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Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso. Continua a leggere “Le poesie italiane di questi anni”

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Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso.

Per la ricchezza di esperienze, questo primo segmento del secolo può essere paragonato al periodo fra il 1911 e il 1925, quando compaiono le prime opere dei poeti nati negli anni Ottanta dell’Ottocento (i Colloqui nel 1911, i Frammenti lirici nel 1913, i Canti Orfici e Pianissimo nel 1914, Il porto sepolto e L’Allegria fra il 1916 e il 1919, il primo Canzoniere nel 1921, Ossi di seppia nel 1925), oppure al quindicennio 1956-1971, quando escono alcune delle opere più importanti di Bertolucci, Caproni, Fortini, Giudici, Luzi, Montale, Pagliarani, Pasolini, Raboni, Rosselli, Sanguineti, Sereni, Zanzotto. Per la poesia italiana, dunque, il primo quindicennio del Ventunesimo secolo è un periodo particolarmente vivace. Ma di cosa parlano i libri di poesia degli anni Zero? Quali modelli hanno? Che immagini dell’uomo trasmettono?

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Note in margine a "Avventure minime" di Alessandro Broggi (Transeuropa, 2014)

Giovanni Turra

Sul piano tematico, l’analisi del quotidiano e dei suoi particolari inappariscenti è, mi pare, la nota elettiva della scrittura di Alessandro Broggi: non semplice spunto o dato occasionale, ma suo principio essenziale, che si sviluppa sia in estensione che in profondità.

In altre parole, l’esattezza emotiva e la profondità psicologica che informano i fascicoli, i paesaggi, gli abstracts di Avventure minime (Massa, Transeuropa 2013) hanno il loro veicolo espressivo privilegiato nell’allestimento di una minutissima partitura di dettagli: una presa rappresentativa del reale tanto più netta quanto più dotata di mobilità analitica.

Di poi, con una lucida intelligenza del dolore e con un pessimismo la cui secchezza respinge ogni compiacimento, l’autore si sofferma nelle cupe stazioni del nostro pellegrinaggio esistenziale. Al riguardo, mi preme rilevare come il sarcasmo non escluda la pietà, il buio non cancelli del tutto la luce, l’ironia non si raggeli mai in ghigno o in maschera.

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Alcuni appunti introduttivi alla serata di presentazione milanese – con interventi critici di Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena – de "i camminatori" di Italo Testa (18 dicembre 2013)

di Alessandro Broggi

Buona sera a tutti, ho il piacere di introdurre questa sera alla presentazione de “i camminatori”, raccolta di poesia vincitrice del Premio Ciampi Valigie Rosse 2013. Il libro è corredato da alcune fotografie in bianco e nero di Riccardo Bargellini e da una nota di Paolo Maccari, coordinatore del premio letterario nonché a sua volta poeta. Dal volume è stato anche tratto un video (visibile sui siti web Doppio zero e Le parole e le cose), che accosta la lettura dei testi da parte dell’autore ad alcuni scatti dell’artista Margherita Labbe.

Da un punto di vista generale, rispetto ai lavori precedenti di Testa questo libro mi pare un passo ulteriore in direzione, per così dire, della de-liricizzazione del testo, ma al contempo anche del rafforzamento della dimensione poematica, macrotestuale, qui stringente.

“i camminatori”, mi sembra, sorprende immediatamente per la sua trasparenza progettuale, presentando – per così dire – un perfetto rispecchiamento tra la ricorsività ritmica di una metrica molto originale, costruita (di cui meglio di me potranno dire i critici che mi succederanno questa sera), e – proprio letteralmente – il ritmo del passo, implacabilmente sfuggente e quasi meccanico dei comminatori.

Da cui discenderebbe la difficoltà di rapportarsi con loro da parte dell’io poetico, che nonostante ciò – o forse proprio per questo – tenta ripetutamente un approccio, e continua ossessivamente a monitorarli (ciascuna poesia non è che il regesto di un successivo avvistamento, e/o di un mancato contatto).

Direi anzi che, più che la rappresentazione dei camminatori, tutto il libro non è in fondo altro che il resoconto di una modalità dello sguardo, più inquieta e ossessiva del loro stesso camminare; che il tema del libro è lo sguardo del poeta che osserva, immagina e quindi “individua” i camminatori come tali, che li produce quasi – in forma pseudo-paranoica – con tutto il loro spietato, fantasmatico carattere di monocorde mistero.

