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Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum

Marco Giovenale

Una serie di appunti, schematica come quella che segue, può valere non come rapporto/supporto di poetica o campitura di un’area, ma forse come sequenza – per quanto prolissa – scarabocchiata sul notes proprio velocemente, quasi frettolosamente, prima di avventurarsi nel dialogo di Poesia13. Sul tema – o  problema – della scrittura di ricerca o delle “scritture nuove” di ricerca. (E sui modi e motivi che ha la mia di ritenersi in queste inclusa).

Se di schema rapido si tratta, non ne verrà negata la natura distratta-provvisoria, niente affatto sistematica (nemmeno in quanto distratta). (Forse la regola è: essere talmente distratti da mandare a monte la regola[rità] della distrazione).

Magari di queste pagine si apprezzerà o non disdegnerà – in ordine a una qualche riduzione di disorganizzazione – il tentato raggruppamento per zone o micronuclei: 1, lettura in pubblico (esecuzione pubblica del testo); 2, tecniche o modi di costituzione del testo; 3, struttura dei testi; 4, rapporto con testi o meglio con modi e forme già noti (cioè con qualche “tradizione”).

Per altro, tutte le notille valgono per taluni autori che nominerò; e – stando a testi miei – solo per le prose che leggerò a Rieti.

Una premessa – ultima: non si intende e non si intenda l’aggettivo “nuove” come “migliori di” altre (che sarebbero “vecchie”).

 

1. In termini di lettura in pubblico

— Carattere non (necessariamente) performativo dei nuovi testi. Un’esecuzione può non essere performance. In termini concreti la delimitazione di tale “non essere” cambia di volta in volta (in ciò, alcune scritture nuove di ricerca non offrono al momento appigli definitori, riferimenti a stili noti di esecuzione di partiture: altrimenti non sarebbero nuove nel senso di inattese; o: non ancora studiate, non ampiamente studiate. È logico).

— Se “performativo” vuol dire Continua a leggere “Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum”

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Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)

Marco Giovenale

Quello che è stato sempre in evidenza (e ha rappresentato e rappresenta la ricchezza) del particolare timbro di voce della scrittura di Andrea Raos, trova una conferma addirittura paradigmatica nel compatto, breve testo i cani dello Chott el-Jerid, ospitato dalla collana ChapBook diretta da M. Zaffarano e G. Bortolotti per l’editore Arcipelago. In cosa consiste la natura esemplare del libro? Nel portare a un estremo di incandescenza tutte le punte solo apparentemente divergenti dell’arco di stili che Raos ha presenti e impiega: lirica d’aspetto lineare, felicità aforistica, microracconto, scrittura della crudeltà (che registrava un picco verticale nel precedente Le api migratori, Oèdipus, 2007), espressionismo in nessun caso gratuito, elencazioni, gioco linguistico. Tutte linee, queste appena citate, a cui si aggiunge una netta presenza di (e forse fede nel) paradosso, e nella contraddizione.

Partiamo proprio da quest’ultima marca stilistica (singolarmente sottolineata in questo caso). Il libretto – composto di prose e poesie – prende avvio da un testo che, pur sintetico, agisce precisamente da vero e proprio accumulatore di contrasti, asserzioni in guerra fra loro (ma non con la lettura che è comunque possibile darne): “racchiudeva il dolore all’esterno”, “implodendo, schiuso in sé”, “accanto e ritornavi, accanto e stavi”. L’appressamento all’area desertica del Chott el-Jerid, in Tunisia, e il fissarvi sguardo tanto attento quanto indugiante e però mobile (come da telecamera, come nel video dedicato al medesimo luogo da Bill Viola nel 1979), sono atti e assenze di atti che ben si attagliano alla “linea del sale”, all’aridità del dolore, del male, del pane altrui, e all’attraversamento della mancanza, di un affetto scomparso, che il testo di Raos sembra avere nel centro, lacuna nodale, non detta in pieno e – proprio per paradosso – sempre in apice, esposta. La sofferenza – entità costante e costantemente paradossale nel suo motivare la percezione disintegrandola – trova proprio in un “paradossale sirratte” il correlativo e oggetto allegorico pressoché ideale. (Il sirratte è un uccello che ha il paradosso inscritto fin nel proprio nome scientifico: syrrhaptes paradoxus). Quella che si profila è la scultura o incisione in effetti indelimitabile di una solitudine, in buona sostanza. Così è il deserto, coi suoi margini imprecisi. Il deserto come cangiante elemento installativo chiama dunque le parole ad appropriarsi del suo proprio senso non in veste di simbolo, o codice e sintesi già dati, ma come struttura allegorica prensile, capace di molti vettori di significato. Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)”

