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Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)

Fabio Zinelli

Dei tre tempi del libro, è l’invenzione geniale del primo che, oltre a dare il titolo all’insieme, pone le regole per la lettura di tutto il meccanismo, una sorta di giuoco dell’anitra, se pensiamo al sanguinetiano giuoco dell’oca, e che di sanguinetiano porta l’impronta forte dell’autore come grande burattinaio del caos. Il poeta/narratore, perché proprio di questa istituzione letteraria si tratta, si trova all’interno di una grande anatra cotta, luogo ad alto potenziale simbolico e accompagnato da due altri personaggi: «Siamo dentro un’anatra cotta / come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta / io Minnie e il guardiano notturno». È il cronotopo di tutta la prima parte, intitolata e firmata: «Le mie meditazioni di A. I.». La consistenza e le possibili simbologie dell’anatra si svelano per gradi ma con precisione. Disossata da una mano invisibile, l’anatra rappresenta una possibile utopia («da millenni non pensavo più all’innocenza / qui le istituzioni sono pochissime / a tutte le ore mi posso masturbare volendo»), da subito però imperfetta dato che, come sottolinea C. Bello Minciacchi nel ‘racconto critico’ che accompagna il testo, non vi sono azzerate le differenze sociali: «Il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese […] ogni volta che lo incontro cerco di capire / se siamo in un punto qualsiasi della lotta di classe // quanto riuscirà a guadagnare lo stronzo? / sono sicuro che nell’anitrone lo pagano bene». La figura femminile è termine medio e oggetto delle mire sessuali dei due: «Minnie ci gira intorno quatta come una gatta svogliata / nel suo caso direi: razza giamaicana livello educativo piccolo-borghese». Continua a leggere “Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)”

Recensione a Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)

Raoul Bruni

Nella nota d’autore che si legge in appendice a La grande anitra, Andrea Inglese rivolge queste parole al proprio pubblico: «Lettore, tu puoi leggere il libro come vuoi, come se si trattasse di poesie messe assieme, ad esempio. Io volevo raccontare una storia, che non ho avuto la pazienza di raccontare. Ne è venuto fuori questo libro, a tre voci. L’anitra sembrava una piega spaziale e temporale sufficientemente propizia: alla meditazione, alla visione, al poetare». L’autore fornisce in tal modo un’essenziale chiave di lettura per accostarci a una raccolta poetica complessa e polifonica, costruita attorno ad un’immagine, o meglio, ad un emblema, quello dell’anitra intitolante, che si presta, credo volutamente, alle più varie interpretazioni. Del resto, lo stesso fatto che il libro sia stato scritto e concepito come un’opera tre voci lo sottrae ad una lettura monolitica. Le tre voci che parlano nelle altrettante sezioni («Le mie meditazioni di A. I.», «Le mie visioni di Minnie» e «Le mie poesie di Guardiano Notturno»), infatti, sono dotate ognuna di un proprio timbro e di una propria modalità stilistica autonoma (diversi sono anche i ceti sociali di origine: «il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese», recita una delle meditazioni in versi di A. I.), pur nell’ambito della generale complementarità delle tre voci, che rende il libro, in definitiva, compatto. Da sottolineare, a questo proposito, il fatto che in tutti e tre i titoli delle sezioni compaia l’aggettivo «mie», quasi a voler ulteriormente rivendicare una irriducibile autonomia delle tre voci. In tal senso, se, come ricorda giustamente Cecilia Bello Minciacchi, il vocabolo meditazioni, sembra rinviare alle classiche Meditazioni metafisiche di cartesiana memoria, la ricorrenza dell’aggettivo possessivo non può non far pensare allo Zibaldone di Leopardi, chiamato dall’autore, nell’indice autografo del 1827, «il mio Zibaldone di pensieri». Al nostro massimo poeta-pensatore moderno fa inoltre pensare l’intrecciarsi, nella Grande anitra, della dimensione filosofica (delle meditazioni di A. I., in specie), con la dimensione più propriamente poetica (delle poesie del Guardiano Notturno); alle quali, però, Inglese aggiungere anche una terza dimensione: quella visiva (in particolare, delle visioni di Minnie, prose poetiche scritte in forma di quadro; ma in tutto li libro l’aspetto visivo è fondamentale, tant’è che ogni sezione è preceduta da immagini in bianco e nero del’anitra).
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Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)