Lo sguardo del poeta creerebbe insomma dei propri feticci, sfuggenti e inafferrabili, con cui autocondannare allo smacco il proprio essere soggetto lirico, che, infatti – proprio ontologicamente –, non può “afferrarli” (gli è al massimo consentito di riprodurne metricamente le movenze, come in una danza modulare richiusa su se stessa), e proprio in forza di ciò è ossessionato, e indubbiamente attratto, dal loro tremendo modello di allegorica alterità, e insieme di inumana, astratta perfezione alienata.

Questo punto mi sembra segnare una rottura rispetto ai libri precedenti di Italo Testa, in cui erano ancora molto presenti, se pur spesso in modo problematico, gli elementi della corporeità/fisicità e della relazione.

Ancora rispetto ai lavori precedenti del poeta, da un punto di vista dell’ambientazione, il paesaggio, lo spazio urbano, per lo più interstiziale, quasi tipizzato e presente solo in funzione degli attanti (i camminatori e lo sguardo che li dice/produce), è psicogeograficamente prevalente. Questo carattere dominante di astrattezza metropolitana incide anche su un piano metaforico: la simbologia complessiva, evidente anche in altri lavori di Italo e spesso legata ad elementi naturali – penso alla pianta dell’ailanto di un altro suo celebre testo – se pur qui fondativa (e onnipresente), nella figura dei camminatori finisce per risultare sospesa, fertilmente aperta.

Da ultimo, dal punto di vista degli strumenti, dispositivo metrico a parte, mi è sembrato di notare –  e apprezzare – una somiglianza con alcuni dispositivi del primo Porta, quanto a incardinamento del testo su un’insistita predicazione verbale; per la poematicità, e per stilemi legati a una certa opacità referenziale, non mi sembra invece troppo fuori luogo portare l’esempio di certo ultimo Caproni.

Ma, meglio di quanto possa fare io, di queste cose e della loro lettura della raccolta parleranno con l’autore i nostri ospiti di questa serata: Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena.

TESTO LETTO IN OCCASIONE DI UN READING PERSONALE PRESSO L’ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI BRERA (21 GIUGNO 2013), NELL’AMBITO DEL CICLO DI INCONTRI “TRANSIZIONI ARTE_POESIA”

di Alessandro Broggi

Buongiorno.

Vorrei prima di tutto ringraziare Italo Testa, le docenti dell’Accademia di Brera e la stessa Accademia per avermi offerto la possibilità, per la prima volta, di ripercorrere – se pur necessariamente in modo non scientifico, per punti e di sorvolo – il mio percorso di studio dell’arte e della critica d’arte contemporanea in quanto autore di versi e prosa. È questo infatti uno dei principali vettori teorici della mia ricerca con la scrittura (non certo l’unico; se questo mio discorso apparirà in tal senso univocizzante lo sarà soltanto per maggiore semplicità e chiarezza). Continua a leggere “TESTO LETTO IN OCCASIONE DI UN READING PERSONALE PRESSO L’ACCADEMIA DELLE BELLE ARTI DI BRERA (21 GIUGNO 2013), NELL’AMBITO DEL CICLO DI INCONTRI “TRANSIZIONI ARTE_POESIA””

Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum

Marco Giovenale

Una serie di appunti, schematica come quella che segue, può valere non come rapporto/supporto di poetica o campitura di un’area, ma forse come sequenza – per quanto prolissa – scarabocchiata sul notes proprio velocemente, quasi frettolosamente, prima di avventurarsi nel dialogo di Poesia13. Sul tema – o  problema – della scrittura di ricerca o delle “scritture nuove” di ricerca. (E sui modi e motivi che ha la mia di ritenersi in queste inclusa).

Se di schema rapido si tratta, non ne verrà negata la natura distratta-provvisoria, niente affatto sistematica (nemmeno in quanto distratta). (Forse la regola è: essere talmente distratti da mandare a monte la regola[rità] della distrazione).

Magari di queste pagine si apprezzerà o non disdegnerà – in ordine a una qualche riduzione di disorganizzazione – il tentato raggruppamento per zone o micronuclei: 1, lettura in pubblico (esecuzione pubblica del testo); 2, tecniche o modi di costituzione del testo; 3, struttura dei testi; 4, rapporto con testi o meglio con modi e forme già noti (cioè con qualche “tradizione”).

Per altro, tutte le notille valgono per taluni autori che nominerò; e – stando a testi miei – solo per le prose che leggerò a Rieti.

Una premessa – ultima: non si intende e non si intenda l’aggettivo “nuove” come “migliori di” altre (che sarebbero “vecchie”).