Le inospitali storie di Jahnn

Michele Sisto

Nella sua autobiografia recentemente tradotta in italiano (Guerra senza battaglia, Zandonai) Heiner Müller racconta di un viaggio in taxi, a Berlino Est nel 1959, insieme allo scrittore antifascista Ludwig Renn e Hans Henny Jahnn, allora sessantacinquenne. «Naturalmente mi interessava soprattutto Hans Henny Jahnn», precisa. Dall’incontro non ricava molto, se non, dopo essersi acceso una sigaretta, una reprimenda a due voci su quanto il fumo faccia male alla salute. Ma dietro la consueta, beffarda impassibilità con cui l’aneddoto viene riferito, traspare l’eccitazione del giovane scrittore, appena premiato per lo Stakanovista, che ha l’occasione di conoscere un maestro.

Jahnn: «Uno dei maestri segreti della prosa del Novecento» lo definisce sul risvolto di copertina Domenico Pinto, che cura l’edizione di queste 13 storie inospitali (nonché la coraggiosa collana ‘Arno’ che le ospita per i tipi di Lavieri). Jahnn l’espressionista: che nel 1923 aveva esordito col crudo dramma Pastor Ephraim Magnus, messo in scena dal giovane regista Bertolt Brecht. Jahnn il modernista: che con il romanzo fiume Perrudja, pubblicato nel 1929, era stato tra i primi a proseguire la rivoluzione joyciana in lingua tedesca, suscitando l’entusiasmo di Alfred Döblin. Jahnn l’inclassificabile: che nelle duemila pagine della trilogia Fluß ohne Ufer (Fiume senza rive), uscita nel 1949-50, si propone nientemeno che di inaugurare un nuovo principio di rappresentazione romanzesca, costruendo i personaggi non sulla base di un «carattere», la cui coerenza considera del tutto fittizia, ma come contraddittoria manifestazione di una natura innanzitutto corporea, come «risultato di un’attività secretiva». Hans Henny Jahnn (al secolo Hans Henry Jahn), dove Henny è il diminutivo Henriette: che è noto e apprezzato solo da una ristretta cerchia di scrittori e per il resto gode di pessima fama («Non assomiglio per niente a quel che si dice di me», scrive nel ’32). Ed è proprio per questo che Müller fa le viste di preferirlo – «naturalmente» – all’(allora) assai più celebre quanto convenzionale Ludwig Renn. Jahnn è uno scrittore scandaloso. Continua a leggere “Le inospitali storie di Jahnn”

Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)

Antonio Loreto

(“vero e probabile è che si dica di più in prosa che non in poesia”, A. Rosselli)

 

1. A cavallo del 1870, uno scrittore poco più che ventenne, francese ma nato in Uruguay, intitola le proprie opere – tutte in prosa – Chants e Poésies e un poeta anche più giovane, nato e cresciuto nelle Ardenne, chiama una sua prosa Sonnet. Nel 1913 un francese di origine svizzera e anni ventisei, pubblica la Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France, lungo poema in versi. Mezzo secolo e una trentaduenne italiana, nata per il fatto storico a Parigi e linguisticamente prima trans- che cis-alpina, spaccia per metrico uno spazio costitutivamente prosastico (e stabilisce quali suoi ideali formali, al di sotto della contraddizione, il sonetto e la prosa).

