Tag: Eugenio Montale

Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)”

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Recensione a Mario Bertasa, "Tiro con l’arco" (Lampi di stampa, 2011)

 

Manuel Cohen 

Nel Novecento è accaduto frequentemente che gli esordi in volume abbiano coinciso con l’avvento dell’età matura degli autori: così è stato, ad esempio, per Lello Baldini, per Franco Scataglini e per Giampiero Neri e Franco Loi, per citarne alcuni tra i più notevoli, con opere prime che per quiddità di stile si rivelano compiute e mature.  Mario Bertasa, nato nel 1967, giunge al primo, interessante libro dopo un lungo apprentissage attestato da apparizioni su riviste cartacee e nel web: anche per questo, forse, più che di un esordio, si potrebbe dire di una conferma o accasamento del precipitato cartaceo di Tiro con l’arco nella interessante collana diretta da Valentino Ronchi. Ma accasarsi dove? In quale lingua? Secondo quale procedimento? Il suo accasarsi porta in sè i germi e gli stigmi della riscrittura continua, dello straniamento e della deterritorializzazione semantica e culturale, una istanza di ricerca mai appagata che valica il gioco linguistico, tra hapax e neologismi (compufonini, tacinotturno, autunnatico, grettitudini), allitterante e assillabante, che ingenera spesso ironie e bisticci verbali e de-verbali: «uno strappo negli stracci dei sensi stressati», o nel climax amplificato dall’allitterazione: « la città e il fumo/ che esala, che esalta/ che esulta nella bella luce delle alogene/ rovesciata sull’asfalto divelto». Un processo di espansione linguistica e di ‘dislocazione’ fonica e semantica della parola (e per interposta voce, dell’io repertuale, inquietamente illirico) che avviene per contrasto, per iperbole o per paradosso a forte valenza aforismatica: «espandersi provoca ristrettezze»; o si pensi alla venatura sarcastica «Mi peso spesso/ ma non ingrasso (sono 2 quinari assonanti)» che accompagna la rilettura di testi (uno su tutti: Montale) o la rivisitazione dei topos e motivi di tradizione letteraria e l’annesso frasario e vocabolario più trito: «qui/ centellinare il miele del mattino / raccogliere conchiglie /stare sulla panchina di una stazione / versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più / scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato» .  Continua a leggere “Recensione a Mario Bertasa, "Tiro con l’arco" (Lampi di stampa, 2011)”

“Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico

Gian Luca Picconi

Le coordinate estreme della riflessione poetica di Mesa e, di conseguenza, della sua prassi artistica sono state fissate da Mesa stesso nelle righe che seguono: «ci si imbatte in una questione cruciale della letteratura occidentale: il conflitto tra volontà-desiderio di autoannullamento, o di scomparsa, o di socializzazione della creatività – di “morte dell’arte”, per così dire “guidata” […] o di implicita vocazione al “monumento”, per antonomasia statuario e statuale»(1). Poco oltre: «se nell’abbandono dell’arte (reale, non “poetizzato”, non “estetizzato”) si annida un demone teleologico, nell’accettazione del “continuare a dire” può sempre insinuarsi – ed è forse inevitabile – la sindrome (tipica soprattutto del poeta, il produttore letterario più emarginato dal mercato) da ambizione […] al monumento»(2).

Proprio all’interno di questa dialettica (senza soluzione) tra volontà di autoannullamento e vocazione al monumento si muove dunque l’intera opera dell’autore, sia nel suo complesso, sia nei suoi singoli episodi. L’opera di Mesa, e in particolare l’opera poetica(3), costituita da una serie di fondamentali “libri di poesia”(4), incorpora così sia la coscienza dell’impossibilità di un’assoluta compiutezza, sia una determinazione alla perfezione e alla compiutezza “monumentale” (detto in altri termini, a una perfetta chiusura formale). Da subito questa scissione è inquadrata da Mesa entro i confini della categoria, storica al massimo grado, di “letteratura occidentale”: così da dimostrare come una simile problematica non sia un universale ma riguardi una particolare episteme storicamente determinata, la stessa che ospita le riflessioni di Mesa. E proprio questa paradossale autoinclusione (in una sorta di prigione fatta a forma di mise-en-abyme) è la principale causa di una simile dialettica tra compiutezza e incompiutezza. È una dialettica tragica: la letteratura cui si riferisce Mesa ha senz’altro il suo culmine cronologico nell’epoca del modernismo, in cui anche Mesa problematicamente sente di situarsi; e gli autori che più volte ha indicato come canonici per il suo modernismo sono tragici, come Celan, o annullano la distinzione tra comico e tragico facendo in modo che il tragico sussuma il comico (Beckett)(5). Continua a leggere ““Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico”

Recensione a Gabriel Del Sarto, "Sul vuoto" [Transeuropa, 2011]

Daniele Claudi

 

Che cosa è il vuoto di cui scrive Gabriel Del Sarto? Rileggendo ora il volumetto con un certo distacco – il distacco necessario per parlarne –, il senso di quel vuoto ti appare chiaro: esso è legato al lavoro del poeta e al tuo. Hai tra le mani un libro ben cesellato – ma tu sai che nel parlarne con approvazione occorre cautela – perché il tuo è un lavoro delicato, ora che l’universo letterario è penetrato da un moto d’horror vacui: con volumi gonfiati e una pioggia di nomi – che ogni giorno si riversano sugli scaffali. Ma si vede bene che il vuoto attende chiunque tessa il vento; c’è una spinta a riempire ciò che sembrerebbe vuoto, colmando inutilmente di contenuto tutto. Allora forse è più giusto tentare soluzioni per rendere abitabile la dimensione che abbiamo – e tendere noi una mano ai lettori. Continua a leggere “Recensione a Gabriel Del Sarto, "Sul vuoto" [Transeuropa, 2011]”

