Tag: Adriano Spatola

Il realismo del ritmo: sulle figure di ripetizione lessicale in Costa

Gian Luca Picconi

1. Il Novecento, particolarmente nella sua seconda metà, è stato un’epoca di radicale messa in crisi degli istituti retorici che presiedevano alla composizione del testo letterario. Questa messa in crisi ha determinato una redistribuzione dei compiti e dei ruoli, e persino delle frequenze d’uso con cui determinate figure compaiono nei testi. È ovvio che ogni mutazione relativa al disciplinamento delle figure retoriche nel testo poetico si trasforma, per forza di cose, in una differente modalità di manifestazione dell’intenzionalità autoriale e, per molti versi, in una traccia parzialmente rilevabile – per gradi, mediatamente, in modo dissimulato – della presenza della soggettività autoriale nel testo.

La ripetizione, nelle sue molteplici modalità (di singoli fonemi, di lessemi isolati, di sequenze di lessemi, etc.), più ancora di altre figure retoriche, è coinvolta in questo movimento di svelamento-dissimulazione della intenzionalità e soggettività dell’autore. Più ancora di altre figure: se la metafora potrebbe anche rivelarsi eco involontaria di discorsi percepiti e riportati nel testo, e potrebbe dunque avere un effetto spersonalizzante, la ripetizione – eco essa stessa – finisce sempre in modo paradossale per marcare positivamente, empiricamente, l’immanenza dell’autore al suo testo. Infatti, non può non rivelare una qualche forma cosciente di pianificazione estetica; e d’altro canto difficilmente la ripetizione lessicale in sé stessa potrà essere leggibile esclusivamente in chiave di bivocità.

Rilevare ciò è innegabilmente importante: a maggior ragione per un secolo come il Novecento (e per quella sua continuazione che è il secolo attuale), che, tra l’altro, ha anche portato avanti il tentativo sisifeo di una parziale o totale spersonalizzazione del testo letterario, provando a cancellare il più possibile tutte le marche della soggettività autoriale all’interno del testo poetico, per dare vita a un testo orecchio, in cui ogni eventuale residuo di soggettività abbia un carattere quasi esclusivamente ricettivo. Continua a leggere “Il realismo del ritmo: sulle figure di ripetizione lessicale in Costa”

Annunci

Scrittura asemantica / asemic writing

Marco Giovenale

appelDa non poco tempo, da quasi due decenni ad esser precisi, una linea di confine fra testualità e arte contemporanea è più distintamente visibile, percorsa e fatta propria da molti artisti e da autori di testi sperimentali. Si tratta della scrittura asemantica, o prima ancora, in inglese, asemic writing (inganna il dizionario che assegna ad “asemic” tutt’altro significato).

Di che si tratta? Sono glifi, grafie e calligrafie, alfabeti, materiali visivamente riconducibili all’area formale della scrittura, che però non fanno riferimento ad alcunché di noto o decifrabile, ad alcuna vera lingua, a nulla che trasmetta significato (senza tuttavia, per questo, esimersi dal trasmettere senso). Le radici di questa pratica arretrano al secolo passato. Specie con Alphabet e Narration (1927) Henri Michaux avviava una sua esplorazione – poi ininterrotta – del territorio. Nel 1947 e a varie riprese successivamente, con le Scritture illeggibili di popoli sconosciuti, Bruno Munari aveva giocato con alfabeti enigmatici o alieni (pagine riassuntive e felici si leggono e osservano in Codice ovvio, fra l’altro). Nei decenni successivi Christian Dotremont, Brion Gysin, León Ferrari, Mira Schendel, Mirtha Dermisache e moltissimi altri artisti avrebbero ancor più sistematicamente battuto gli stessi sentieri. Negli anni Settanta Irma Blank copre intere superfici e fogli con scritture inesistenti, sottili tracciati che mimano una grafia minutamente nervosa, senza intenzione transitiva: nel 1974 Gillo Dorfles le dedica un testo (che si può ora leggere in http://gammm.org/index.php/2007/07/18/blank-dorfles) in cui di fatto conia l’espressione “scrittura asemantica”: «una sorta di grafia-ortografia, che si vale d’un segno ben individualizzato (con tutte le caratteristiche della personalità di chi lo usa), ma privo, vuoto, scevro, da ogni semanticità esplicita, giacché non è costituito da – né è scindibile in – “segni discreti”, in lettere d’un sia pur modificato alfabeto, né in ideogrammi sia pur alterati o neoformati. […Si tratta quasi di] tracciati […] sovrapponibili ai segni d’una qualsivoglia composizione grafica, astratta, salvo a conservare, in un certo senso, l’aspetto esterno, la morfologia estrinseca, d’una effettiva scrittura manuale». Del 1981 è uno dei capolavori di asemic writing: l’“enciclopedico” Codex Seraphinianus di Luigi Serafini.