Questa scorciata parabola delle imposture metonimiche che prosa e poesia si sono scambiate talvolta, caratterizzata da una gravitazione elastica intorno a Parigi e dal progressivo allontanamento dall’estrema giovinezza (biografica e tematica), per ora finisce qui, in questa antologia di trentasei-quarantaduenni italiani imbevuti di cultura globale – ma francese, fra le straniere, in particolare – che mettono sulla pagina quadri di vite, di opinioni, di osservazioni adulte (per misurare differenzialmente questo dato si rilegga il prato 147 di Inglese) e intellettualmente avanzate (rimando a Bortolotti), entro una matura assunzione di responsabilità supergenerica. Con quella impostura si gioca ancora, per la verità, dicendo “prosa” dove si attenderebbe “poesia”; ma si tratta di un gioco di riordino, per restituire a entrambe il corretto statuto convenzionale. Dunque Prosa in prosa. Continua a leggere “Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)”

Su "Le api migratori" di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)

Federico Federici

Al vento che chiede «perché voli?»
ribatte l’ape la domanda: «perché soffi?»

 

Se un antefatto è da cercarsi all’origine di un libro, Le api migratori prendono spunto dagli esperimenti del biologo brasiliano Warwick Estevam Kerr nel laboratorio di Rio Claro, nello Stato di San Paulo, nella prima metà degli anni Cinquanta. Kerr incrociò Apis mellifera scutellata, originaria dell’Africa centro-orientale, con sottospecie europee (Apis mellifera mellifera, Apis mellifera ligustica e altre), nel tentativo di ottenere un ibrido docile e produttivo, più adatto ai climi tropicali dell’America centro-meridionale. Nacquero così le api africanizzate, meglio note come “api assassine” che, accanto a una migliore efficienza produttiva, manifestano però tratti ereditati dall’antenato africano, quali la tendenza a sciamare in cerca di cibo seguendo le stagioni e una spiccata aggressività a difesa della zona intorno all’alveare, con attacchi protratti a lungo raggio. Ci sono casi documentati di occupazione e sottomissione di colonie d’api preesistenti. Altro aspetto che le distingue dal tipo europeo è il frequente insediamento nelle cavità del terreno. Sfuggite per errore dal laboratorio di Kerr nel 1957, sono migrate a nord attraverso il Messico. Per effetto di ripetuti incroci con api del ceppo europeo già presenti sul territorio, i caratteri aggressivi si sono gradualmente attenuati, ma l’allarme resta alto soprattutto nelle aree urbane più densamente popolate. In alcuni Stati, come la Florida, si sono attivate vere e proprie campagne di informazione e messi a punto protocolli di intervento (African Bee Action Plan), per fronteggiare l’eventualità di un attacco in sciame. Ampio rilievo hanno in letteratura le statistiche su casi documentati, fatali a uomini o animali.
Con questa premessa, è possibile inquadrare una prima struttura nel lavoro di Raos, Continua a leggere “Su "Le api migratori" di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)”

Recensione a Andrea Raos, "I cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)

Francesca Matteoni

Il Chott el-Jerid è un deserto, un lago salato, agglomerato di sabbie e cristalli rocciosi. Ma alla prima pagina dell’intensissima opera poetica di Andrea Raos che qui si ambienta, sapremo di entrare in un luogo privato/perduto, una casa inospitale in cui le concrezioni minerali escono come da sotto le palpebre, dalla saliva, da un rumore nel ventre. Il libro alterna prose a brevi poesie, dove l’allitterazione, le assonanze creano una nenia struggente che culla il lettore in quella zona d’ombra dell’amore quando si fa geografia dell’assenza e del desiderio (Come vado via dalla vita / così esco da te, tintinno piano). In questa desolazione si muovono poche figure emblematiche: l’io e il tu di una storia, paralizzato il primo in una distanza che sembra non aver allontanato o sanato nulla (mi inabisso nei miei mali / come spine inorgoglite del palmo), interlocutore muto il secondo; i cani, del titolo, presenze infernali e tuttavia inermi; un uccello del deserto, il sirratte, quasi proiezione sciamanica dell’io mandata in avanscoperta, ma anche e soprattutto incarnazione di quella parte di noi indifferente alla sofferenza, che ci fa dubitare della sincerità di ogni nostro sentire. Se questa lingua poetica affonda e ferisce, infatti, non è per la sua capacità di prendere atto del dolore, ma, al contrario per l’arrendersi a quello stato spiacevole di inadeguatezza alle passioni, per la sua discesa lenta in un limbo di immobilità, in cui i sentimenti per essere accolti devono scandirsi nell’elencazione di elementi – piante, oggetti, parti e secrezioni del corpo, che tornano circolarmente gli uni sugli altri, come una litania, una costrizione al vero, a quel poco di sensibile che resta. Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, "I cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)”

