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Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)”

Costa volta il nastro. (Un'origine delle 'scritture nuove')

Marco Giovenale

 

È noto: Retro (1990/91) è una pagina sonora in cui Corrado Costa per minuti e minuti ripete quasi solo la parola «retro», appunto, e dà di tanto in tanto altre (esilaranti e pensose) indicazioni. Afferma – fra innumerevoli iterazioni di «retro, retro, retro, questo è il retro, state ascoltando il retro», che si tratta precisamente del retro del nastro, e che gli ascoltatori, i lettori, sono dei «testoni» che non hanno capito, che cocciutamente non intendono, non vogliono intendere, di star perdendo tempo con il lato B della cassetta, quello sbagliato, il lato dove non c’è niente, «il retro del discorso» e «della poesia», e che dovrebbero semmai girare il nastro, andare a cercare sul “davanti” del discorso e della poesia, se mai avessero intenzione di capire qualcosa, orientarsi. Per oltre sette minuti Costa insiste a rammentarci che ci troviamo sul retro e abbiamo dunque sbagliato tutto.

L’intera opera di Costa – in particolare dopo Pseudobaudelaire – è precisamente il nastro voltato – e apparentemente sbagliato – della scrittura. Il lato nuovo, in effetti, in verità: la strada che ad esempio la scrittura di ricerca francese stava già imboccando. È il nastro/testo dell’altro lato: quello in cui ricorrenze e tessiture non sono “più” così importanti; il luogo in cui l’autore ha perso ogni ruolo di cocchiere millimetrico del suono, di retore onnisciente/legiferante, soggetto-guida, pre-ordinatore delle relazioni fra lettore e pagina, fra sguardo e immagine:

Si potrebbe dire che l’immagine occupa esattamente lo spazio che il poeta si è destinato, e il poeta, come soggetto del discorso, non si è destinato nessuno spazio nel testo poetico, anche se il testo poetico si ritma del suo respiro. A questo limite, oltre il quale arriviamo al soggetto, finisce tutta la storia del sogno del fantastico del surreale. Il limite è fra l’inconoscibilità del soggetto e tutto il mondo nella sua realtà. / Qui l’immagine non ha per sé nessun territorio, è un segno che non si sa dove scrivere, tutto il territorio è il territorio della realtà.

C. Costa, Il territorio alle spalle (in «Tam Tam», 3, 1973), § 4,
ora in Id., The Complete Films, a cura di Eugenio Gazzola,
Le Lettere, Firenze 2007, p. 86

L’invenzione Retro è poi molto altro.

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Cine-Costa (in 12 sequenze)

Andrea Inglese

1. Abbiamo sì letto Sanguineti, e molto, e anche Porta, persino Villa, e Niccolai, Spatola, & gli altri, ma ben poco Costa, non abbastanza letto, che poco se ne trovava in giro, e quindi Costa ci raggiunge con un misurato ritardo, quando tutto sembra risaputo, e invece di Costa (e della vita inventata) ci rimane tutto da sapere, ossia da leggere, per rileggerlo nuovamente in futuro, perché è laggiù, fra un po’ di tempo, che Corrado Costa, incidente di canone, gradito sinistro, ci aspetta. È la riserva minima e necessaria per una ridente e frugale maturità: Reznikoff (Testimony), Tarkos (Anachronisme) e Costa (The Complete Films) da meditare, scopiazzare, malintendere. (Ma poi Costa più che letto va guardato, va sfogliato un po’ come le riviste di moda, perché lui ha messo nei libri le figure, e poi va visto, almeno le pellicole importanti, tutti i lungometraggi.)