 

1. In termini di lettura in pubblico

— Carattere non (necessariamente) performativo dei nuovi testi. Un’esecuzione può non essere performance. In termini concreti la delimitazione di tale “non essere” cambia di volta in volta (in ciò, alcune scritture nuove di ricerca non offrono al momento appigli definitori, riferimenti a stili noti di esecuzione di partiture: altrimenti non sarebbero nuove nel senso di inattese; o: non ancora studiate, non ampiamente studiate. È logico).

— Se “performativo” vuol dire Continua a leggere “Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum”

Alessandro Broggi, "Coffee-table book" (Transeuropa, 2011)

Renata Morresi

Nel 1987 il poeta-critico americano Charles Bernstein in The Sophist, in polemica con una poesia come portatile bijou, tesa ad un effetto di sollievo, mossa da volontà pedagogiche di elevazione, nonché programmaticamente incontaminata dalla storia e, ovviamente, rivolta all’universale, immaginava che i fondamentalisti dell’emozione lirica pubblicassero un manuale per regolamentare ciò che si può dire in poesia (ovvero “quello che tutti sanno […] nel modo in cui tutti l’hanno già sentito”, 35), dal titolo “Acceptable Words and Word Combinations”, così che chiunque potesse finalmente scrivere solo in permutazioni derivate da questo repertorio di parole ed espressioni poeticamente “accettabili”. Continua a leggere “Alessandro Broggi, "Coffee-table book" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Andrea Inglese, ''Quando Kubrick inventò la fantascienza'' (La camera verde, 2011)

Alessandro Broggi

Quando Kubrick inventò la fantascienza è un “libro crossover” costituito da un montaggio di generi – novelle brevi, saggismo allucinato, poesia, diario – che gioca con le possibili negoziazioni tra le prospettive retorico-testuali e le modalità di pronuncia e filtro di ciascuno di essi. Tali forme ruotano attorno a un oggetto privilegiato: il film 2001 Odissea nello spazio, motivo d’innesco per meditazioni e divagazioni fantasiose, problematiche interpretazioni ed esegesi del film svolte anche ludicamente – allo scrittore perterrebbe qui lo status di operatore transmediale, editor delle narrative esplicite o implicite del film – e interrogazioni più generali, riflessioni narranti che si svolgono anche per trapassi di aneddoti, veri o immaginati, occasionate dal film ma in cui il merito del film è schiacciato lateralmente, tentando argute traiettorie analogiche nel paesaggio esistenziale o culturale; riflessioni profonde, eppure sfuggenti e mai riduzionistiche, fluide fino al punto di non coagulazione tra le parti che compongono il volume. Continua a leggere “Recensione a Andrea Inglese, ''Quando Kubrick inventò la fantascienza'' (La camera verde, 2011)”

Il cinismo estetico di Alessandro Broggi

Antonio Loreto

 Alessandro Broggi, presente in diverse antologie e in volumi collettanei, è autore di quattro plaquette nonché di una delle sezioni di Prosa in prosa, il “fuoriformato” di Le Lettere (se n’è parlato sul “verri” n. 43) che nel 2009 radunava parte del lavoro non in versi dei sei curatori del sito di ricerca artistica e letteraria <gammm.org>: Gherardo Bortolotti, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano, e appunto Broggi[1]. Per il quale la prosa non è solo una delle due forme di scrittura da praticare (l’altra è la quartina, come in Total Living, del 2007, e come in questo Coffee-table book, uscito alla fine dell’anno passato per la collana “Inaudita” di Transeuropa), ma è piuttosto l’orizzonte estetico di riferimento, al di là delle forme. Perché infatti all’autore ciò che interessa è la dimensione estetica orizzontale, lo schiacciamento di tutte le punte espressive, la riduzione a zero del tropo complessivo della scrittura letteraria, allo scopo di scagliarsi non tanto (o non soltanto) contro la poesia più tradizionale quanto contro l’uso comune corrente massmediatico del linguaggio, secondo l’attitudine critica del primo Balestrini, esplicitamente delineata con lo scritto Linguaggio e opposizione. Secondo quell’attitudine, certamente, ma anche secondo un opposto vettore: Continua a leggere “Il cinismo estetico di Alessandro Broggi”

Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)

Antonio Loreto

(“vero e probabile è che si dica di più in prosa che non in poesia”, A. Rosselli)

 

1. A cavallo del 1870, uno scrittore poco più che ventenne, francese ma nato in Uruguay, intitola le proprie opere – tutte in prosa – Chants e Poésies e un poeta anche più giovane, nato e cresciuto nelle Ardenne, chiama una sua prosa Sonnet. Nel 1913 un francese di origine svizzera e anni ventisei, pubblica la Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France, lungo poema in versi. Mezzo secolo e una trentaduenne italiana, nata per il fatto storico a Parigi e linguisticamente prima trans- che cis-alpina, spaccia per metrico uno spazio costitutivamente prosastico (e stabilisce quali suoi ideali formali, al di sotto della contraddizione, il sonetto e la prosa).