I versi in sigla di Alessandra Cava


Niva Lorenzini

Mi si chiede di tanto in tanto di indicare quel che penso della poesia che si produce in questo difficile, protratto avvio degli anni 2000 (e siamo già al 2011, con un decennio abbondante alle spalle), e ogni volta mi trovo a rispondere che è la poesia dei giovani o giovanissimi quella che più mi interessa. Ne sono sempre più convinta.

Sufficientemente lontani dai nonni, dai padri, dai fratelli maggiori, che però hanno letto e metabolizzato a dovere, sufficientemente esperti di ciò che capita nell’orizzonte italiano e internazionale, sufficientemente pratici del rapporto tra diversi linguaggi espressivi, che spaziano dalla letteratura al cinema, dalla musica al fumetto, dalla filosofia alla scienza alle arti, la loro scrittura è spesso spiazzante rispetto a categorie in auge ancora a fine Novecento, e resta in buona parte da indagare. E’ una scrittura tutt’altro che naïve, tutt’altro che immediata e irriflessa, tutt’altro che ‘innamorata’ della parola, sia che interferisca con la prosa (non lo scrivo a caso, sto proprio pensando alla Prosa in prosa di Inglese, Bortolotti, Broggi, Giovenale, Zaffarano, Raos, e a molti tra i testi antologizzati nel recente spoglio dei Poeti degli Anno Zero presentato da Ostuni sul numero 30 della rivista “L’illuminista”), sia che si dia parcellizzata in versicoli mutili, in schemi contratti pronti a disgregarsi. Continua a leggere “I versi in sigla di Alessandra Cava”

Andrea Raos. Un lirismo geneticamente modificato

Andrea Inglese

 La figura di Andrea Raos, classe 1968, è una delle più difficilmente definibili nel panorama poetico italiano. Esordisce nel 1996 con la raccolta Discendere il fiume calmo, che parrebbe situarsi in una zona intermedia tra l’affermazione distaccata, ironica, della norma, propria delle correnti neometriche, e una esigenza di rinnovare il paradigma lirico, non negandogli una dimensione veritativa. Nel corso del tempo, però, emerge un’attitudine di spregiudicata sperimentazione, che investe forme e metri delle tradizione per innovarli, deformarli, e non di rado stravolgerli. Questo è ciò che accade in Aspettami, dice del 2003, e in modo radicale e definitivo nel libro ancora parzialmente inedito Lettere nere. Un’autografia. Lettere nere è un libro anticipatore, non solo perché riunisce in una stessa architettura testuale brani in versi e in prosa, ma perché insiste nel salvaguardare una sorta di canto, contaminandolo con una quantità di materiali eterogenei, antilirici, saggistici, narrativi. L’estremo ripiegarsi su di sé, sul proprio idioma oscuro, della voce lirica, che sonda in continuazione un terreno di prossimità, incandescente e autobiografico, si fa nello stesso tempo strumento di captazione di una quantità di elementi provenienti dal mondo, da universi artistici, storici e culturali più disparati (dai videogiochi elettronici ai fumetti, dai film di fantascienza alla musica jazz e colta). Continua a leggere “Andrea Raos. Un lirismo geneticamente modificato”

Recensione a Andrea Raos, “Le api migratori” (Oèdipus, 2007)