2. Quindi: grazie a tutti coloro che raccolgono Costa, che lo fanno circolare, che lo inseguono, che lo stampano e ristampano, lo proiettano nelle piccole sale, che è l’atto più generoso, valente, ma grazie anche a chi lo spiega, a chi ne fa una lezione, un discorso specializzato, disciplinare, argomentato con vistosa professionalità, sostenendo che quello è linguaggio destrutturato, avanguardizzato, afasico, sregolato, ma controllato, abilmente sottaciuto, rivoluzionato, per via della leggerezza, della crudeltà, del passo felpato, della discrezione, dell’oscenità, del Mulino, dell’avvocato, della doppia personalità, dell’unico vuoto al centro, & grazie pure per il bozzetto e l’aneddoto, per tutto quanto qualcuno avrà palpeggiato e direttamente trasmesso, e qualcun altro ascoltato e immaginato, e altri ancora sentito dire, travisato, censurato, riaggiustato, inventato, tradito, mortificato, banalizzato, esagerato, mitizzato, tutto il Costa che ci viene, per rivoli e botti, per acquazzoni e crolli, per omaggi dovuti o spensierati, tutto quanto va preso, irriso, riorganizzato per una nuova, feconda ignoranza. Continua a leggere “Cine-Costa (in 12 sequenze)”

Il realismo del ritmo: sulle figure di ripetizione lessicale in Costa

Gian Luca Picconi

1. Il Novecento, particolarmente nella sua seconda metà, è stato un’epoca di radicale messa in crisi degli istituti retorici che presiedevano alla composizione del testo letterario. Questa messa in crisi ha determinato una redistribuzione dei compiti e dei ruoli, e persino delle frequenze d’uso con cui determinate figure compaiono nei testi. È ovvio che ogni mutazione relativa al disciplinamento delle figure retoriche nel testo poetico si trasforma, per forza di cose, in una differente modalità di manifestazione dell’intenzionalità autoriale e, per molti versi, in una traccia parzialmente rilevabile – per gradi, mediatamente, in modo dissimulato – della presenza della soggettività autoriale nel testo.

La ripetizione, nelle sue molteplici modalità (di singoli fonemi, di lessemi isolati, di sequenze di lessemi, etc.), più ancora di altre figure retoriche, è coinvolta in questo movimento di svelamento-dissimulazione della intenzionalità e soggettività dell’autore. Più ancora di altre figure: se la metafora potrebbe anche rivelarsi eco involontaria di discorsi percepiti e riportati nel testo, e potrebbe dunque avere un effetto spersonalizzante, la ripetizione – eco essa stessa – finisce sempre in modo paradossale per marcare positivamente, empiricamente, l’immanenza dell’autore al suo testo. Infatti, non può non rivelare una qualche forma cosciente di pianificazione estetica; e d’altro canto difficilmente la ripetizione lessicale in sé stessa potrà essere leggibile esclusivamente in chiave di bivocità.

Rilevare ciò è innegabilmente importante: a maggior ragione per un secolo come il Novecento (e per quella sua continuazione che è il secolo attuale), che, tra l’altro, ha anche portato avanti il tentativo sisifeo di una parziale o totale spersonalizzazione del testo letterario, provando a cancellare il più possibile tutte le marche della soggettività autoriale all’interno del testo poetico, per dare vita a un testo orecchio, in cui ogni eventuale residuo di soggettività abbia un carattere quasi esclusivamente ricettivo. Continua a leggere “Il realismo del ritmo: sulle figure di ripetizione lessicale in Costa”