Cecilia Bello Minciacchi

Dolore e data dell’evento sono tutti calati in parole, in lettere: Come una lacrima (duemila uno) è il titolo con indicazione cronologica dell’ultimo libro di Federico Scaramuccia, vincitore della V edizione del Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo. Inconsueta l’indicazione dell’anno in lettere e non in cifre, a renderlo numero più che data, e come numero potenzialmente più aperto a una varietà di interpretazioni (a un terribile mutare, rinnovarsi in altro numero). Eppure è proprio un anno, il 2001 epocale, e il mese è settembre, e il giorno l’11. E il punto quello in cui d’improvviso «qualcosa macchia il cielo / buca l’azzurro lasciando una traccia». L’effetto è il crollo, l’implosione delle Torri, la traccia è ustoria. Non servono immagini al libro di Scaramuccia: tutto qui è risolto verbalmente; altri testi, commemorativi (e questo di Scaramuccia non lo è), hanno fatto ricorso, ancora una volta, a filmati visti, usurati, depotenziati. Come una lacrima, che riflette sui media, sulla manipolazione del dolore in chi osserva, accresciuto esponenzialmente attraverso il dolore degli altri, si affida interamente alla struttura e al dettato poetico ferreo, ossessivamente controllato. Si fonda sulla sola parola, e spesso ricorsiva, reiterata. È stata la lente d’un obiettivo a “passare” tutto il sovrabbondante materiale visivo sull’attacco alle Torri; la lacrima è dunque una secrezione dell’«occhio televisivo», anzi, «è la “macchina da presa” per eccellenza», si legge in calce nella Nota d’autore, è «un’impalpabile boule de neige (o snowdome) che tiene in scacco la globalità. […] Un “grande vetro” grandangolare che espone il dolore facendone uno strumento di controllo». Non può che soccorrerci, qui, il libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, con le sue problematiche interrogazioni su guerre servite «in forma di immagini», su quali crudeltà ci vengano mostrate e quali invece «non ci vengono mostrate», sul fatto che una fotografia «non è mai solo il trasparente resoconto di un evento». Se, come scriveva Sontag, le fotografie delle vittime di guerra sono «una sorta di retorica. Reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso», ancor più “efficaci” sono i filmati di guerra trasmessi in diretta, fin dal primo conflitto del Golfo, ed efficacissima poi, l’11 settembre 2001, quell’«ipertrofia del pathos, per così dire “montato a neve”, tanto da indurre (al)l’orripilazione», postilla Scaramuccia.

Come una lacrima adotta una soluzione binaria: Continua a leggere “Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)”

Recensione a Giulia Niccolai, "Il grande angolo" (Oèdipus, 2014)