Domenico Pinto

Dopo il volume Aspettami, dice (Pieraldo 2003), in cui erano adunati i versi del decennio 1992-2002, Andrea Raos, yamatologo vagante e propulsore, dal blog collettivo Nazione Indiana, di tanta poesia contemporanea, ha chiuso in libro il disegno di un epos fantascientifico in cinque tempi: Le api migratori (Oèdipus, collana «Liquid», pp. 136, € 10,00). Scheggiato via da un filone quasi esaurito, che ha l’archetipo nel film The Swarm (1978), Le api ricava dai topoi cinematografici la propria armatura narrativa; tuttavia, come spesso è dichiarato ad incipit dei ‘film di mostri’, si tratta d’una storia vera: nel 1956 furono importate in Amazzonia dall’Africa, allo scopo di creare una specie più produttiva, api da ibridare con quelle locali. Una mutazione produsse le cosiddette «api assassine», che fuggirono dal laboratorio e migrarono verso nord, risalendo il continente americano fin nel cuore del Nevada, per seminare il panico fra la popolazione. Da questa sinopia Raos avvia un’intensa riflessione sull’era della tecnica e sulle meccaniche che incessantemente distruggono e riformano i tessuti della società. La prospettiva sarà, ancora una volta per speculum in aenigmate, quella degli api militari – con forzatura morfologica già nel titolo, dove è grammaticalizzata la mutazione – pronte a eseguire quanto inscritto nel loro DNA: nella parte prima (Api-muta. Inverno, autunno) lo sciame è agito dal raptus micidiale («Ed ora che passato / passava tutto, intero, per intero, / e su ciò che diventa, si avventa»), ossessione di consonanti liquide («Terra, terra, terra tremante, terrosa, terra / trema, trova, terra, torrente, torre, terragna, terra / tirata, tratta, stretta, terra, terramara / erra, rena, nera, nero, era») che d’improvviso comunicano a distanza con le «fere», i delfini mana di morte in Horcynus Orca («Che freme, fera, e che pertugio, che si inclina, nera, che si incrina, sfera»). All’interrogazione verso l’origine, il cui apologo è tracciato dalla Favola delle api («Ma come è cominciato, che divisi? / Adesso è come sera, che mattina, cosa dicono, che buio») seguirà la splendida sezione del Dialogo delle api con Marco Anneo Lucano, dove vengono rifusi moduli della Farsaglia, alimentando, attraverso un altro Vexierbild, i quadri con segreto della nostra contemporaneità. Per questa «iniezione del fantascientifico nel testo lirico» (secondo una felice formula di Gherardo Bortolotti), per gli esiti raggiunti da una frantumazione melodica e sintattica sagomata sul pensiero dell’alterità assoluta, serrati nel suo orizzonte i furori della PlayStation e i romanzi di Hans Henny Jahnn, Le api migratori rappresenta veramente un unicum nel nostro scenario poetico. «Non è niente nascere: è un cominciare, un fremere, un cominciare a fremere. / Trema, premere. / E non sa niente crescere, non crede a niente. / È fruscìo di qualche onda. / Mentre scrosciano gli anni / simula il dissimile / questo frusciare d’onda. E intanto il sempre uguale / che chiamato fiato».

Domenico Pinto

[già in “Alias”, sabato 9 febbraio 2008, Anno 11 – N. 6 (493)]

Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77

Marco Giovenale


1. Corpo, gelo, tempo, oggetti


Il secondo termine del titolo scelto per questa piccola rassegna di voci poetiche, ossia il termine indistinto e plurale “generazioni”, riceve da tempo e da più parti critiche severe. Sono giustificate, a parere di chi scrive. Si parlerà qui di una generazione, meglio: quella dei nati nel decennio chiuso tra il 1968 e il 1977. Per due motivi: in primo luogo, perché alcune delle voci che ad essa appartengono, pur lette e studiate, meritano ulteriore approfondimento, attenzione e riscontro critico. E in secondo luogo perché può esser bene che il riscontro si svolga – da parte dei critici che vorranno accogliere le proposte di lettura – intorno ad alcune questioni precise e ricorrenti che i nati in quell’arco di tempo sembrano porre senza mezzi termini ai lettori.

Si viene così alla prima parte del titolo. Se parlando della poesia scritta e letta dagli anni Settanta in avanti non sono rari gli accenni a una polverizzazione delle tematiche e delle forme, tale da non permettere di ricondurre i poeti pubblicati nell’ultimo quarto di secolo a contorni troppo minutamente precisabili, è altrettanto vero che per gli autori giovani, ossia per chi giusto in anni di polverizzazione nasceva, si può ora – con esattezza difendibile – parlare di elementi di identità, coesivi di temi e stili. Si possono intravedere anzi vedere somiglianze, tracciare isoipse nel paesaggio variabilissimo delle scritture. Tanto i poeti chiamati in causa quanto i due campi tematici attorno a cui vengono raggruppati meriteranno poi approfondimenti, che qui si sollecitano: anche per ampliare la serie dei nomi in gioco; e per una – del tutto sperabile – estensione dei temi e delle categorie di riferimento.