L'epoca di un'epoché: Giuliano Mesa e la storia

Gian Luca Picconi

La recente pubblicazione di Poesie 1973-2008 (La Camera Verde, Roma 2010, d’ora in avanti P), volume consuntivo di quasi tutto il corpus poetico di Giuliano Mesa, induce a interrogasi su un percorso autoriale eccezionale nel panorama della poesia italiana, e a salutare con gratitudine l’iniziativa di offrire all’intelligenza dei lettori, con evidenza anche fisica, un oggetto per alcuni forse poco noto (nonostante la data ormai alta del suo esordio: il 1978)[1]: la poesia di Mesa.
Per meglio comprendere che poeta sia il Mesa di questo libro, che ne altera ovviamente la fisionomia in modo irrimediabile – e rinunciando da subito a seguire le evoluzioni del suo percorso interno –, si può trarre dalle sue riflessioni poetologiche un quadro, sintetizzabile in pochi punti, di quali principi animino il suo lavoro:
1) La scrittura poetica deve puntare alla dimensione della verità etica: tale dimensione è possibile solo in opere che si tengano giustamente equidistanti da un tipo di scrittura autotelica o eterotelica[2].
2) La verità etica si realizza attraverso un rapporto dialettico con il linguaggio del proprio tempo, in cui il vero non è diventato che un momento del falso: data la capacità di questo tempo di fagocitare ogni forma, Mesa si avvale, per (s)marcare il suo discorso, non di uno stile, ma di stili («”gli” stili di volta in volta ritenuti più consoni»[3]); la ricerca del poeta deve essere anzitutto una ricerca di forme, disincagliata tuttavia dalla ricerca del nuovo a tutti i costi[4].
3) L’arte dev’essere, nel suo rapporto antagonistico con il presente, un’arte non serena (concetto derivato da Adorno[5]). Il suo momento positivo consiste nella rimotivazione delle parole e nella costruzione di forme dialettiche vòlte alla critica del negativo, in cui la dimensione di conoscenza scaturisce (ancora Adorno) dalla sua qualità di enigma[6].
4) La lingua poetica deve pervenire a un azzeramento storico, ridisegnando la mappa del proprio passato[7]. Continua a leggere “L'epoca di un'epoché: Giuliano Mesa e la storia”

Antonio Porta. Fra prosa e poesia “nel momento della fuoriuscita totale”

Tommaso Di Dio

Parlare del rapporto fra prosa e poesia in Antonio Porta significa discutere di quella che potremmo chiamare, per usare un termine di origine sereniana, “una costante oscillazione”. Chi decida infatti di lasciarsi tentare dalla dicotomia di genere nell’analisi dell’esperienza artistica del nostro autore, si troverebbe a dover innanzitutto decidere se si voglia, o no, considerare prosa e poesia due generi distinti nell’opera di uno scrittore in cui la poesia sembra germinare dal cuore stesso della prosa e la prosa sembra essere l’orizzonte di tensione sotto il quale il verso si piega.

Del resto, l’abolizione di ogni confine, così come di ogni norma di decodifica predefinita, è proprio il baluardo sotto il quale l’esordio di Antonio Porta sembra immerso, aderendo, fin da subito, alla spinta riformistica della Neo-avanguardia. Tralasciando il giovanile e limpidissimo esordio (Calendario, 1956), la prima opera che pubblicherà con lo pseudonimo che lo renderà poeta sarà La palpebra rovesciata, nel 1961, medesimo anno in cui compare nell’antologia de I Novissimi. Cresciuto sotto l’egida anceschiana e nell’ambiente del “Verri”, gli anni che precedono l’esordio editoriale sembrano già presagire la nascita di un autore che intende fare della distinzione di genere una critica consapevole.

La palpebra rovesciata già presenta, infatti, caratteristiche di ispirazione che rimandano ad “eventi spesso desunti dalla cronaca”, rivelando una scrittura “radicata nella concretezza del mondo” che documenta “eventi bloccati nello loro immediata fatticità e allontanati da possibili rinvii metaforici e simbolici”[1]. É proprio l’abolizione del sistema metaforico e la superfetazione verbale, a discapito dell’uso nominale o aggettivale[2], che mostrano come, fin dalle sue prime prove, la ricerca di Porta si indirizzi verso un modello di scrittura fortemente innovativo, il quale rasenta la scrittura in prosa, sia nei modi di applicazione, sia nei luoghi da cui sorge. Continua a leggere “Antonio Porta. Fra prosa e poesia “nel momento della fuoriuscita totale””

Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Nel saggio su Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, Walter Benjamin, infallibile come sempre, cita Balzac nel momento in cui questi «si lascia sfuggire il vocabolo milionario quale sinonimo di collezionista». In gioco è il valore degli oggetti collezionati, tanto preziosi agli occhi di chi li raccoglie da essere sottratti al loro normale valore d’uso per essere investiti di un valore accresciuto. In gioco è la ricchezza, l’accumulo del capitale. Cose al posto del denaro, oggetti come soldi. Sotto questo segno si inscrive il nuovo libro di poesia di Marco Giovenale, In rebus (Zona, pp. 75, € 10,00), che nell’epigrafe da Guy Debord offre immediata chiave di lettura: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto».