Zanzotto: un poète généalogique

 Philippe Di Meo

Andrea Zanzotto s’est éteint le mardi 18 octobre en fin matinée à l’hôpital de Conegliano où il avait été admis trois jours plus tôt pour insuffisance respiratoire, soit exactement huit jours après avoir fêté son 90e anniversaire. Avec lui disparaît un des poètes les plus originaux de son siècle. La critique italienne tient en outre généralement son œuvre pour la plus novatrice depuis  celle de Leopardi. Jugement que corroborent implicitement de nombreuses traductions. Cependant, largement reconnu son travail demeure malgré tout aujourd’hui encore mal connu. On l’a malheureusement souvent interprété en ayant recours à des catégories interprétatives inadéquates. Le terme de “maniérisme”, éminemment historiciste, élaboré au XIX° siècle par le critique hégélien De Sanctis afin de valoriser les œuvres fondatrices de la tradition poétique et littéraire italienne, Dante et Pétrarque, a souvent été mis à contribution. Quand, précisément, la poésie d’Andrea Zanzotto bouleverse le bel ordonnancement de l’histoire littéraire occidentale à travers l’italienne. Continua a leggere “Zanzotto: un poète généalogique”

Per tutto l'amore del mondo


Martin Rueff

Il miglior modo per sapere cos’è la poesia è leggere le poesie. Cosí il lettore diventa lui stesso una specie di poeta: non perché contribuisca alla poesia, ma perché si scopre soggetto alla sua energia.

L. Zukofsky

Fare posto

Ci scusiamo con Alessandro De Francesco. Scrivere una postfazione per il libro di un giovane poeta, coltivare la speranza di introdurlo alla comunità dei lettori tentando di situarlo, non significa piú, oggi, proporre uno “zerbino” dove lettori affrettati sarebbero pregati di pulire i loro piedi all’uscita (l’immagine è di Reverdy); è innanzitutto prevenire i controsensi che colpiscono la poesia e difenderla attaccando ciò che la minaccia.

In altri termini, è spazzare davanti alle nostre porte – fare posto.

Si può ormai considerare un truismo il fatto che la società della comunicazione abbia sconvolto il rapporto tra esperienza e linguaggio. La comunicazione come ideologia non è la semplice accelerazione delle tecniche di relazione ed espressione, bensí la riduzione della lingua alla sua funzione comunicativa. Peggio: la trasformazione della lingua in tecnica e di questa in merce – il rapporto con l’interno del linguaggio degli imperativi che prescrivono la sua diffusione economica. Quando l’oppresso utilizza la lingua dell’oppressore per dire i propri momenti di libertà, vi è un serio rischio di alienazione. Almeno, ciò lo si poteva dire quando la lingua dell’oppressore non aveva trionfato al punto da rendere ridicolo e illusorio il vocabolario della critica.

Se oggi è necessario ripetere queste tristi verità è per preservare la poesia da tutti i controsensi ai quali simili manipolazioni hanno finito per esporla. Non è questa la sede per proporre una diagnosi o lanciarsi in un discorso sulle cause, anche perché, dopo tutto, al fine di misurare la dimensione del disastro basta accendere la televisione, e poi viaggiare in un mondo che fa di tutto per assomigliarle.

Vogliamo invece parlare di un giovane poeta.

Tra i rischi di ciò ve n’è uno, tenace, nato proprio dall’ideologia della comunicazione: la poesia, diversamente dalla vita, sarebbe “difficile”. Continua a leggere “Per tutto l'amore del mondo”

Dire di sé parlando d'altro

(La questione del “soggetto lirico” in tre libri di poesia contemporanea)

Marco Simonelli



La questione dell’io lirico è un argomento con cui gli autori di poesia sono soliti confrontarsi fin dalle loro prime prove o, addirittura, ancora prima di sviluppare una propria personale poetica e di passare all’atto pratico del comporre in versi. La lettura di Montale sembra essere fondamentale da questo punto di vista: quale rapporto può intercorrere tra vicenda autobiografica e materia narrativa all’interno della scrittura? In quale modo il soggetto singolare arriva a confrontarsi e ad incidersi nella realtà che la scrittura propone? Una poesia che impieghi in larga parte la materia offerta dalla propria soggettività è capace ancora oggi di incidersi nella nostra storia culturale e letteraria? Ampi tentativi di risposta sono stati dati in passato da autori molto diversi tra loro: un’autrice come Amelia Rosselli ha sempre preferito “camuffarsi fra le scene” e focalizzare l’attenzione dei propri lettori sull’andamento sismico del proprio linguaggio mentre di recente Patrizia Cavalli ha sottolineato quanto la presenza di un “io grammaticale” sia una particolare scelta dell’autore che in realtà desidera, esponendosi in prima persona, esemplificare una realtà comune.

Varie soluzioni stilistiche e tematiche sono riscontrabili nell’attuale panorama della poesia contemporanea. Fata morta di Giovanna Marmo, testo vincitore del Premio Antonio Delfini 2005 è un testo che Continua a leggere “Dire di sé parlando d'altro”