Fiammetta Cirilli

Il primo dei testi rari del Novecento letterario riproposti nella collana à rebours, diretta da Cecilia Bello Minciacchi per l’editore Oèdipus, è Il grande angolo di Giulia Niccolai: «romanzo limbo», come lo ha definito per un ventennio l’autrice; oppure – è sempre Niccolai a suggerirlo nella nota che chiude/commenta il libro a quarantasette anni dalla sua uscita – sorta di «confessione» (p. 189), frutto dell’incastro di frammenti di vissuto molto distanti nel tempo e nei luoghi, sì, ma anche ben “distanziati” rispetto a una eventuale prospettiva di racconto piattamente autobiografica. Il grande angolo, scritto e pubblicato la prima volta in piena stagione di sperimentalismo, per troppe ragioni non può del resto che sottrarsi a modalità canoniche di narrazione: per il contesto letterario di origine, appunto, come pure per le ragioni a monte della scelta dell’autrice – in precedenza, fotoreporter – di tentare la scrittura letteraria. Ancora, per l’incidenza – dichiarata – che su Niccolai ha esercitato un antecedente come Barcelona di Germano Lombardi. «Da parte mia, dopo dieci anni di lavoro come fotografa […] desideravo impegnarmi anch’io nella scrittura, in una scrittura letteraria, non giornalistica […]. Mi chiedevo quale potesse essere una scrittura attuale, non banale, in sintonia con il momento» (pp. 169-70), spiega Niccolai. Che individua poi nello sforzo di ridurre l’io fino ad annullarlo – giusta la lezione dell’École du regard – l’elemento più coinvolgente (e più significativo da riprendere/rielaborare/riproporre) del libro di Lombardi: Continua a leggere “Recensione a Giulia Niccolai, "Il grande angolo" (Oèdipus, 2014)”

Recensione ad Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)

Marco Giovenale

Andrea Inglese, nel suo libro di versi e prose La grande anitra (Oèdipus, 2013), elabora e articola=ramifica una struttura intenzionalmente contraddittoria più che complessa; un ecosistema chiuso e insieme infinito, pieno di cose: la struttura o teatro in cui tutto si ambienta è una sorprendente grande «anitra cotta» dentro il cui ventre svuotato e reso abitabile tre personaggi non solo si muovono fra gesti ed elucubrazioni ma anche scrivono (scrive «meditazioni» il primo, A.I.; scrive «visioni» la seconda, Minnie; scrive «poesie» il terzo, Guardiano notturno), e si impossessano – da auctores – delle tre sezioni in cui il volume appunto si divide.

Questo ecosistema (o anti-egosistema) prende le distanze dall’allegorizzare e metaforizzare; non perché eviti di accumulare in sé (e sia in sé) allegoria, figura, metafore. È inevitabile che accumuli rinvii e profili così pensati. Il linguaggio ne è tessuto, di fatto, e così questo libro. Ma il loro accatastamento è scientemente quasi scientificamente finalizzato proprio alla vaporizzazione di ogni tensione rigida all’allegorizzare (e metaforizzare) solito, transitivo, diretto. È semmai una freccia lanciata contro le frecce biunivoche troppo facili che in qualsiasi manuale uniscono due punti A e B noiosamente distanti.

L’efflorescenza verbale ossessiva, la lista, l’elencazione (fin dalla prima raccolta organica, Inventari, 2001), l’irraggiamento semantico, i frequenti rapidi spostamenti di focus dell’attenzione: Continua a leggere “Recensione ad Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)”

Recensione a Alice Ceresa, "La morte del padre" (et al., 2013)

 Andrea Cortellessa

Si registra un curioso cortocircuito, in queste prime avvisaglie di cinquantennale del 63. Nella celebre foto di Ugo Mulas che vede Ungaretti, a Venezia, allegramente circondato dai neoavanguardisti, non è stato riconosciuto il volto luminoso di Carla Vasio (appena compiuti novant’anni e ancora in piena attività). E ci si ricorda che Edoardo Sanguineti, in un suo Atlante del Novecento, accolse cento intellettuali italiani. Cento maschi. Il Gruppo aveva un problema col femminile? Più verosimile che ce l’avesse, in generale, la cultura degli anni Sessanta… (si tende a dimenticare che il diritto di voto c’era da meno di vent’anni). Di certo manca, per la seconda avanguardia italiana, una ricerca simile a quella di Cecilia Bello Minciacchi sulla prima (Scrittrici della prima avanguardia, Le Lettere, pp. 506, € 38) o a quella pionieristica sulle arti visive, di Lea Vergine trent’anni fa, L’altra metà dell’avanguardia. Ma scrittrici importanti, al Gruppo, parteciparono eccome. In uno studio sulla narrativa del periodo (Prose dal dissesto, Mucchi, pp. 269, € 20), Massimilino Borelli ha dedicato due dei suoi dieci medaglioni – accanto agli Arbasino, ai Balestrini e ai Malerba – appunto a Carla Vasio e ad Alice Ceresa.

