Tag: Alfonso Berardinelli

Ricordare Baldacci (a dieci anni dalla morte)

Andrea Cortellessa

 

Il più crudele dei mesi è luglio, altroché. La memoria pubblica, nei fatti di letteratura, è già corta, cortissima; la vacanza – in tutti i sensi – dei mezzi d’informazione, non aiuta. Fatto sta che la ricorrenza dei dieci anni dalla morte di Luigi Baldacci, uno dei grandi critici del nostro Novecento, caduta il 27 luglio, ha dovuto attendere il 12 agosto per essere ricordata. Com’era giusto e naturale, dal suo più convinto e conseguente discepolo, Massimo Onofri: sul domenicale del Sole 24 ore. L’unicità di Baldacci, suonava il titolo del suo articolo; ma fa tanto più specie, l’unicità di Massimo Onofri clamans in deserto, nel silenzio delle tante testate cui Baldacci aveva collaborato.

Il mio incontro con Baldacci fu, in tutti i sensi, tardivo. Avevo letto tanti suoi saggi, certo, come è (o era) dovere di qualsiasi studioso di Novecento in formazione. Ma erano sempre “in funzione” dell’autore cui di volta in volta – fosse Bontempelli o Papini, Tozzi o Pizzuto – erano dedicati, mai “in funzione” di chi li aveva scritti. Giustamente Onofri contrappone a Baldacci, in questo senso, Garboli. Tanto Garboli si prendeva la scena, sempre anteponendosi ai propri oggetti (strategia remunerativa se ce n’è una: almeno stando alla rispettiva fortuna, in vita e postuma), quanto Baldacci si metteva in un angolo, dietro le quinte o calato nella buca del suggeritore. Ma la sua voce a distanza di tempo, pur con tratti così poco ostentati (a differenza, ancora una volta, di quella di Garboli: tonitruante e perentoria sempre, sino alla petulanza), si riconosce eccome. Dice bene, con ossimoro barocco a lui non consueto, Onofri: «critico di parossistica intelligenza epperò di prosa sontuosamente quaresimale». E altrettanto si riconosce una linea, un Novecento di Baldacci (il quale fu studioso illustre di tanto altro, beninteso: dai petrarchisti del Cinquecento ai novellieri veristi, dall’umile musa dei libretti d’opera al prediletto – e decisivo – Leopardi).

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Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio

Matteo Marchesini

La circostanza è ormai verificabile come un teorema matematico: chi è nato nell’ultimo mezzo secolo, e sia pure in un ambiente privilegiato, è cresciuto quasi sempre privo di un gusto, di un senso spontaneamente in grado di dividere almeno alla grossa, tra i prodotti della vecchia cultura umanistica, il falso dal vero, i gioielli dalla bigiotteria: cioè privo di quel gusto o senso già appartenuto a una limitata ma solida élite, che appunto cinquant’anni fa è stata spazzata via dalla mutazione genetica dell’industria culturale.

Oggi, a fine anni zero, un intellettuale quarantenne, trentenne o ventenne, se è fortunato e avvertito, può tutt’al più faticosamente apprendere a fiutare la contraffazione dei prodotti occhieggianti a quel mondo estetico-politico oramai defunto (siano essi romanzi, saggi, poemi, trattati metafisici): a riconoscere insomma, per addestramento, l’inganno nascosto in quei pacchi mediatici e universitari su cui sono stampate etichette che seguitano a definire con gli stessi termini otto-novecenteschi opere e studi ridotti a una mostruosa e dilagante parodia di massa delle Poetiche e del Pensiero.

Se è fortunato e avvertito, uno studente di lettere e filosofia può ad esempio imparare a correggere le massicce iniezioni di poststrutturalismo francese e di neoheideggerismo, di best-sellers e di delirii comparatistici che gli vengono somministrate quotidianamente nelle nostre facoltà, con un po’ di archeologia della Scuola di Francoforte e di Simone Weil, con qualche lettura di Franco Fortini, Cesare Cases o Giacomo Debenedetti. E tuttavia, siccome simili antidoti non gli permettono certo di prosciugare il mare inquinato in cui deve giocoforza nuotare giorno dopo giorno, rischierà a ogni passo di mistificare con mossa uguale e contraria anche questi maestri già lontani: di fare cioè, per intenderci, quel che negli ultimi trent’anni è stato fatto accademicamente con la figura di Walter Benjamin. Anche l’Industria Culturale, anche l’avversione per i nuovi Sacerdoti o Tecnocrati delle scienze umane possono insomma trasformarsi per lui in un orizzonte apocalittico troppo generico e fungibile, in un troppo corrivo e cristallizzato alibi di partenza. Continua a leggere “Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio”