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Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso. Continua a leggere “Le poesie italiane di questi anni”

Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso.

Per la ricchezza di esperienze, questo primo segmento del secolo può essere paragonato al periodo fra il 1911 e il 1925, quando compaiono le prime opere dei poeti nati negli anni Ottanta dell’Ottocento (i Colloqui nel 1911, i Frammenti lirici nel 1913, i Canti Orfici e Pianissimo nel 1914, Il porto sepolto e L’Allegria fra il 1916 e il 1919, il primo Canzoniere nel 1921, Ossi di seppia nel 1925), oppure al quindicennio 1956-1971, quando escono alcune delle opere più importanti di Bertolucci, Caproni, Fortini, Giudici, Luzi, Montale, Pagliarani, Pasolini, Raboni, Rosselli, Sanguineti, Sereni, Zanzotto. Per la poesia italiana, dunque, il primo quindicennio del Ventunesimo secolo è un periodo particolarmente vivace. Ma di cosa parlano i libri di poesia degli anni Zero? Quali modelli hanno? Che immagini dell’uomo trasmettono?

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Visività. Per Mario Benedetti

Italo Testa

Interfacce percettive. Umana Gloria (Mondadori 2004) e Pitture nere su Carta (Mondadori 2008) segnano due crocevia della scrittura poetica di Mario Benedetti, e si presentano come potenti e compatti oggetti espressivi, dotati di rara energia e di una potente capacità di risonanza, di radianza. Non c’è forse miglior modo di introdurre questa poesia che un verso di un sonetto – Sur sa fièvre – di Jean de Sponde, poeta francese del secondo cinquecento che Benedetti ostende in  un distico del capitolo VIII di Pitture nere su carte: “J’ai cent peintres dans ce cerveau”. Ut pictura poesis: in Benedetti non è questione di un luogo retorico, né della ripresa di un’analogia estrinseca. Si tratta piuttosto di un innervamento del topos, di una sua cerebralizzazione.  La pittura come modalità percettiva, modo di fare contatto col mondo. L’altissimo tasso figurale della poesia di Mario Benedetti non dipende solo dalla materia ricchissima di cui sono riempiti i suoi versi, ma è anzitutto una modalità del sentire, un angolo d’incidenza neurale che si configura nei termini della visività. Non solo la “fede ottica”[1] per cui il mondo si dà nello sguardo, ma l’evidenza tattile per cui lo sguardo è del mondo, è cosa che in esso si svolge. Questa visività riconfigura la poesia come arte visiva. Non più pittura cieca, secondo il motto di Leonardo, la poesia di Benedetti si implementa, attraverso il repertorio di tecniche dell’arte visiva, come interfaccia percettiva. Il rapporto con l’arte contemporanea non si risolve quindi nella citazione – che pure abbonda in Benedetti – del quadro, della scultura, della fotografia. Continua a leggere “Visività. Per Mario Benedetti”