Si potrebbe certo arretrare alle origini della scrittura verbovisiva. E interrogarsi poi Continua a leggere “Scrittura asemantica / asemic writing”

Il foglio piegato di Adriano Spatola

Guido Guglielmi

Se c’è un poeta che ha trovato subito la sua direzione, questo è Adriano Spatola. La sua carriera comincia nel ‘61 con Le pietre e gli dei, un libro molto giovanile, ma già orientato nelle sue scelte di poetica. Del ‘65 è l’Ebreo negro, e sarà il libro di un poeta nel pieno possesso dei propri mezzi. Dell’anno precedente è L’oblò, un divertimento romanzesco di gusto surreale. Seguiranno nel ‘71 Majakovskiiiiiiiij, nel ‘75 Diversi accorgimenti (con una presentazione di Luciano Anceschi), e nell’83 La piegatura del foglio.
L’elenco è naturalmente tutt’altro che completo. Ho indicato alcuni libri significativi. E ho trascurato, fra l’altro, tutto l’aspetto extraverbale – o non semplicemente verbale – dell’attività di Spatola, della quale anche ci si dovrà occupare. Ma basti per ora ricordare il suo studio Verso la poesia totale che è del ‘69 e che, oltre a segnare una data nella riflessione sulla poesia visiva e ad avere un preciso valore di anticipazione in Italia, si presenta come il documento di un progetto di poesia. Vorrei appunto cominciare con l’idea di Spatola di poesia totale, cioè di una poesia che attraversa tutti i linguaggi, nei modi di un vivacissimo sperimentalismo visivo, al limite del linguaggio figurativo, e fonetico, al limite del linguaggio musicale. A Spatola non interessa chiudersi dentro la specificità di un’istituzione: interessa invece compiere esperimenti. Ed è questo carattere di poeta avventuroso, curioso di possibilità, sempre ai confini del proprio linguaggio, che conviene sottolineare. Spatola è un poeta in metamorfosi, un poeta dei contrari. Continua a leggere “Il foglio piegato di Adriano Spatola”

Le energie del testo: Giovanni Fontana

Gio Ferri

La visual poetry è forse il momento paradigmatico del superamento della discorsività della storia da parte di quella scrittura che voglia rivolgersi al territorio di confine oltre il quale la storia stessa è lasciata all’oblio della propria nullificante contraddizione.

Di questa esperienza di cancellazione e rinascita al di là sono testimoni autori che affrontano la pretestualità storica e contingente nel segno della rivolta anche etica e insieme tuttavia coinvolti nella sollecitazione estetico-formale del quotidiano. Vanno citati fra i maggiori Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti (poesia tecnologica), Sarenco, Nanni Balestrini: essi non ignorano la storia e il suo racconto temporale bensì li manipolano disturbando, e talvolta, appunto, esaltando la rappresentazione con l’ironia, il sarcasmo demolitori del segno. Vivono, secondo la loro originalità, la stessa contrapposizione interna della Pop-art.

Guardano alla storia come pre-testo epocale, mitico, originario, per esempio, Gino Gini, Fernanda Fedi, William Xerra. Continua a leggere “Le energie del testo: Giovanni Fontana”

L'ultimo dei modernisti

Paolo Zublena 

Con Giuliano Mesa se ne è andato forse l’ultimo dei modernisti. E – intendiamoci – non si vuol dire “l’ultimo” secondo la vulgata di un’elegia della fine che vede dappertutto epigoni esausti o svagati postmodernisti: “l’ultimo” intende designare colui che, con radicalità, ha compiuto un estremo tentativo di rappresentare l’istanza modernista in modo adeguato ai tempi.
Al centro di ogni modernismo sta un progetto di ricerca della verità, verità ontologica in primo luogo. Secondo una movenza non certo maggioritaria in questi anni, Mesa non ha dissolto il concetto di verità in una semplice accoglienza nei confronti della venuta dell’altro, ma ha preteso che la poesia dicesse quel che il linguaggio ordinario non sembra più in grado di dire: non la verità dell’oggetto, ma la verità dell’evento: una verità etica. Nell’indistinzione ontologica dei fatti, la scrittura punta a risemantizzare con cura le tessere del linguaggio per restituirle a una nuova vita relazionale, etica.
La poesia di Mesa è una poesia materialista (corporale), politica (etica) e tragica (dolorosa). L’ultimo attributo può sembrare il più scabroso: è possibile il tragico nel tempo – sancito dalle avanguardie – dell’impossibilità del tragico (al limite proponibile solo con la maschera del grottesco)? Si direbbe di sì: perché Mesa mette in forma la negatività inconsolabile e inconciliabile della vita offesa. Del resto è proprio Adorno, spesso citato – e pour cause – da Mesa, a garantire (nella Dialettica negativa) il diritto di espressione artistica della sofferenza. Il rispetto della dialettica negativa per la contraddizione, per l’aconcettuale è esattamente quanto di adorniano Mesa usa per correggere il pur amato finale “mistico” del Tractatus di Wittgenstein. Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere: ma la poesia può tacerne rappresentandolo, articolandolo dialetticamente attraverso il suo peculiare silenzio scritto. Tragedia dolorosa della dialettica, tragedia del soccombente: «Tragico è soltanto quel soccombere che deriva dall’unità degli opposti, dal ribaltamento di una cosa nel suo contrario, dall’autoscissione. Ma tragico è anche soltanto il soccombere di qualcosa cui perire non è consentito, dopo il cui allontanarsi la ferita non si chiude». Così Szondi nel Saggio sul tragico, e allo stesso modo il Tiresia di Mesa: «devi tenerti in vita, Tiresia, / è il tuo discapito».
Il tragico di Mesa nasce dal tentativo di attingere una verità etica, Continua a leggere “L'ultimo dei modernisti”

Recensione a Adriano Spatola, “The position of things” (Green Integer, 2008)

Marco Giovenale

Un libro che fosse “il” libro di Adriano Spatola, con tutte o quasi tutte le sue poesie, si attendeva in Italia da anni. Bene: non senza logica, viene pubblicato negli USA, da Green Integer (www.greeninteger.com): i testi italiani sono accompagnati dalla fedele-acuta traduzione inglese a fronte di Paul Vangelisti, che con Beppe Cavatorta ha curato il progetto. Il titolo della raccolta è The Position of Things. Collected Poems 1961-1992, porta il numero 165 del catalogo G.I. e costa poco meno di 16 dollari (diciamo 10 euro e spiccioli). È l’occasione migliore, per i lettori italiani e anglofoni, per (ri)confrontarsi con una delle voci poetiche più articolate, complesse e insieme generose dell’ultimo mezzo secolo. Qui, a eccezione della primissima raccolta del 1961, i libri di “poesia lineare” di Spatola ci sono tutti: Reattivo per la vedova nera (1964), L’ebreo negro (1966), Majakovskiiiiiiij (1971), Diversi accorgimenti (1975), Considerazioni sulla poesia nera (1976-77), La piegatura del foglio (1982), La definizione del prezzo (1992). Come scrive Beppe Cavatorta nel saggio conclusivo del volume, questa traduzione inglese «rappresenta il culmine di un viaggio iniziato nel 1975 con l’edizione americana di Majakovskiiiiiiij, seguita nel 1977 da Zeroglyphics e, l’anno successivo, Various Devices [Diversi accorgimenti], sempre presso Red Hill Press, la casa editrice diretta e creata da John McBride e Vangelisti», a cui – si ricorda – dobbiamo versioni anche da Continua a leggere “Recensione a Adriano Spatola, “The position of things” (Green Integer, 2008)”