L’ipotesi avanzata consiste nell’individuare, nel/dal complesso delle voci, alcuni nodi tematici e formali comuni, tra i quali due possono essere per il momento evidenziati: quello relativo a una nuova scrittura antirealistica fredda; e quello di una poesia della visibilità e dicibilità del mondo (senza neorealismo, e senza astrazione). In questa prima sezione Continua a leggere “Questioni e generazioni: alcuni autori nati negli anni 1968-77”

Recensione a Andrea Raos, Le api migratori (Oèdipus, 2007)


Viola Amarelli

All’alba siamo come gli animali:
non è un risveglio, è scatto
di paura per via del gelo della notte che l’oblio consuma
e richiamato dal tepore della prima luce
è gelo ricordato dal rifulgere
che l’oblio frantuma.

“Le api migratori” di Andrea Raos (Oèdipus, 2007) “sotto ‘l velame” di un poemetto “allegorico” percorrono un tracciato di ricerca ontologica, e formale,  sull’inesplicabilità del male e – di converso – sull’insensatezza del vivere.

In questa scelta incline al pessimismo cosmico di eco leopardiana e a un esistenzialismo naturalistico  alla  Lucrezio –  presente sottotraccia nel libro – la “fabula”, partendo da un episodio reale, si incentra su: la fuga dal laboratorio di uno sciame di api geneticamente modificate con la loro scia di violenza e morte; la catabasi in un’arnia sotteranea dove, in dialogo con Lucano e il suo Bellum Civile, si ribadisce l’innata curvatura di dominio e di crudeltà presente in tutta la natura, umana e non; l’epifania di due  api “solitarie”  che, in un flusso di elegiaca e lucida autoconsapevolezza, registrano l’inanità dell’amore (non è niente. Un’aria portavoce) a fronteggiare l’orizzonte, di dolore e assurda furia, tipico di una schopenhaueriana volontà di vivere (urla la vita). Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, Le api migratori (Oèdipus, 2007)”

Recensione a Andrea Raos, “Le api migratori” (Oèdipus, 2007)

Gherardo Bortolotti

L’ultimo libro di Andrea Raos (Le api migratori, Oèdipus 2007) si basa su un paradosso estremamente vivo e provocante, ovvero quello tra la forza lirico-sentimentale dei versi e la dissoluzione morfologico-sintattica del dettato, che mette in gioco un unico tema maggiore, cioè quello della “mutazione”, letto su e attraverso più livelli. Il testo, di per sé, consiste in un poemetto in cinque parti che ricostruisce, in presa diretta, per impressioni, conversazioni, monologhi, scorci di narrazione, i casi che seguono alla fuga di uno sciame di api mutanti da un laboratorio. Una coppia di api decide di staccarsi e, nel tentativo di ricostruire un tipo di comunità diversa dallo sciame, basata sulla coppia appunto, segue a ritroso il processo evolutivo della specie fino alla condizione originaria delle api come animali non sociali. Il poemetto, in questa narrazione, riprende da una parte uno dei temi principali della fantascienza, soprattutto degli anni ‘50, e soprattutto cinematografica, e dall’altra quello a cui lo stesso autore si riferisce come ad un “fatto vero”, ovvero la creazione indesiderata, in Brasile e di nuovo negli anni ‘50, delle cosiddette “api assassine”, ovvero una variante d’ape estremamente aggressiva, frutto dell’incrocio, a scopi di maggior produttività mellifera, di api africane con api europee.

