Tag: critica letteraria

La competence littéraire: apprendre à (dé)jouer la maîtrise

Yves Citton

Che cosa si impara studiando letteratura? A farsi gioco di un’egemonia eludendone le trappole.
Ottenere un dottorato in lettere richiede l’acquisizione di una competenza ben precisa in grado di problematizzare una qualsiasi costruzione di senso attraverso l’utilizzazione di un certo numero di procedure ermeneutiche. Questa competenza consiste innanzitutto nella capacità di padroneggiare una serie di giochi: il gioco degli esami, della redazione e della discussione di una tesi di laurea o di dottorato, il gioco dei concorsi, della proposta di articoli scientifici, dei colloqui e delle job interviews – tutte pratiche fortemente ritualizzate che necessitano di una ginnastica mentale e dell’utilizzo di codici linguistici ben precisi. Al di là della capacità di gestire al meglio questi rituali accademici, la competenza letteraria consiste poi nel saper far giocare la parola di un testo per ricavarne interpretazioni di un certo interesse – interpretazioni che possono derivare da una vasta gamma di metodologie e di schieramenti epistemologici a volte del tutto incompatibili tra loro.

La sperimentazione letteraria come gioco di trasduzione incontrollata

Che cosa realmente “si ottiene” con un dottorato in lettere? In che cosa consiste questo “gioco con la parola” che fa la specificità della competenza letteraria?[1] La gestione delle procedure di costruzione di senso comporta una forte dimensione tecnica, e merita per questo di rientrare a pieno titolo nella categoria dei saperi (ai confini con la lessicologia, l’etimologia, la grammatica, la retorica, la pragmatica e la semiologia). Se possiamo distinguere un critico da un linguista, lo dobbiamo tuttavia al fatto che chi si occupa di letteratura instaura con il proprio testo non tanto un rapporto di sapere quanto di sperimentazione. E pur non essendo affatto incompatibile con il sapere (dal momento che costituisce un momento preciso della ricerca “scientifica”), la sperimentazione interpretativa praticata dal critico partecipa di un gioco di trasduzione incontrollata in grado di far esplodere il quadro rassicurante nel quale si trova a svilupparsi ogni sapere di ordine scientifico o tecnico. Continua a leggere “La competence littéraire: apprendre à (dé)jouer la maîtrise”

Annunci

«Un fuorilegge della critica»: Cesare Cases critico militante negli anni Cinquanta

Michele Sisto

Qual era il tipo di critica che tu sostenevi?
Quella che non interessa solo ai critici.
(Intervista a Cesare Cases)

Sia o non sia stato lo stesso Cesare Cases a definirsi, sulla quarta di copertina del Testimone secondario, un «fuorilegge della critica», certo l’espressione è indovinata. Se infatti fin dalla metà degli anni cinquanta calibri come Contini, Fortini e lo stesso Lukács gli riconoscono la patente di critico, altrettanto precoce è la sua fama di recensore indocile e intransigente polemista. Gran parte dei suoi interventi militanti sono contro gli autori e le opere maggiormente celebrati dalla critica. Soprattutto sul versante della letteratura italiana: in ampie recensioni, che non di rado tracimano in veri e propri saggi critici, Cases dice, in sostanza, no al Metello di Pratolini, no al Barone rampante di Calvino, no al Pasticciaccio di Gadda, per non parlare della neoavanguardia, alla quale opporrà i suoi no fino a tutti gli anni sessanta. Continua a leggere “«Un fuorilegge della critica»: Cesare Cases critico militante negli anni Cinquanta”

Recensione a Andrea Afribo e Emanuele Zinato (a cura di), "Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi" (Carocci, 2011)

 Niccolò Scaffai

Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi  è un libro di cui vale la pena discutere, perché invita a porsi domande importanti. Che cosa significa ‘moderno’? Il volume si concentra sul periodo dagli anni settanta (in realtà dal ’68) a oggi: un’epoca, cioè, che è più usuale definire ‘postmoderna’. Sennonché – lasciano intendere Afribo e Zinato nella Premessa – la modernità o la tardiva «modernizzazione» italiana interagiscono con i caratteri del postmoderno. A meno che il moderno non fosse «già postmoderno fin dall’inizio». Se è così, c’è un problema di fondo: come conciliare la consustanzialità di moderno e postmoderno con l’idea di una crisi, di una svolta collocata «a cavallo del 1970»?

Continua a leggere “Recensione a Andrea Afribo e Emanuele Zinato (a cura di), "Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi" (Carocci, 2011)”

Teoria della letteratura, in pratica: “Pubblici discorsi” di Paolo Nori

[Da poche settimane è uscito La meravigliosa utilità del filo a piombo, che raccoglie i discorsi, diciamo, approssimativamente, ‘politici’ o ‘civili’ di Paolo Nori, così come Pubblici discorsi (2008) raccoglieva quelli ‘letterari’ o ‘critici’. Poiché mi sembra che quest’ultimo libro sia lo sviluppo coerente della posizione allo stesso tempo estetica ed etica che lo scrittore aveva cominciato a elaborare nel precedente, ripubblico una recensione apparsa sulla rivista «Dieci Libri». Ho aggiunto solo i titoli dei paragrafi. L’immagine accanto è di Vladimir Archipov  e si trova nel volume Design del popolo (2007), pubblicato da ISBN.]

Michele Sisto

Prendere Nori sul serio

Vorrei tentare un esperimento critico: prendere Paolo Nori sul serio. Nori ha soprattutto fama di umorista, abile nel restituire i modi del parlato, spassoso nelle performance dal vivo, insomma di scrittore leggero. Si è anche detto, d’altra parte, che a dispetto di questa postura dimessa, e dietro le tecniche di diversione con cui spesso diabolicamente confonde i suoi interlocutori, si celi uno degli scrittori più colti e avvertiti del presente.

Vorrei dunque, consapevole della forzatura, mettere tra parentesi il primo Nori, quello divertente e strampalato, per concentrarmi sul Nori più riflessivo e battagliero, impegnato in un’impresa che non è solo letteraria. E partirei da un’ipotesi: Paolo Nori ha un progetto, e questo progetto, se in letteratura esiste un fronte che divide il passato dal futuro, lo colloca in prima linea. Di più: date le caratteristiche di questo progetto e le strategie con cui viene messo in atto Nori non va considerato soltanto uno scrittore interessante ma periferico nel nostro sistema letterario, bensì una figura centrale, rispetto alla quale fra vent’anni un nuovo entrante non potrà non prendere posizione. Non un Landolfi, tanto per capirci, ma un Calvino. Continua a leggere “Teoria della letteratura, in pratica: “Pubblici discorsi” di Paolo Nori”