Il "Mulino" di Bazzano: spazio protetto di delocalizzazione

Niva Lorenzini

Chi non ha conosciuto direttamente e negli anni giusti l’esperienza della comunità di poeti e artisti che faceva capo al “Mulino” di Bazzano, e si limita – come nel mio caso – a leggere le cronache, le ricostruzioni storiche che restituiscono la fisionomia di un’esperienza restata comunque, nell’immaginario del ‘sentito dire’, come leggendaria e irripetibile – è sempre il mio caso – riceve l’impressione di una vicenda sviluppatasi in uno spazio protetto, appartato, delimitato dai confini della casa-redazione abitata, a partire dal ‘70 e per dieci anni, da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, e della corte rurale della proprietà della famiglia di Corrado Costa. Di “repubblica della poesia” parla Eugenio Gazzola nella sua attenta, documentatissima indagine sulla nascita, lo sviluppo, la fine di quell’esperienza di autogestione – si potrà definire così – in certa misura artigianale, di poesia e di plurime iniziative editoriali (1): ed è la geografia dei luoghi, perfettamente ricostruita e raccontata, a catturare in primo luogo l’attenzione, come se fosse, il luogo, non separabile dalle iniziative editoriali, dagli incontri, dalla vitalità stessa di quella “fabbrica letteraria”.

Dirò subito che mi colpisce, mi ha colpito, la coincidenza, e insieme la evidente discrepanza, tra quel bisogno di persistenza in una realtà topograficamente, geograficamente perimetrata, periferica, localizzabile sino nelle coordinate fisiche dei colori, degli odori, dell’incidenza della luce o del buio, dell’alternarsi del ritmo stagionale e del rapporto interno-esterno (l’esterno subito contiguo ai muri di casa), e il carattere delocalizzato, a più livelli, sprovincializzato, cosmopolita, multimediale, internazionale, delle esperienze che vi trovarono un ancoraggio. Luogo di formazione e iniziazione, insomma, per alcune tra le figure di artisti più delocalizzate e nomadi che sia dato conoscere. Luogo di sperimentazione assoluta, che richiedeva un trasporto totale, coinvolgente, quel Mulino (certo: “Chi va al mulino s’infarina”: ma in che modo, insomma?). Aveva naturalmente influito, sulla opzione per quel rifugio che si poneva fin da subito come tutt’altro che un “buen retiro”, una ben definita stagione storica, con le vicende legate alla chiusura di “Quindici” e la messa in crisi di posizioni ideologiche, e certa delusione o stanchezza di scelte direttamente impegnate (2). Il termine “impegno” non piaceva, si sa, a Spatola, e si potrebbe discorrere a lungo sulle motivazioni che gli facevano preferire la parola “protesta”: basterebbe riandare a quella sua recensione allo Pseudobaudelaire (1964) di Costa pubblicata sul “Verri”, 18, dicembre 1964, o ancora al suo intervento su Poesia apoesia poesia totale uscito su “Quindici”, n. 16, 1969, e accolto da un nugolo di polemiche per la messa in discussione dell’esistenza stessa della poesia, o del suo divenire succube di una pratica mondana al servizio dell’industria culturale (se potessi aprire una parentesi, rinvierei anche alla recensione dedicata da Spatola, pochi anni dopo, nel ’72, a Metropolis di Antonio Porta, dove vengono ribaditi i medesimi concetti). Continua a leggere “Il "Mulino" di Bazzano: spazio protetto di delocalizzazione”