemila uno) è il titolo con indicazione cronologica dell’ultimo libro di Federico Scaramuccia, vincitore della V edizione del Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo. Inconsueta l’indicazione dell’anno in lettere e non in cifre, a renderlo numero più che data, e come numero potenzialmente più aperto a una varietà di interpretazioni (a un terribile mutare, rinnovarsi in altro numero). Eppure è proprio un anno, il 2001 epocale, e il mese è settembre, e il giorno l’11. E il punto quello in cui d’improvviso «qualcosa macchia il cielo / buca l’azzurro lasciando una traccia». L’effetto è il crollo, l’implosione delle Torri, la traccia è ustoria. Non servono immagini al libro di Scaramuccia: tutto qui è risolto verbalmente; altri testi, commemorativi (e questo di Scaramuccia non lo è), hanno fatto ricorso, ancora una volta, a filmati visti, usurati, depotenziati. Come una lacrima, che riflette sui media, sulla manipolazione del dolore in chi osserva, accresciuto esponenzialmente attraverso il dolore degli altri, si affida interamente alla struttura e al dettato poetico ferreo, ossessivamente controllato. Si fonda sulla sola parola, e spesso ricorsiva, reiterata. È stata la lente d’un obiettivo a “passare” tutto il sovrabbondante materiale visivo sull’attacco alle Torri; la lacrima è dunque una secrezione dell’«occhio televisivo», anzi, «è la “macchina da presa” per eccellenza», si legge in calce nella Nota d’autore, è «un’impalpabile boule de neige (o snowdome) che tiene in scacco la globalità. […] Un “grande vetro” grandangolare che espone il dolore facendone uno strumento di controllo». Non può che soccorrerci, qui, il libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, con le sue problematiche interrogazioni su guerre servite «in forma di immagini», su quali crudeltà ci vengano mostrate e quali invece «non ci vengono mostrate», sul fatto che una fotografia «non è mai solo il trasparente resoconto di un evento». Se, come scriveva Sontag, le fotografie delle vittime di guerra sono «una sorta di retorica. Reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso», ancor più “efficaci” sono i filmati di guerra trasmessi in diretta, fin dal primo conflitto del Golfo, ed efficacissima poi, l’11 settembre 2001, quell’«ipertrofia del pathos, per così dire “montato a neve”, tanto da indurre (al)l’orripilazione», postilla Scaramuccia.

Come una lacrima adotta una soluzione binaria: Continua a leggere “Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)”

Jourdain, #8: Monumento al Nulla

Andrea Cortellessa

Per ovvi motivi mandano in sollucchero, il Signor Jourdain, tutte le possibili mésalliances fra poesia e prosa. Pensa che poche citazioni celebri siano oggi più fraintese di quella di Leopardi (che la riprende da Alfieri) sulla «prosa nutrice del verso». Oggidì legioni di verseggiatori da dozzina la brandiscono, infatti, per coonestare spezzature senza metodo e a capo senza costrutto. La poesia, sostengono continuando a equivocare ben più sofisticati assunti, deve «andare verso la prosa». A Jourdain pare vero piuttosto il contrario: e che la prosa, in particolare quella narrativa, abbia solo da guadagnare imparando dalla poesia – quella vera – il senso della forma e anche, quando serve, il senso del suo abbandono (così appunto Leopardi: «uno che per far versi si nutrisse solamente di versi sarebbe come chi si cibasse di solo grasso per ingrassare, quando il grasso degli animali è la cosa meno atta a formare il nostro, e le cose piú atte sono appunto le carni succose ma magre, e la sostanza cavata dalle parti piú secche, quale si può considerare la prosa rispetto al verso»). Spesso la perla del verso concresce – materialmente – dal rastremarsi e affinarsi di un’immagine inalveata, per prima, nelle valve della prosa. Quando questo piccolo miracolo si produce, si ha il meglio delle due forme: una carne perfettamente bilanciata, per proseguire la metafora leopardiana.