Nata a Basilea, morta a 78 anni nel 2001, Ceresa ha pubblicato Continua a leggere “Recensione a Alice Ceresa, "La morte del padre" (et al., 2013)”

Recensione a Antonella Anedda, "Salva con nome" (Mondadori, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

«Cuci un pezzo di stoffa, cuci un brano di lettera, cuci un’iniziale: in quel mezzo-punto non entra il vento». Queste esortazioni si leggevano nel penultimo libro di Antonella Anedda, La vita dei dettagli (2009), nella toccante e concreta elaborazione di un lutto compiuta per via artistica e letteraria: un collage accompagnato dagli atti necessari a realizzarlo. La singolare sezione cui quel gesto, quel “cucire” apparteneva, Collezionare perdite, scopriva subito e nel vivo, nell’intimo della sua pietas, tanto l’indole di una collezionista – d’isolati dettagli di vita e di opere d’arte, ma soprattutto di perdite –, quanto la sua attenzione al «vento» che «scardina», alle «tracce» inseguite nelle fibre («impronta, stoffa, calligrafia»), al «buio» terminale. Quel libro, del resto, era «una storia di fantasmi». Ora, all’atto di cucire, che per Antonella Anedda ha importanza tangibile, quasi da esorcismo, è intitolata la sezione centrale del suo nuovo libro di poesia, Salva con nome (Mondadori, pp. 119, € 16,00). Di quella sezione è nume tutelare Louise Bourgeois, convocata in un’epigrafe perfetta tanto è compiuta e correlativa: «Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. È una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo, non è uno spillo». Continua a leggere “Recensione a Antonella Anedda, "Salva con nome" (Mondadori, 2012)”

I profili dell'ombra

Postfazione a Marco Giovenale, La casa esposta, «Fuori Formato», Le Lettere, Firenze 2007

Cecilia Bello Minciacchi 

fondendosi la
visione di uno strazio con uno strazio
tutto si rifà,

e da capo e di nuovo

Amelia Rosselli

Sfaldamento, dissipazione, ingresso inesorabile nell’ombra. L’esposizione della casa procede verso la spietata chiarezza di un fatale destino di perdita e sgretolamento, di una mancanza tanto più tremenda quanto meglio si avverte, o si preavverte, già nel suo principiare e nel suo progressivo farsi. Farsi perdita e sottrazione, farsi concreto vuoto, cavità enigmatica della mancanza, spossessamento di terra e casa. Qui si patisce – e ogni scatto fotografico, ogni poesia è prova esatta, segno di quel patire – il coatto abbandono di luoghi e oggetti amati. Una coazione che vale allegoricamente in senso ampio, condiviso: fatalmente vera, dunque, e comunemente esperibile. Ogni esistenza è percorsa da una lunga teoria di abbandoni; le spoliazioni di beni, luoghi, legami e identità sono figure, anticipazioni feroci della privazione assoluta, l’ultima di ogni vita: «Dove sta cenere cenere». Tutti gli uomini, come è qui detto di un gruppo di visitatori di un chiostro, sono «carbonio, coeso». Corpi e cose decadono e si ossidano: «La casa una più lenta ossidazione / dovuta all’acqua». Ogni elemento, vivo o morto che sia, è soggetto a consumazione, a dissolvimento; il processo di de-composizione è vero, parimenti, in vita e in morte, come dice un distico lapidario, gnomico, a cui, proprio nell’assenza di soggetto identificabile, viene affidata l’espressione laconica della universale deperibilità: «Se è vivo si guasta // Se è morto, muore di più». Continua a leggere “I profili dell'ombra”

Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Perdura diretto e scabro, il piglio di Jolanda Insana, e acre lo «sciarroso risentimento» che da sempre abita i suoi versi. La poesia, per lei, è un gesto brusco che non lascia spazio a lusinghe; il dire è dialogo serrato, più spesso scontro inconciliabile, che provoca e spiazza. Sono «versi arrochiti» quelli di Turbativa d’incanto, che raccoglie poesie dal 2003 al 2010 (Garzanti, pp. 131, € 16,60), versi pronunciati da «voce scura di contralto». Vengono in scena, si espongono come manovra illecita, reato: la “turbativa d’asta” dello splendido titolo, amplificata semanticamente dall’incanto che ha significato secondo e getta luce all’indietro, rendendo “turbamento” la turbativa. E se d’incantamento non si può parlare, se le trame indebite si fanno più fitte, allora s’impone e spadroneggia il reale, spoglio d’ornamento e d’inganno. La prima sezione, Le foglie del decoro, col suo dettato aspro «tra mine e minareti» nella «Valle delle grida», si muove in una desolazione assoluta – «la luce è malata / internamente fratturata // malati i campi / malati gli animali» – e si chiude con uno smascheramento che lascia alberi attorti e pietrificati, luttuosi e infecondi: «caddero alla prima sciroccata / le foglie d’oro del decoro affettato / e dai rami ingrovigliati pendono / cartigli anneriti di terribili vergogne / bacche svuotate / ovai senza semi».

I dialoghi che costituiscono alcune sezioni del libro sono alterchi, sciarre in dialetto Continua a leggere “Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)”

Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Nel saggio su Eduard Fuchs, il collezionista e lo storico, Walter Benjamin, infallibile come sempre, cita Balzac nel momento in cui questi «si lascia sfuggire il vocabolo milionario quale sinonimo di collezionista». In gioco è il valore degli oggetti collezionati, tanto preziosi agli occhi di chi li raccoglie da essere sottratti al loro normale valore d’uso per essere investiti di un valore accresciuto. In gioco è la ricchezza, l’accumulo del capitale. Cose al posto del denaro, oggetti come soldi. Sotto questo segno si inscrive il nuovo libro di poesia di Marco Giovenale, In rebus (Zona, pp. 75, € 10,00), che nell’epigrafe da Guy Debord offre immediata chiave di lettura: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto».

Chiave confermata dall’ultimo testo del libro, il più impressivo e denso, Camera di Albrecht, ovvero, ricostruita per montaggio, la camera dei mirabilia di Dürer. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, "In rebus" (Zona, 2012)”

Parola/immagine. “Il grande angolo” di Giulia Niccolai

Fiammetta Cirilli

1. La struttura del romanzo

Il romanzo Il grande angolo di Giulia Niccolai esce nel 1966 per Feltrinelli: l’autrice, trentaduenne al momento della pubblicazione, era di fatto un’esordiente nel campo delle lettere, pur avendo alle spalle una buona esperienza come fotoreporter. A tutt’oggi, il suo nome figura tra quelli di alcuni «outsider»[1] d’eccezione della fotografia italiana tra gli anni Cinquanta e Sessanta, ed evoca l’attività di figure legate a un settore della stampa settimanale (da «L’Espresso» di Arrigo Benedetti al «Mondo» di Mario Pannunzio), che, nel considerare la fotografia un elemento di primo piano del proprio progetto editoriale, ha finito con il creare e imporre uno stile fotografico originale.