Questa scorciata parabola delle imposture metonimiche che prosa e poesia si sono scambiate talvolta, caratterizzata da una gravitazione elastica intorno a Parigi e dal progressivo allontanamento dall’estrema giovinezza (biografica e tematica), per ora finisce qui, in questa antologia di trentasei-quarantaduenni italiani imbevuti di cultura globale – ma francese, fra le straniere, in particolare – che mettono sulla pagina quadri di vite, di opinioni, di osservazioni adulte (per misurare differenzialmente questo dato si rilegga il prato 147 di Inglese) e intellettualmente avanzate (rimando a Bortolotti), entro una matura assunzione di responsabilità supergenerica. Con quella impostura si gioca ancora, per la verità, dicendo “prosa” dove si attenderebbe “poesia”; ma si tratta di un gioco di riordino, per restituire a entrambe il corretto statuto convenzionale. Dunque Prosa in prosa. Continua a leggere “Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)”

I versi in sigla di Alessandra Cava


Niva Lorenzini

Mi si chiede di tanto in tanto di indicare quel che penso della poesia che si produce in questo difficile, protratto avvio degli anni 2000 (e siamo già al 2011, con un decennio abbondante alle spalle), e ogni volta mi trovo a rispondere che è la poesia dei giovani o giovanissimi quella che più mi interessa. Ne sono sempre più convinta.

Sufficientemente lontani dai nonni, dai padri, dai fratelli maggiori, che però hanno letto e metabolizzato a dovere, sufficientemente esperti di ciò che capita nell’orizzonte italiano e internazionale, sufficientemente pratici del rapporto tra diversi linguaggi espressivi, che spaziano dalla letteratura al cinema, dalla musica al fumetto, dalla filosofia alla scienza alle arti, la loro scrittura è spesso spiazzante rispetto a categorie in auge ancora a fine Novecento, e resta in buona parte da indagare. E’ una scrittura tutt’altro che naïve, tutt’altro che immediata e irriflessa, tutt’altro che ‘innamorata’ della parola, sia che interferisca con la prosa (non lo scrivo a caso, sto proprio pensando alla Prosa in prosa di Inglese, Bortolotti, Broggi, Giovenale, Zaffarano, Raos, e a molti tra i testi antologizzati nel recente spoglio dei Poeti degli Anno Zero presentato da Ostuni sul numero 30 della rivista “L’illuminista”), sia che si dia parcellizzata in versicoli mutili, in schemi contratti pronti a disgregarsi. Continua a leggere “I versi in sigla di Alessandra Cava”

Recensione a Alessandro Broggi, "coffee-table book" (Transeuropa, 2011)

Marco Giovenale

Che cos’è un “coffee-table book”? Un libro assimilabile alle riviste da aeroporto, da sala d’aspetto, sostanzialmente l’equivalente del modo di essere di certa ambient music. Non proprio o non soltanto un “oggetto d’arredamento”, ma pure l’installazione di un concetto o di una procedura al posto di un textus, un’inclinazione o modo (appunto), invece di un oggetto, invece di una tessitura che si pretenda conclusa-profonda, durevole, complessa. Non sarà allora un… volume da scaffale-scrigno, ma una superficie da consumo veloce e distratto, da sfogliare al caffè, precisamente. È allora questo, anche, il senso del testo più recente di Alessandro Broggi, autore già noto per diverse avventure testuali nel campo di una sperimentazione che – in poesia come in prosa – abbassa a zero o sotto zero la temperatura narrativa, e al più mima una (apparenza di) lirica soltanto per mostrarne le nervature fragili, elevando al quadrato l’ironia dei versi, il tono neutro, la natura epidermica di opere all’apparenza non strutturate. “Mi piace l’idea che tu non debba raggiungere alcuna profondità per godere di qualcosa”, recita – fra l’altro – l’epigrafe da Tobias Rehberger che apre la sequenza di poesie coffee-table book, fascicolo di testi che proprio con questo titolo Broggi pubblica ora nella collana Inaudita, di Transeuropa (accompagnato da un geniale-giocoso cd di Gianluca Codeghini, There’s nothing better than producing sounds, in sintonia e dialogo – sul fronte sonoro – con le pagine del testo).

