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Platen e Heine in Italia. Itinerari del desiderio e il senso della bellezza

Camilla Miglio

Mi è capitato due settimane fa, in occasione di una visita in Sicilia per assistre all’apertura del Festival del teatro antico, di visitare la tomba di Platen a Villa Landolina.

Mi rendo conto che sono passati centoottanta anni dalla sua morte, e la sfregiata bellezza del Sud sopravvive nonostante tutto agli orrori cui noi stessi la sottoponiamo, e da quella forse dovremmo partire per ripensare l’Italia.

Ripropongo qui in forma lievemente modificata un ‘capitolo’ della serie ideata da Roberto Andreotti per ‘Alias’ durante l’estate del 2014 .

Ci dice molto sul Viaggio in Italia, ma che sulla relazione con l’antico oscuro e non solare, con una memoria altra rispetto al classico da cartolina o da museo, che gli stranieri nei secoli hanno cercato e trovato nella nostra penisola, e che noi possiamo imparare a distinguere tra le macerie di cattivo cemento e silicone del postberlusconismo. Un ripensamento dei nostri valori – soprattutto quelli inattuali – può avere un grande valore di ‘resistenza’ al presentismo e alla fretta che tutto travolge.

  1. Platen: bellezza, eros, thanatos

“Il mio bastone da pellegrino non conosce soste” – proclamava dulcamaro August von Platen parafrasando Byron in un’estate di quasi due secoli fa. Il delicato marchese di Hallermünde, poeta e versificatore di grandissimo talento (tanto da competere col suo avversario Heinrich Heine), viaggiatore e osservatore del multiforme ‘bello’ italico, nato ad Ansbach in Baviera nell’autunno del 1776 e morto a Siracusa nell’inverno del ‘35, visse le stagioni più intense nei suoi ultimi dieci anni, ramingo per l’Italia.

Il suo non fu un Grand tour tradizionale. L’andare a sud non era solo una ricerca di radici culturali, o goethiani ringiovanimenti dell’anima, quanto una fuga. Il suo viaggio si può leggere anche come tentativo di sottrarsi a chi intendeva sorvegliarlo e soprattutto punirlo, in seguito agli scandali sessuali che ne provocarono l’allontanamento dalla scuola militare e poi dall’università. Classicista ma anche orientalista, era preso dal demone della bellezza e della lontananza (degli antichi greci e latini ma anche dei persiani medievali, maestri di versificazione erotica). Questo dàimon lo trascinava in un’Italia il cui spirito antico egli vedeva rifiorire negli oggetti del suo desiderio, i bei ragazzi italiani. Firenze 1829: in versi che ricordano accenti del Gennariello pasoliniano il poeta trentenne ne canta l’aspetto: Continua a leggere “Platen e Heine in Italia. Itinerari del desiderio e il senso della bellezza”

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Un giardino in progresso

Michele Sisto

Nel 1994 l’antologia einaudiana Nuovi poeti tedeschi si chiudeva con un testo di Durs Grünbein dedicato all’amico e rivale (non compreso nell’antologia) Thomas Kling, capofila riconosciuto dello sperimentalismo formale. L’anno successivo, come ha osservato Heribert Tommek («Allegoria» 62), si consuma lo scontro decisivo tra i due poeti: replicando la mossa compiuta trent’anni prima da Enzensberger, Grünbein prende le distanze dall’avanguardia e si avvia ad assumere la posizione di poeta ‘neo-classico’ rappresentativo della nazione. Il conferimento del premio Büchner, nel ’95, sancisce il successo della linea Enzensberger-Grünbein – quella dei poetae docti, tra cui si possono annoverare anche il primo Sebald e Raoul Schrott – e l’ulteriore marginalizzazione della linea contrapposta – tendente ora al pop ora alla sovversione stilistica – che va da Rolf Dieter Brinkmann a Kling, passando per Oskar Pastior. Continua a leggere “Un giardino in progresso”

Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino

Domenico Pinto

«Non sapersi orientare in una città non vuol dir molto. Ma smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare.» Cominciava così il quadernino di tableaux che Benjamin mise insieme nell’Infanzia berlinese, il cuore segreto e favoloso della propria immagine da fanciullo. Il Tiergarten, la Colonna della Vittoria, il mercato di Piazza Magdeburgo, per un uomo cui le strade di questa città erano «familiari come i nomi della Genesi», appaiono ancora oggi nell’indistruttibile luce del sogno, irradiano fino a noi gli inizi del Novecento.

Com’è mutata Berlino, ora che da quei ricordi ci separa la distanza di un secolo, le guerre mondiali, i totalitarismi di carica contraria, adesso che la sua mente ha ripreso a comunicare fra i due emisferi? È noto che la città vive da tempo una stagione d’euforia, con una capillare circolazione di idee in ogni àmbito; si fondano teatri, animano riviste, e non è per avventura che Suhrkamp – l’editore di maggior tradizione – l’abbia scelta per trasferirvi la storica sede di Francoforte. Conosciamo le sue cupole strallate, la Museumsinsel, le sue università, gli artisti, le sue mostre. Ma come ci si smarrisce, veramente, in questa foresta? L’occasione è prestata dall’antologia a cura di Theresia Prammer (Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino, Scheiwiller 2011, p. 656, € 29,00), che per i tramiti della poesia disegna una minutissima mappa del pensiero e del milieu berlinese. Continua a leggere “Ricostruzioni. Nuovi poeti di Berlino”