Chiave confermata dall’ultimo testo del libro, il più impressivo e denso, Camera di Albrecht, ovvero, ricostruita per montaggio, la camera dei mirabilia di Dürer. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)”

Intrattenere i fantasmi

Italo Testa

1. Dietro la tenda

Considera un’interruzione di 23 anni. Tra la nuova edizione 2003 de I novissimi e la quinta ristampa Einaudi del 1979. Un lungo intercorso fantasmatico. Conta gli anni della tua formazione. Coincidono. Considera le parole di Alfredo Giuliani sull’ultima edizione del 1979: «il libro era diventato un piccolo classico». Considera laPrefazione 1965: «per capire la poesia contemporanea, piuttosto che alla memoria delle poesie del passato, conviene riferirsi alla fisionomia del mondo contemporaneo».

Fasi di trasformazione. L’antologia, «libro settario», così Giuliani nel 1961, formula, così Anceschi su Il verri (1, 1962), l’«orizzonte significante» di un nuovo tempo della poesia. Fase 2: un classico, così Giuliani: oggetto della memoria. Fase 3: un fantasma. Dietro la poesia: l’antologia. Alle loro spalle. Entri in quel tratto. Del bosco solo l’apparenza. Di fronte gli alberi. Considera l’incipit dell’Introduzione alla prima edizione del 1961: «scopo della “vera contemporanea poesia”, annotò Leopardi nel 1829, è di accrescere la vitalità».

«Sagome dietro la tenda/[…]/dietro la tenda/sagome». Le sagome appaiono su un’antologia scolastica. Alle scuole medie inferiori. E’ il controcanto, così Giuliani nella nota al testo su I novissimi, delle figure dell’inconscio della ragazza Carla. Tu non lo sai, e vedi solo le sagome, ti ossessionano, non riesci ad afferrarle, le lasci scorrere e guardi avanti. Poi, nel giro di un paio d’anni, accidentalmente, da un fondo di magazzino, non sai più bene come, ne appaiono altre: «Dietro la porta nulla, dietro la tenda,/l’impronta impressa sulla parete, sotto». Dietro la tenda. E’ Aprire, il mantra di Antonio Porta. Il secondo albero. Secondo avvistamento individuale. Ne seguono altri. Con sfasatura temporale. PostkartenBlackout.

Fuga in avanti. E’ il 2011. Hai in mano I novissimi, l’oggetto letterario, lo leggi dall’inizio alla fine. La ragazza Carla Aprire stanno ai due estremi dell’antologia, ne delimitano lo spazio. Considera le parole di Giuliani nella Prefazione 2003:«Ricercavamo procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (questo il compito e il piacere di chi scrive poesie)».

Quando entri in scena, ci sono solo gli individui. I loro corpi testuali. Sono tali proprio perché sono esistiti altrimenti, hanno sterzato in una la loro direzione idiosincratica, non sempre prevista dal «libro iniziale». Proprio così possono essere contemporanei, accrescere la vitalità. L’antologia, il corpo collettivo, ha già iniziato un’altra sua forma di esistenza, sotto traccia, fantasmatica. Come dispositivo ideologico. Giuliani è il dispositivo. Non ce n’è altra traccia.