Pochissimi autori contemporanei quanto Mark Strand, nato nel 1934 in Canada ma statunitense d’adozione – e forse, dopo John Ashbery, il più «europeo» dei poeti americani – hanno saputo lavorare su questo doppio versante. Non sarà un caso, certo, che sia – appunto – un buon lettore di Leopardi. Diversi suoi piccoli e miracolosi libri – viene in mente per primo quello splendido su Edward Hopper pubblicato in Italia da Donzelli – sono raccolte di prose brevi, operette morali calibrate in ogni minimo dettaglio, alla stregua di piccoli e nitidi canzonieri. Quella ora uscita da Fandango, nella traduzione del fedelissimo Damiano Abeni con Moira Egan (pp. 131, € 14,00), Il Monumento, risale al 1978 e, a dispetto di quanto sostenuto (o piuttosto desiderato) da Carlo Carabba nell’introduttiva «guida alla lettura», reca in pieno le stimmate del postmodernismo militante di quegli anni: tutto all’insegna della finzione, del labirinto intertestuale e del gioco di specchi metatestuale. Continua a leggere “Jourdain, #8: Monumento al Nulla”

Un'annotazione su "Carta da viaggio | Alight", di Pietro D’Agostino (Benway Series)

Marco Giovenale

Siamo abituati a pensare al libro, a qualsiasi libro, diremmo alla forma stessa dell’oggetto, come al contenitore stabile o stabilizzante di un materiale pronto, fisso, preorganizzato (proprio in vista della forma cartacea o digitale). Una serie di linee date, impaginate, raffigurabili nel loro complesso come opera organizzata già a monte, incastonata in una propria storia, o “come” storia. Che, in ogni caso, preesiste, precede il libro. (E da questo è veicolata).

Al contrario, con Carta da viaggio | Alight ci troviamo di fronte a pagine non incise, bianche: formano una freccia temporale che deve ancora mettersi in moto. Sbirciamo un luogo o meglio un’apertura o disponibilità/disposizione verso luoghi (non casuale è la parola “viaggio”) che permette – appunto – di accedere a spazi non stabili, non stabilizzati, e – meglio – non noti, non percorsi.

Tutto quello che abbiamo di fronte, aprendo e addirittura inaugurando l’esistenza stessa delle pagine del livre à venir di Pietro D’Agostino, è una sequenza di fogli impressionabili, di inizi. (È in fondo il paradosso di un testo così radicalmente lontano dall’esser testo da non esistere prima di venir aperto=scritto dai tagli luminosi aleatori del momento, e dal lettore che in sostanza vi dispone ombre, profili, al minimo movimento). Continua a leggere “Un'annotazione su "Carta da viaggio | Alight", di Pietro D’Agostino (Benway Series)”