Le dimensioni che costituiscono il paradosso sono diverse, tutte centrifughe e, in un modo o nell’altro, inconciliabili: la trama fantascientifica, l’estrema raffinatezza del lavoro ritmico sul dettato, il tono letteralmente patetico dei passaggi, il fatto che venga assunto il punto di vista di due api, il minuto lavorìo sulla decostruzione grammaticale e dell’ordine frasale, la matrice lirica del testo, la tematica della mutazione genetica, il riferimento ad un fatto di cronaca. Nonostante la loro incongruenza, tutti questi elementi sono riuniti in un sistema solido e vivo, in grado di operare un affascinante spostamento del centro lirico. La direzione sembra essere quella di un superamento dell’antropocentrismo implicito nella poesia lirica, tanto più stimolante in un’epoca, come la nostra, in cui l’intervento dell’uomo sullo “stato di natura” è talmente profondo (si pensi, tra le tante cose, all’ingegneria genetica, all’effetto serra, all’antropizzazione radicale del pianeta) da avere riflessi diretti sullo statuto stesso della condizione umana e di ciò che, in essa, è “naturale”.

Vediamo brevemente alcune di queste dimensioni, nel loro agire all’interno dell’opera, e consideriamo particolarmente due possibili opposizioni, che riescono ad imprimere al testo quella sua particolare e seducente deriva. I due assi lungo cui vorrei leggere il testo di Raos sono, allora, l’opposizione tra la trama fantascientifica e la matrice patetica delle vicende, da una parte, e, dall’altra, l’opposizione tra la musicalità finemente lirica della versificazione e le incongruenze grammaticali che attraversano il dettato (e di cui già il titolo Le api migratori, con quella concordanza mancata, è l’epitome e l’esempio). Quello che vorrei sottolineare è che entrambe le opposizioni veicolano il tema della mutazione (e, di conseguenza, dell’antropocentrismo e del suo superamento) attraverso una specie di “grammaticalizzazione” della mutazione stessa.

Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, “Le api migratori” (Oèdipus, 2007)”

Appunti sulla poesia in prosa e/o viceversa

Marco Simonelli

Poema in prosa? Prosa poetica? Come si chiama quella roba che i poeti scrivono senza andare a capo? E perché un poeta (che in genere si avvale di unità versali per comporre un testo) prende a scrivere tutto di seguito? È poi vero che questo famigerato poème en prose sia più praticato all’estero che in Italia? Partiamo da Baudelaire col suo Le Spleen de Paris e muoviamoci verso le versificazioni futuriste più di rottura, procediamo in direzione de La Notte campaniana ed esploriamo alcune scritture del nostro ’900 oggi fra le più trascurate dai lettori come quelle di Jahier e Gatto. È questo il percorso della prima parte di un saggio di Paolo Giovannetti Dalla poesia in prosa al rap – Tradizioni e canoni metrici nella poesia italiana contemporanea uscito l’anno scorso da Interlinea. Giovannetti, oltre ad essere un ineccepibile studioso e conoscitore della poesia italiana, è un critico che ha il pregio di esprimersi con estrema e studiata chiarezza di linguaggio, pregio che lo rende accessibile anche ad un pubblico non necessariamente di studiosi o accademici. Tuttavia i suoi studi non hanno un carattere divulgativo, anzi, sono ricerche rigorose che spaziano dalla ricerca sulla tradizione della poesia italiana alle forme contemporanee e limitrofe come, nel caso di questo saggio, la canzone d’autore o il rap intesi come forma di linguaggio artistico. Giovannetti, per sparare un po’ di nomi, ha dedicato pagine a Caparezza e a Frankie HI NRG.

Dalla poesia in prosa al rap risponde ad alcune delle nostre domande iniziali. Ma noi potremmo idealmente allungare il tragitto del prose poem italiano sia esso di ispirazione lirica, con intenti narrativi, con aderenze sperimentali o semplicemente espedienti grafici. In questo caso si dovrà attraversare l’ampio territorio della neo-avanguardia e passare per molti luoghi testuali di Amelia Rosselli, Giampiero Neri e Valerio Magrelli spingendoci oltre Antonella Anedda, Gabriele Frasca, Tommaso Ottonieri e moltissimi altri per incontrare due autori nati negli anni ’70 capaci di dimostrare che questa non-forma, questo ibrido potenziale, questo “grado zero della metrica” è tutt’ora vivo e vegeto nonché praticato. Continua a leggere “Appunti sulla poesia in prosa e/o viceversa”