Inizi a pensare a I novissimi come a un trattato sui fantasmi.  Il dispositivo sono le prefazioni, le introduzioni, le note di Giuliani. E la sezione  di saggi Dietro la poesia. Dietro la tenda. Ti chiedi se Ghostbusters abbia giocato un ruolo. «Non si può fare poesia pensando in direzione della poesia se non come tecnica» (Prefazione 1965). Gli anni ottanta in mezzo.«Procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (Prefazione 2003). Continua a leggere “Intrattenere i fantasmi”

Scritture di ricerca: dopo il paradigma [appunti da un saggio in costruzione]

Marco Giovenale

[…]

I. Per datare i cambiamenti: alcuni indizi

I.1.

L’impressione è che da circa mezzo secolo noi tutti siamo fuori da un “paradigma”. In occidente, almeno. (Paradigma è vocabolo sentito alternativamente o troppo invadente o troppo poco inclusivo, eccessivamente blando; dunque lo si assumerà come signum arbitrario da variare; al momento lo uso come puro termine convenzionale, e provvisorio).

Se un cambio di paradigma c’è stato (perfino in Italia), di fatto ci troviamo adesso in un altro/differente (o entro una serie di altri), che invece appunto ci include e determina. Siamo (nati) in un diverso paradigma che include/informa percezioni reazioni relazioni nel contesto o panorama occidentale, e nei testi che vi si producono. Tutto o moltissimo è cambiato intorno a noi e in noi anche per via di quel che è stato scritto e sentito e percepito e fatto e detto dall’inizio degli anni Sessanta. A me sembra che si sia pienamente (e contortamente) dentro un mutamento, o mutazione avvenuta e ancora in atto: ci siamo letteralmente nati, è stato la nostra placenta.

Eviterei di parlare di Modernismo come di Postmoderno. Anche se parlare, invece, di paradigmi è quanto meno fumoso. Ma qui non scrivo un “saggio”; qui semmai si dà per avviata (con puntini di sospensione all’inizio e alla fine) una sequenza di ipotesi e domande, più che risposte; si ragiona operando su un terreno che il ragionamento stesso tenta di preparare a un viaggio verso definizioni in larga parte da elaborare.

I.2.

Il cambio di paradigma sembra essere iniziato al principio degli anni Sessanta. Rosselli scrive Spazi metrici nel 1962, Antonio Porta Aprire nel 1960-61, Corrado Costa le prime poesie sul «verri» in quegli stessi anni. (Ma gli esempi sarebbero dozzine). Esce nel giugno 1962 Opera aperta, di Eco.

Rosselli Continua a leggere “Scritture di ricerca: dopo il paradigma [appunti da un saggio in costruzione]”

Il "Mulino" di Bazzano: spazio protetto di delocalizzazione

Niva Lorenzini

Chi non ha conosciuto direttamente e negli anni giusti l’esperienza della comunità di poeti e artisti che faceva capo al “Mulino” di Bazzano, e si limita – come nel mio caso – a leggere le cronache, le ricostruzioni storiche che restituiscono la fisionomia di un’esperienza restata comunque, nell’immaginario del ‘sentito dire’, come leggendaria e irripetibile – è sempre il mio caso – riceve l’impressione di una vicenda sviluppatasi in uno spazio protetto, appartato, delimitato dai confini della casa-redazione abitata, a partire dal ‘70 e per dieci anni, da Adriano Spatola e Giulia Niccolai, e della corte rurale della proprietà della famiglia di Corrado Costa. Di “repubblica della poesia” parla Eugenio Gazzola nella sua attenta, documentatissima indagine sulla nascita, lo sviluppo, la fine di quell’esperienza di autogestione – si potrà definire così – in certa misura artigianale, di poesia e di plurime iniziative editoriali (1): ed è la geografia dei luoghi, perfettamente ricostruita e raccontata, a catturare in primo luogo l’attenzione, come se fosse, il luogo, non separabile dalle iniziative editoriali, dagli incontri, dalla vitalità stessa di quella “fabbrica letteraria”.

