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Recensione a Franco Buffoni, "Guerra" (Mondadori 2005)

Stelvio Di Spigno

Bisogna ammettere un certo sgomento rispetto a un libro dall’ampiezza colossale come Guerra di Franco Buffoni, ultimo lavoro poetico di un autore che nell’ultimo decennio è cresciuto più notevolmente che nei tre o quattro precedenti di pratica poetica. «Guerra» è argomento principe dei nostri giorni. Quello che analizziamo, invece, è un libro di circa duecento pagine di testi poetici, Continua a leggere “Recensione a Franco Buffoni, "Guerra" (Mondadori 2005)”

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Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio

Matteo Marchesini

La circostanza è ormai verificabile come un teorema matematico: chi è nato nell’ultimo mezzo secolo, e sia pure in un ambiente privilegiato, è cresciuto quasi sempre privo di un gusto, di un senso spontaneamente in grado di dividere almeno alla grossa, tra i prodotti della vecchia cultura umanistica, il falso dal vero, i gioielli dalla bigiotteria: cioè privo di quel gusto o senso già appartenuto a una limitata ma solida élite, che appunto cinquant’anni fa è stata spazzata via dalla mutazione genetica dell’industria culturale.

Oggi, a fine anni zero, un intellettuale quarantenne, trentenne o ventenne, se è fortunato e avvertito, può tutt’al più faticosamente apprendere a fiutare la contraffazione dei prodotti occhieggianti a quel mondo estetico-politico oramai defunto (siano essi romanzi, saggi, poemi, trattati metafisici): a riconoscere insomma, per addestramento, l’inganno nascosto in quei pacchi mediatici e universitari su cui sono stampate etichette che seguitano a definire con gli stessi termini otto-novecenteschi opere e studi ridotti a una mostruosa e dilagante parodia di massa delle Poetiche e del Pensiero.

Se è fortunato e avvertito, uno studente di lettere e filosofia può ad esempio imparare a correggere le massicce iniezioni di poststrutturalismo francese e di neoheideggerismo, di best-sellers e di delirii comparatistici che gli vengono somministrate quotidianamente nelle nostre facoltà, con un po’ di archeologia della Scuola di Francoforte e di Simone Weil, con qualche lettura di Franco Fortini, Cesare Cases o Giacomo Debenedetti. E tuttavia, siccome simili antidoti non gli permettono certo di prosciugare il mare inquinato in cui deve giocoforza nuotare giorno dopo giorno, rischierà a ogni passo di mistificare con mossa uguale e contraria anche questi maestri già lontani: di fare cioè, per intenderci, quel che negli ultimi trent’anni è stato fatto accademicamente con la figura di Walter Benjamin. Anche l’Industria Culturale, anche l’avversione per i nuovi Sacerdoti o Tecnocrati delle scienze umane possono insomma trasformarsi per lui in un orizzonte apocalittico troppo generico e fungibile, in un troppo corrivo e cristallizzato alibi di partenza. Continua a leggere “Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio”