Tag: Adorno

Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea

Jacopo Grosser

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive: Continua a leggere “Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea”

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Jourdain, #5: Lapidario ebraico

Andrea Cortellessa

Non è il caso di fare troppo gli spiritosi, stavolta. Di scena infatti è Paul Celan: non solo in assoluto il maggior poeta, ma anche la voce più straziante e problematica del Novecento. La sua fuga da quello che Antonella Anedda ha definito il «secolo cane lupo» – il secolo che gli aveva sterminato la famiglia – non terminò infatti né col passaggio a Vienna né con l’approdo a Parigi, nel 1948. Non terminò scrivendo per prima cosa il suo nome (anagrammando l’originale Antschel). Terminò solo, tragicamente, a Parigi nel 1970: col salto dal ponte Mirabeau che pose fine ai suoi giorni tormentati. La prima poesia che pubblicò, Fuga di morte, era scritta in tedesco: cioè nella lingua parlata con la madre nell’originaria Bucovina, ma anche nella lingua di chi sua madre aveva ucciso con un colpo di pistola alla fronte, in un lager innevato; ma uscì tradotta da lui stesso in rumeno e venne raccolta nel suo secondo libro, Papavero e memoria, uscito in Germania nel ’52.

A ben vedere in questi titoli, in queste lingue, in questi luoghi e in queste date sta tutto il viluppo di aporie che mai Celan intese evitare: la sua ostinazione, la sua non meno che eroica divisa etica, fu al contrario di risiedere proprio nell’inabitabile. Il più citato dei suoi aforismi suona «La poesia non s’impone più, si espone». La poesia si espone, e ci espone, all’irreparabile; è l’irreparabile, in effetti. Todesfuge si può tradurre sia come «Fuga dalla morte» che «Fuga della morte»: la vita come allontanamento dal trauma d’origine o come inesorabile sprint verso l’abisso. Sono vere, ovviamente, entrambe le versioni. Così come, di questo componimento, conta non solo la «morte» di cui è intriso ma anche la «fuga» – cioè la prodigiosa struttura musicale – con cui si «espone» alla lettura. Conta la «memoria», cioè, ma anche l’allucinazione onirica – il «papavero» stupefacente – che quella memoria micidiale pare dissimulare mentre, in realtà, provvede a incidere per sempre: sia in chi scrive che in chi legge. L’opera di trascendentale «traduzione» che del trauma la poesia è dunque chiamata a compiere: e lo spazio inabitabile di Celan, traduttore straordinario, si colloca per l’appunto tra le lingue. Continua a leggere “Jourdain, #5: Lapidario ebraico”

Postfazione a "Quasi tutti", di Marco Giovenale (Polimata, 2010)

Paolo Zublena

P.Zublena_ Postfazione a QUASI TUTTI (di M.Giovenale) by Punto critico

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Recensione a Guido Mazzoni, "Sulla poesia moderna", il Mulino 2005

 Niccolò Scaffai

Non mancano, tra i libri sulla poesia moderna e contemporanea usciti negli ultimi anni, ottime raccolte di saggi e pregevoli antologie spesso arricchite da ampie trattazioni su autori e periodi, talvolta anche ben annotate. Ciò che mancava – e pour cause – era un libro appositamente ideato e organizzato per affrontare a viso aperto la storia e la collocazione del genere lirico nella letteratura e nella società moderne. Uno studio, cioè, da affiancare idealmente agli ormai storici Da Baudelaire al surrealismo di Raymond e La struttura della lirica moderna di Friedrich. Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni è un libro che, per ambizioni ed esiti se non per metodi e conclusioni, si dispone nella schiera aperta dai primi due.

Mazzoni, già allievo della Normale di Pisa, insegna all’Università di Siena; si direbbe che, nel suo secondo volume (il primo, Forma e solitudine, è uscito da Marcos y Marcos nel 2002), confluiscano le attitudini migliori delle due scuole: l’approfondimento degli aspetti formali e la loro giustificazione in rapporto alla tradizione e alla società.

Il libro è articolato in quattro capitoli (I. La rete dei concetti, II. Un testo esemplare, III. Una storia delle forme, IV. Lo spazio letterario della poesia moderna), preceduti da un’ampia introduzione teorico-programmatica (Le forme dell’arte e la storia degli uomini) e seguiti da una conclusione sopra La poesia moderna come forma simbolica. Ne risulta un volume di proporzioni esatte, calibrato per mettere in risalto problemi e direzioni di ricerca più che per tentare sistemazioni (necessariamente provvisorie, in un campo come questo, e spesso troppo vincolanti). Continua a leggere “Recensione a Guido Mazzoni, "Sulla poesia moderna", il Mulino 2005”

Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)

Marco Giovenale

Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.

Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.

Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta Continua a leggere “Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)”

Impurità

Italo Testa

I pedoni si riprendono, stringono i denti, non parlano ma guardano, con le mani serrate sulla bocca, alla ricerca di un appiglio. Uno dice con gli occhi: il meglio è ancora qui, il meglio è restare qui, qui si può ancora resistere al meglio, non c’è di meglio da nessuna parte.

I. Bachmann, Ein Ort für Zufälle


Flashback. Quando il coro indisciplinato delle scuole artistiche intonò all’unisono il motivo dell’arte come forma più elevata del puro consumo, l’armonia apparentemente conseguita si risolse in una maledizione. La fruizione disinteressata, purificata da ogni residuo materiale, doveva rimanere sospesa nel regno asettico di una sfera estetica incontaminata. Ma questo mondo alla rovescia, sciolto dagli ottusi legami della vita e del suo spirito di gravità, rimase preda della lettera. La pura fruizione, allora, non fu più distinguibile dal mero consumo. La contemplazione intatta dal semplice loisir. Così l’apparenza estetica, il cui brillio era una promessa di lontananza, si trovò a riflettere una realtà sin troppo vicina. E la ferialità sembrò trapassare nell’evasione del fine settimana. La luce del distacco, che il faro artistico pretendeva di proiettare sulle cose, era già lo sguardo astratto di uno spirito ormai avvinto alle catene del puro scambio. Continua a leggere “Impurità”

Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio

Matteo Marchesini

La circostanza è ormai verificabile come un teorema matematico: chi è nato nell’ultimo mezzo secolo, e sia pure in un ambiente privilegiato, è cresciuto quasi sempre privo di un gusto, di un senso spontaneamente in grado di dividere almeno alla grossa, tra i prodotti della vecchia cultura umanistica, il falso dal vero, i gioielli dalla bigiotteria: cioè privo di quel gusto o senso già appartenuto a una limitata ma solida élite, che appunto cinquant’anni fa è stata spazzata via dalla mutazione genetica dell’industria culturale.

Oggi, a fine anni zero, un intellettuale quarantenne, trentenne o ventenne, se è fortunato e avvertito, può tutt’al più faticosamente apprendere a fiutare la contraffazione dei prodotti occhieggianti a quel mondo estetico-politico oramai defunto (siano essi romanzi, saggi, poemi, trattati metafisici): a riconoscere insomma, per addestramento, l’inganno nascosto in quei pacchi mediatici e universitari su cui sono stampate etichette che seguitano a definire con gli stessi termini otto-novecenteschi opere e studi ridotti a una mostruosa e dilagante parodia di massa delle Poetiche e del Pensiero.

Se è fortunato e avvertito, uno studente di lettere e filosofia può ad esempio imparare a correggere le massicce iniezioni di poststrutturalismo francese e di neoheideggerismo, di best-sellers e di delirii comparatistici che gli vengono somministrate quotidianamente nelle nostre facoltà, con un po’ di archeologia della Scuola di Francoforte e di Simone Weil, con qualche lettura di Franco Fortini, Cesare Cases o Giacomo Debenedetti. E tuttavia, siccome simili antidoti non gli permettono certo di prosciugare il mare inquinato in cui deve giocoforza nuotare giorno dopo giorno, rischierà a ogni passo di mistificare con mossa uguale e contraria anche questi maestri già lontani: di fare cioè, per intenderci, quel che negli ultimi trent’anni è stato fatto accademicamente con la figura di Walter Benjamin. Anche l’Industria Culturale, anche l’avversione per i nuovi Sacerdoti o Tecnocrati delle scienze umane possono insomma trasformarsi per lui in un orizzonte apocalittico troppo generico e fungibile, in un troppo corrivo e cristallizzato alibi di partenza. Continua a leggere “Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio”

Esiste (ancora) la poesia in prosa?

Paolo Zublena

Come al solito, quando si maneggiano categorie ambigue come poesiaprosa, il problema è innanzitutto di definizione. Siccome non è pacifico né che cosa sia la poesia, né che cosa sia la prosa, tanto meno sarà facile definire la “poesia in prosa”, operazione con ogni evidenza preventiva all’atto di predicarne l’eventuale (mancata, o non più attuale) esistenza.Semplificando al massimo, e limitando altresì al minimo i rimandi alle innumerevoli possibili autorità, nel concetto di poesia coesistono una definizione sostanziale e una definizione formale: poesia insomma come scrittura letteraria che si differenzia dal resto per una sua quiddità, oppure poesia come scrittura in versi. In entrambi i casi il concetto di poesia si oppone a quello di prosa. E in entrambi i casi la prosa parrebbe definirsi per un deficit rispetto alla poesia: per una minore “altezza”, oppure per l’assenza della versificazione (in primo luogo, dell’a capo). In un caso e nell’altro questa differenzialità della poesia come ci viene presentata dalla tradizione “teorica” riposa su un’inversione ideologica del rapporto genetico presunto dal senso comune. La distinzione stessa è, evidentemente, dovuta a una volontà di sottrarre uno scopo (rituale, estetico, ecc.) alla comunicazione quotidiana.

D’altra parte lo stesso concetto di prosa può essere Continua a leggere “Esiste (ancora) la poesia in prosa?”