Dirò subito che mi colpisce, mi ha colpito, la coincidenza, e insieme la evidente discrepanza, tra quel bisogno di persistenza in una realtà topograficamente, geograficamente perimetrata, periferica, localizzabile sino nelle coordinate fisiche dei colori, degli odori, dell’incidenza della luce o del buio, dell’alternarsi del ritmo stagionale e del rapporto interno-esterno (l’esterno subito contiguo ai muri di casa), e il carattere delocalizzato, a più livelli, sprovincializzato, cosmopolita, multimediale, internazionale, delle esperienze che vi trovarono un ancoraggio. Luogo di formazione e iniziazione, insomma, per alcune tra le figure di artisti più delocalizzate e nomadi che sia dato conoscere. Luogo di sperimentazione assoluta, che richiedeva un trasporto totale, coinvolgente, quel Mulino (certo: “Chi va al mulino s’infarina”: ma in che modo, insomma?). Aveva naturalmente influito, sulla opzione per quel rifugio che si poneva fin da subito come tutt’altro che un “buen retiro”, una ben definita stagione storica, con le vicende legate alla chiusura di “Quindici” e la messa in crisi di posizioni ideologiche, e certa delusione o stanchezza di scelte direttamente impegnate (2). Il termine “impegno” non piaceva, si sa, a Spatola, e si potrebbe discorrere a lungo sulle motivazioni che gli facevano preferire la parola “protesta”: basterebbe riandare a quella sua recensione allo Pseudobaudelaire (1964) di Costa pubblicata sul “Verri”, 18, dicembre 1964, o ancora al suo intervento su Poesia apoesia poesia totale uscito su “Quindici”, n. 16, 1969, e accolto da un nugolo di polemiche per la messa in discussione dell’esistenza stessa della poesia, o del suo divenire succube di una pratica mondana al servizio dell’industria culturale (se potessi aprire una parentesi, rinvierei anche alla recensione dedicata da Spatola, pochi anni dopo, nel ’72, a Metropolis di Antonio Porta, dove vengono ribaditi i medesimi concetti). Continua a leggere “Il "Mulino" di Bazzano: spazio protetto di delocalizzazione”

Antonio Porta e gli accampamenti della poesia

John Picchione
La poesia di Antonio Porta è segnata da una scrittura nomade che ostinatamente rifiuta soste definitive. Scrivere è per Porta un interminabile viaggio linguistico ed esistenziale che mira a cogliere le mutevoli manifestazioni dell’esistere. Quella di Porta, infatti, è una poesia che manda costanti segnali di passaggi e di mutamenti, sempre vissuti nella concretezza delle forme poetiche, in un costante e faticoso scontro-incontro col linguaggio. La sperimentazione di Porta non rivela solo la necessità di evitare il pericolo della cristallizzazione delle forme, il loro ridursi a manierismo di se medesime, ma una irrequietezza e tensione che esprimono un autentico tentativo di gettare lo sguardo sul reale, avvicinarlo, scrutarlo, penetrarlo attraverso le infinite possibilità offerte dagli strumenti della poesia.
Gli accampamenti poetici di Porta sono motivati da una duplice necessità: un inesauribile desiderio di conoscenza e una volontà di aprire passaggi verso altri mondi possibili, capaci di riscattare le atrocità del presente. Storia e utopia, visibile e invisibile, quindi, linguaggio in frantumi e comunicazione, rivolta contro le lacerazioni del vivere individuale e collettivo e apertura verso l’altro: sono queste le tappe più significative dell’opera di Porta. Continua a leggere “Antonio Porta e gli accampamenti della poesia”

Recensione ad Antonio Porta, “La scomparsa del corpo” (Manni, 2010)