Il grande angolo esibisce fin dal titolo quello che costituisce il suo «problematico» [2] nucleo generativo: ovvero «lo sguardo fotografico», a sua volta sdoppiato nello sguardo che è della fotografa protagonista del racconto, Ita, e in quello che forma invece «il carattere, il mezzo e lo stile del romanzo», e cioè «lo sguardo narrante». Come segnala del resto la breve anticipazione sulla copertina dell’unica edizione esistente, il racconto traccia la «lucida, scabra, moderna storia segreta di una donna che vede e che si vede come nel mirino d’una macchina fotografica» [3]: e infatti la narrazione è strutturata affiancando sequenze di fotogrammi di singolare, bruciante esattezza, che, a loro volta, ‘fissano’ con puntualità finanche ossessiva l’atto del fotografare. Se ne ha una prova fin dalle prime righe, allorché sono ‘registrati’ i movimenti delle persone presenti nella cabina di comando di una barca in navigazione lungo il corso del Nilo:

Il marinaio al timone controlla l’ago magnetico della bussola e guarda davanti a sé il mare. Impugna le estremità arrotondate dei raggi della ruota di governo e manovrandola imprime alla nave la direzione.

            Poi di colpo stacca le mani e lascia che la ruota giri a vuoto su se stessa e si disvolga (GA, p. 9).

L’esordio del romanzo coincide con Continua a leggere “Parola/immagine. “Il grande angolo” di Giulia Niccolai”

Recensione a "Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano", a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2010)

Niccolò Scaffai

C’è almeno un tratto che accomuna la serie dei quaderni italiani, curati da Franco Buffoni, giunti quest’anno al decimo volume: ed è la selezione di autori anagraficamente vicini, sì, ma ognuno dotato di una propria voce ben distinguibile e già modulata, senza velleità generazionali. Per questo non sembra sufficiente evocare categorie come quella di ‘poesia giovanile’ o di ‘giovane poesia’, che pure godono ancora di una loro fortuna: basti pensare alla recente (2009) Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, curata da Giancarlo Pontiggia per Interlinea edizioni.

Sono sette i poeti del decimo Quaderno, ciascuno introdotto da un critico o da un autore noto: Corrado Benigni (presentato da Mario Santagostini), Andrea Breda Minello (da Maria Grazia Calandrone), Francesca Matteoni (Fabio Pusterla), Luigi Nacci (Lello Voce), Gilda Policastro (Aldo Nove), Laura Pugno (Cecilia Bello Minciacchi), Italo Testa (Umberto Fiori). E sì, sono ‘giovani’ – almeno secondo i parametri della società italiana contemporanea – essendo nati negli anni Settanta. Ma si sottraggono alle ambizioni provvisorie che spesso il Novecento ha associato ai cosiddetti giovani, per esprimersi già ognuno con un proprio stile, più o meno sicuro, magari ancora in cerca di un centro ritmico, di un preciso equilibrio formale. Ma per tutti si può parlare di uno stile indubbiamente originale. Ne è una riprova, come vedremo, la capacità di far intravedere in filigrana la traccia di grandi maestri novecenteschi, senza con ciò forzarsi all’imitazione e al falsetto. Anche per questo, nessuno dei criteri che spesso tengono insieme un’antologia (vicinanza di stile, provenienza geografica, appartenenza di ‘scuola’, ecc.) sono qui attivi. Del resto, forse non si deve nemmeno parlare di ‘antologia’, perché il Quaderno contiene di fatto tante opere quasi complete quanti sono gli autori raccolti. Continua a leggere “Recensione a "Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano", a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2010)”

Marco Giovenale, "Shelter" (Donzelli, 2010)

di Renata Morresi 

Nel 1993 l’artista inglese Rachel Whiteread creò House, una scultura grande quanto l’edificio di cui era il calco. Whitehead scelse una vecchia casa dell’East End londinese, ne chiuse porte e finestre e la riempì di calcestruzzo. Smantellò quindi i muri e il tetto, in modo tale che il risultato fosse un monolite su cui restava impressa la forma delle finestre, degli interruttori, della carta da parati, dei chiodi. Mettendo gli interni in rilievo, rendendo i volumi pieni, concreti, Whitehead stravolgeva l’idea di casa come riparo. Continua a leggere “Marco Giovenale, "Shelter" (Donzelli, 2010)”

Recensione a Nanni Balestrini, "Caosmogonia" (Mondadori, 2010)