Quelle che Broggi propone sono “ventisei quartine regolari, costruite con versi stringa che sono sintagmi-stemmi Continua a leggere “Recensione a Alessandro Broggi, "coffee-table book" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Giulio Marzaioli, "Voci di seconda fase" (Arcipelago, 2010)

Marco Giovenale

Il piccolo libro di prose che Giulio Marzaioli pubblica nella collana ChapBook delle edizioni Arcipelago, intitolato Voci di seconda fase, fa riferimento al progetto – appunto in “fasi” – iniziato dall’autore circa due anni fa con la plaquette Moduli di prima fase (La camera verde) e proseguito recentemente con un ulteriore segmento, non cartaceo ma online: Fusione di terza fase (http://www.fusionediterzafase.it), opera costituita da un video – a cura di Michele Zaffarano – in cui compaiono frammenti in asincrona lettura d’autore, provenienti dai precedenti passaggi della macro-opera testuale.

Come è esattamente configurato il progetto? Quello delle Fasi è un lavoro che si struttura (e destruttura – e riplasma) nel tempo. È un’installazione verbale che agisce sui propri elementi ricombinandoli, riconfigurando sé a ogni nuova uscita. Il primo libro, con le prose del citato Moduli, era costituito da frasi e cellule nominali ripetute, variate, mutanti. La seconda fase, quella appunto del libretto di nuove prose brevissime intitolato Voci, pubblicato da Arcipelago, ha portato Marzaioli a confrontarsi non più (non solo e non tanto) con le tecniche di cut-up e riscrittura che pure connotavano i Moduli, ma addirittura con una perdita di identità soggettiva, autoriale, dello scritto. Le “voci” che intervengono sono infatti  – in lacerti e accenni – quelle che l’autore ha intervistato, registrato e trascritto, per poi montarle riducendo drasticamente (ma non interamente) la propria azione appunto autoriale, ‘creativa’, assertiva. Continua a leggere “Recensione a Giulio Marzaioli, "Voci di seconda fase" (Arcipelago, 2010)”

Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77

Marco Giovenale


1. Corpo, gelo, tempo, oggetti


Il secondo termine del titolo scelto per questa piccola rassegna di voci poetiche, ossia il termine indistinto e plurale “generazioni”, riceve da tempo e da più parti critiche severe. Sono giustificate, a parere di chi scrive. Si parlerà qui di una generazione, meglio: quella dei nati nel decennio chiuso tra il 1968 e il 1977. Per due motivi: in primo luogo, perché alcune delle voci che ad essa appartengono, pur lette e studiate, meritano ulteriore approfondimento, attenzione e riscontro critico. E in secondo luogo perché può esser bene che il riscontro si svolga – da parte dei critici che vorranno accogliere le proposte di lettura – intorno ad alcune questioni precise e ricorrenti che i nati in quell’arco di tempo sembrano porre senza mezzi termini ai lettori.

Si viene così alla prima parte del titolo. Se parlando della poesia scritta e letta dagli anni Settanta in avanti non sono rari gli accenni a una polverizzazione delle tematiche e delle forme, tale da non permettere di ricondurre i poeti pubblicati nell’ultimo quarto di secolo a contorni troppo minutamente precisabili, è altrettanto vero che per gli autori giovani, ossia per chi giusto in anni di polverizzazione nasceva, si può ora – con esattezza difendibile – parlare di elementi di identità, coesivi di temi e stili. Si possono intravedere anzi vedere somiglianze, tracciare isoipse nel paesaggio variabilissimo delle scritture. Tanto i poeti chiamati in causa quanto i due campi tematici attorno a cui vengono raggruppati meriteranno poi approfondimenti, che qui si sollecitano: anche per ampliare la serie dei nomi in gioco; e per una – del tutto sperabile – estensione dei temi e delle categorie di riferimento.

L’ipotesi avanzata consiste nell’individuare, nel/dal complesso delle voci, alcuni nodi tematici e formali comuni, tra i quali due possono essere per il momento evidenziati: quello relativo a una nuova scrittura antirealistica fredda; e quello di una poesia della visibilità e dicibilità del mondo (senza neorealismo, e senza astrazione). In questa prima sezione Continua a leggere “Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77”