Cecilia Bello Minciacchi

Nella videointervista che inaugurava il convegno dedicato ad Antonio Porta dall’Università di Bologna nel maggio del 2009, ora documentato dal n. 41 del «verri», Edoardo Sanguineti, dopo aver letto una poesia di Porta che gli era cara, Aprire, ricordava che Alfredo Giuliani proprio con quel testo aveva voluto chiudere il volume dei Novissimi. Agli occhi di Sanguineti era «una straordinaria allegoria critica non priva di ironia» che Aprire chiudesse il libro da cui nel 1961 sarebbe nata una nuova scrittura, allora «ancora molto incerta, molto labile, sperimentale»: quell’«apertura» diventava «non la morale del solo Porta, ma la morale dei Novissimi». Queste parole avevano sapore quasi testamentario, commossi com’erano i toni della lettura e dell’intervista. In Aprire, testo esemplarmente costruito – notava Niva Lorenzini – su «momenti narrativi che restano senza sviluppo, a uno stato libero», sono già dominanti le dicotomie che saranno proprie della ricerca di Porta e la sua predilezione per forme sospese di narrazione. L’urgenza di dire, che in Porta è sempre carica di domande e temi basilari – in primis il binomio nascita/morte con i suoi correlativi luce/buio, apertura/chiusura, veglia/sogno – si manifesta attraverso l’accostamento di immagini dense e crude, piene di corporeità, immagini tra loro disarticolate, che non risolvono, non chiudono. Nel suo fare poesia la sperimentazione non arriva mai a una meta, anzi abbatte il concetto stesso di meta. Porta amava dire che la poesia «è un’avventura linguistica» di cui si conosce solo il punto di partenza. Continua a leggere “Recensione ad Antonio Porta, “La scomparsa del corpo” (Manni, 2010)”

Quattro categorie più una: "loose writing"

Marco Giovenale

 

Come esistono spostamenti del continente “testo narrativo”, quando accade che blocchi interi di romanzi, o famiglie di autori, che nel tempo e con lo smarginarsi o vicendevole divorarsi delle teorie fanno massa coesa o si disintegrano e – in una ideale deriva dei continenti alfabetici – assumono una diversa configurazione in quello che pensiamo essere un buon rilievo cartografico delle scritture, così si può dire che le teorie stesse, scogliere intere di definizioni, rupi di criticism, possono compattarsi, franare, emergere, collidere (non nella realtà-realtà, fortuna vuole; sì nella più concreta realtà dei segni che ci costruiamo, a proposito della realtà-realtà).

A questo proposito – con io meno critico che autoriale – vorrei suggerire (o dire che vedo, vedrei, penso di vedere) proprio un conflittuale compattamento.

In questi tempi vedo, osservo – e suggerisco – il darsi di una imperfetta ma forse non infelice unione tra categorie o schegge di generi che, considerate poi singolarmente, possono anche non aver ricevuto di fatto una organizzazione e definizione condivisa, ed essere al limite in movimento, addirittura “all’avanguardia”, o perfino di là da venire, in sostanza inespresse. E tuttavia, ancora non espresse e allineate dai critici in elenco, unirsi. Si uniscono. O possono esser passibili di presentazione di gruppo.

Allora ne assommo / accorpo / unisco – o vedo unite – cinque, ora: Continua a leggere “Quattro categorie più una: "loose writing"”

Grammaires de la subversion

Alessandro De Francesco

Dans les années 1960-70, le potentiel subversif de la poésie devient un véritable thème, une approche compositionnelle et théorique, en Italie comme en France. Le souhait, typique de la poésie de ces années, de définir une poétique autour du rapport entre le langage et le réel, un rapport interactif, problématique et problématisé, parfois contrastant, souvent voué à produire des paradigmes de modification radicale, est très lié à une prise de conscience du potentiel à la fois théorique et politique de l’écriture poétique dans la modernité. Le refus que certains auteurs ont manifesté à l’égard des poétiques et même de la poétique avant la poésie, n’a pas su limiter cette exigence pressante. Cette question s’est installée dans le langage, à savoir dans l’exigence de définir une géographie langagière subversive, de produire une, ou, plutôt, de multiples grammaires de la subversion. Continua a leggere “Grammaires de la subversion”