 Cecilia Bello Minciacchi

Cinquant’anni fa, in Linguaggio e opposizione, lo scritto teorico incluso poi nei Novissimi, Nanni Balestrini sosteneva con argomenti assai persuasivi una poesia «come opposizione. Opposizione al dogma e al conformismo che minaccia il nostro cammino, che solidifica le orme alle spalle, che ci avvinghia i piedi, tentando di immobilizzarne i passi». Era il 1960, quando Balestrini scriveva così, ma quello che valeva allora – ideologicamente e letterariamente – vale di fatto ancora oggi. E in modo tanto più drammatico e urgente, diremmo, in quanto certi meccanismi di azzeramento, di “solidificazione”, non solo di ostacolo al cammino, ma di franco regresso, si sono pervicacemente radicati. E ancora più difficile sembra oggi l’opposizione, data la realtà delle condizioni esterne. Che Balestrini da allora non si sia stancato di resistere e di contestare nei modi propri del linguaggio, nella scrittura e nelle opere visive, è testimoniato ancora una volta dal suo ultimo libro di poesia, Caosmogonia (Milano, Mondadori «Lo Specchio», pp. 88, € 14). La collana in cui appare è tra le più stabili sotto il profilo istituzionale, eppure il libro è tutt’altro che rassicurante. Il tono scelto per la contestazione non è gridato né sopra le righe; è piuttosto coerentissimo e costante, esattamente congegnato, e ad ogni rilettura sempre più destabilizzante. Una forma di resistenza profonda, inoculata nel linguaggio, nel suo stesso funzionamento, messo in crisi e fatto saltare, ove sia noto che Balestrini ha sempre inteso il linguaggio come «oggetto della poesia» e «come fatto verbale», e le parole come elementi cui «tendere agguati». Ordine e bellezza sono irrisi a partire dal titolo che rovescia il kosmos delle religiose o mitiche genesi del mondo in chaos. In direzione analoga già andava il titolo ironico di un precedente libro di poesia, Sfinimondo (Napoli, Bibliopolis, 2003), Continua a leggere “Recensione a Nanni Balestrini, "Caosmogonia" (Mondadori, 2010)”

Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)

 Cecilia Bello Minciacchi

«Solo a chiudere gli occhi si sente ancora l’odore delle terapie, delle macchine, dei parenti. Ogni cosa diventava un odore, in quel posto». Quel posto è un ospedale del sud, grande, senza nome, in cima a tornanti di montagna dove è freddo anche d’estate, coi caloriferi accesi sempre, a far sudare. L’odore resta attaccato a chi legge, come il senso di fastidio e d’infezione. Il romanzo è l’esordio narrativo di Gilda Policastro, Il farmaco (Fandango, «Galleria Fandango», pp. 234, € 15). L’autrice arriva alla prosa dopo un lungo apprendistato di critica letteraria e un recente esordio poetico nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Arriva armata, dunque, non innocente (se mai innocenza possa darsi). Eppure la prima impressione, stante l’universo costrittivo, dolente in cui il romanzo è ambientato – un ospedale con reparto di chirurgia oncologica, una teoria di rapporti personali asfittici e coatti –, è quella di una vulnerabilità disarmante. La vulnerabilità di chi muore e di chi perde gli affetti in una progressione discenditiva, manganelllianamente l’unica possibile, qui non liberatoria e umiliante. Umilianti sono le cure ai malati, la pulizia degli escrementi, la nutrizione assistita, i colloqui dei medici con i parenti malfidati e disperati; e il «vestito rigido della cassa», e i capelli che in chi resta si diradano per il dolore. Umiliante è soprattutto la concezione del sesso, motore instancabile del romanzo. Pulsione pari a quella di morte. Dove il tessuto del romanzo è saldo, tenace, è nell’intreccio dei riferimenti culturali e letterari volontari e involontari. Pur non dichiarato e non alluso, determinante appare il Freud tardo di quell’anomalo, altissimo saggio che è Al di là del principio di piacere (1920), Continua a leggere “Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)”