Jourdain, #7: Dalle ceneri di un dialogo

Andrea Cortellessa

Da ultimo, il signor Jourdain è in vena di confessioni. L’ultima che mi ha fatto è che quando gli capita di leggere un carteggio fra due autori, in genere lo fa pensando a una sola delle due parti in causa. Ma questo – aggiunge – proprio non si può fare con Troviamo le parole, il libro appena uscito da Nottetempo (nella traduzione di Francesco Maione, pp. 331, € 25.00) che raccoglie le lettere scambiatesi da Ingeborg Bachmann e Paul Celan – cioè due fra i maggiori poeti, non solo in lingua tedesca, del secondo Novecento (in appendice si leggono anche quelli fra Celan e Max Frisch, compagno della Bachmann fra il ’58 e il ’62, e quello, umanissimo, fra la Bachmann e Gisèle Lestrange, la sposa francese di Celan). Non si può guardare da un punto di vista privilegiato questa storia d’amore impossibile, e poi di contrastata amicizia, dal momento che essa si riverbera in profondità in entrambe le loro opere. Se il tema del confine è centrale nella Bachmann (nata in Carinzia, a un passo dalle frontiere dell’Austria con la Jugoslavia e con l’Italia; e in Italia, fra Ischia e Roma, vivrà i suoi anni più felici), proprio il confine fra due opere fra loro così diverse viene ridisegnato da queste lettere. Uno dei curatori del carteggio è Hans Höller, al quale dobbiamo anche una puntualissima biografia critica di Ingeborg Bachmann, preziosa anche per la quantità di inediti della scrittrice che utilizza, e tradotta da Guanda col titolo La follia dell’assoluto (traduzione di Silvia Albesano e Cinzia Cappelli, pp. 223, € 18.00): e Höller sottolinea come sia stato proprio nel «dialogo letterario» con Celan che Bachmann trovò «il proprio linguaggio poetico»: non tanto a livello stilistico bensì perché solo dopo l’incontro con lui, nella misera e caotica Vienna del ’48, anche l’opera della Bachmann – figlia di un padre nazista, mentre Celan com’è noto era figlio di ebrei vittime dello sterminio – si carica dell’irrespirabile responsabilità di testimoniare della Shoah. Continua a leggere “Jourdain, #7: Dalle ceneri di un dialogo”

Platen e Heine in Italia. Itinerari del desiderio e il senso della bellezza

Camilla Miglio

Mi è capitato due settimane fa, in occasione di una visita in Sicilia per assistre all’apertura del Festival del teatro antico, di visitare la tomba di Platen a Villa Landolina.

Mi rendo conto che sono passati centoottanta anni dalla sua morte, e la sfregiata bellezza del Sud sopravvive nonostante tutto agli orrori cui noi stessi la sottoponiamo, e da quella forse dovremmo partire per ripensare l’Italia.

Ripropongo qui in forma lievemente modificata un ‘capitolo’ della serie ideata da Roberto Andreotti per ‘Alias’ durante l’estate del 2014 .

Ci dice molto sul Viaggio in Italia, ma che sulla relazione con l’antico oscuro e non solare, con una memoria altra rispetto al classico da cartolina o da museo, che gli stranieri nei secoli hanno cercato e trovato nella nostra penisola, e che noi possiamo imparare a distinguere tra le macerie di cattivo cemento e silicone del postberlusconismo. Un ripensamento dei nostri valori – soprattutto quelli inattuali – può avere un grande valore di ‘resistenza’ al presentismo e alla fretta che tutto travolge.

  1. Platen: bellezza, eros, thanatos

“Il mio bastone da pellegrino non conosce soste” – proclamava dulcamaro August von Platen parafrasando Byron in un’estate di quasi due secoli fa. Il delicato marchese di Hallermünde, poeta e versificatore di grandissimo talento (tanto da competere col suo avversario Heinrich Heine), viaggiatore e osservatore del multiforme ‘bello’ italico, nato ad Ansbach in Baviera nell’autunno del 1776 e morto a Siracusa nell’inverno del ‘35, visse le stagioni più intense nei suoi ultimi dieci anni, ramingo per l’Italia.

Il suo non fu un Grand tour tradizionale. L’andare a sud non era solo una ricerca di radici culturali, o goethiani ringiovanimenti dell’anima, quanto una fuga. Il suo viaggio si può leggere anche come tentativo di sottrarsi a chi intendeva sorvegliarlo e soprattutto punirlo, in seguito agli scandali sessuali che ne provocarono l’allontanamento dalla scuola militare e poi dall’università. Classicista ma anche orientalista, era preso dal demone della bellezza e della lontananza (degli antichi greci e latini ma anche dei persiani medievali, maestri di versificazione erotica). Questo dàimon lo trascinava in un’Italia il cui spirito antico egli vedeva rifiorire negli oggetti del suo desiderio, i bei ragazzi italiani. Firenze 1829: in versi che ricordano accenti del Gennariello pasoliniano il poeta trentenne ne canta l’aspetto: Continua a leggere “Platen e Heine in Italia. Itinerari del desiderio e il senso della bellezza”