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Su "mano morta con dita" di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello (Valentina Editrice, 2012)

di Federico Federici

Ci sono almeno due punti di accesso, in apparenza distinti, a questo lavoro di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello: le incisioni e le poesie. Si tratta in realtà di due accessi che immettono nello stesso labirinto di segni e di suoni dove, in un allucinato tourbillon di maschere, si innesca una spirale psichica intorno a una sorta di uomo/bambino, burattino archetipico deforme, incarnato da un «[…] nano avanti/ con gli anni travestito da neonato». La sua presenza incombe anche dietro le quinte, quasi si trattasse di un dispositivo fuori controllo, in grado di rimuovere a capriccio i capisaldi della messinscena, riscuotere l’intero teatrino di marionette, riannodandone i fili, facendo precipitare gli sfondi dipinti, sbalzando l’una o l’altra di fuori, indifferentemente. L’alterità della sua condizione, che condensa, senza conciliarle, diverse età dell’uomo, si perfeziona in strambe varianti dell’immaginario collettivo, come nella citazione rifatta da Le avventure di Pinocchio («Entra la bara ma non i conigli/ neri come l’inchiostro la sorreggono» da «Quattro conigli neri come l’inchiostro, che portavano sulle spalle una piccola bara da morto»), in cui lo stratagemma della fata, per far bere al burattino la medicina cattiva, diviene sintomo, più che visione, nella fantasia del nano.
Il montaggio distorto del mondo procede in undici quadri-inquadrature, undici momenti di un cadavre exquis, undici stazioni di una chiassosa via crucis, che potrebbe essere diretta da Buñuel Continua a leggere “Su "mano morta con dita" di Nicola Cavallaro e Luca Rizzatello (Valentina Editrice, 2012)”

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Su "Biscotti selvaggi" di Franz Krauspenhaar (Marco Saya Edizioni, 2012)

Federico Federici

Non bevi, non fumi, non sai nemmeno guidare la macchina…
ma ti godi la vita tu?
Bruno Cortona

L’impatto con questo lavoro in versi di Krauspenhaar, il primo «dopo secoli», mi ha subito evocato la pratica dello zapping come forma di consumo, d’incontrollabile editing del flusso audiovisivo nella coscienza.
Il testo scritto assolve alla doppia funzione di schermo di proiezione e protettivo. Ciò garantisce un margine di sicurezza tra sé e il mondo, nei frequenti giochi di sponda tra la propria e l’altrui biografia («[…] il mio amico/ casarini, postinfartato/ classe 43 come gianni/ rivera […]»), si presta a scorci e aperture di gusto fortemente cinematografico, che a volte ricordano l’amara leggerezza di Gassman ne Il sorpasso («scarpe nere per camminare/ al proprio funerale, parlando/ di calcio e cercando femmine/ per proseguire la serata/ allontanando ogni morte»), altre gli acidi dei giovani in Trainspotting, o il pulp di Tarantino («a questo punto piglino tutti una pallottola/ spuntata dal buco del culo di quel nielsen/ già deceduto […]»).
Il potenziale figurativo di questa scrittura si nutre d’interferenze tra vari contesti («[…] commessi esperti/ che scivolano tra i mac silenti/ come tamerici ribagnate»), di salti logici e associazioni libere («[…] come un/ savio di sion col cervello tritato per il ragù»), che rendono la scansione disinvolta, ritmica e narrativa insieme, come flashback fuori controllo. Le parole, uniformate nell’orizzonte visivo dall’assenza (o quasi) di maiuscole, sono straripanti ma, stipate nel verso, creano una tensione eccezionale. Alcuni brevissimi stacchi richiamano qua e là ad altre cose, alla stregua di improvvisi jingle pubblicitari dal sapore grottesco o surreale («credo che ucciderò/ mia madre. Continua a leggere “Su "Biscotti selvaggi" di Franz Krauspenhaar (Marco Saya Edizioni, 2012)”

Su "Le api migratori" di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)

Federico Federici

Al vento che chiede «perché voli?»
ribatte l’ape la domanda: «perché soffi?»

 

Se un antefatto è da cercarsi all’origine di un libro, Le api migratori prendono spunto dagli esperimenti del biologo brasiliano Warwick Estevam Kerr nel laboratorio di Rio Claro, nello Stato di San Paulo, nella prima metà degli anni Cinquanta. Kerr incrociò Apis mellifera scutellata, originaria dell’Africa centro-orientale, con sottospecie europee (Apis mellifera mellifera, Apis mellifera ligustica e altre), nel tentativo di ottenere un ibrido docile e produttivo, più adatto ai climi tropicali dell’America centro-meridionale. Nacquero così le api africanizzate, meglio note come “api assassine” che, accanto a una migliore efficienza produttiva, manifestano però tratti ereditati dall’antenato africano, quali la tendenza a sciamare in cerca di cibo seguendo le stagioni e una spiccata aggressività a difesa della zona intorno all’alveare, con attacchi protratti a lungo raggio. Ci sono casi documentati di occupazione e sottomissione di colonie d’api preesistenti. Altro aspetto che le distingue dal tipo europeo è il frequente insediamento nelle cavità del terreno. Sfuggite per errore dal laboratorio di Kerr nel 1957, sono migrate a nord attraverso il Messico. Per effetto di ripetuti incroci con api del ceppo europeo già presenti sul territorio, i caratteri aggressivi si sono gradualmente attenuati, ma l’allarme resta alto soprattutto nelle aree urbane più densamente popolate. In alcuni Stati, come la Florida, si sono attivate vere e proprie campagne di informazione e messi a punto protocolli di intervento (African Bee Action Plan), per fronteggiare l’eventualità di un attacco in sciame. Ampio rilievo hanno in letteratura le statistiche su casi documentati, fatali a uomini o animali.
Con questa premessa, è possibile inquadrare una prima struttura nel lavoro di Raos, Continua a leggere “Su "Le api migratori" di Andrea Raos (Oèdipus, 2007)”

code-verse: su "Stati di Assedio" di Mariangela Guàtteri (Anterem, 2011)

Federico Federici

Le tre Neurosi in Stati di Assedio sono altrettante ferite profonde inferte alla materia viva del testo, fitte di dolorose suture, punti intrecciati in una grande allegoria di linguaggi nel tentativo di sancire una volta per tutte la realtà attraverso la sua rappresentazione (<Il potere>, <Hardcore pornography>), l’essere oltre il continuo disfacimento e ricomposizione dei corpi (<Edge of Existence>, <Mimetica>), Dio nella sua più dolorosa invocazione (<Passioni>, <Atti e invocazioni>).
La scrittura è soffusa di codici, segni diversi combinati a ricostruirsi un senso nell’ambiguità. Così è per il latino della Passione mescolato al rigore di una cartella clinica, per i riferimenti diagnostici («X sulle cose (irradiazioni)// e allora solo ossa/ [uno stato pulito]») accostati al backup di una macchina sull’orlo del reset («un accesso immediato/ si trasmette l’esistente// [si comunica]/ si salva»), per la solitudine colma di autorità nel cybersex masochistico («[intanto qualcuno provvede a infilare qualcosa tra le altre piaghe/ (usa le dita in funzione precisa/ del divaricatore)]», «{dichiara la resa/ voltando la schiena a una luce/ {tieni posizione di un cane che si stira/ {prendilo nel corpo/ (qualsiasi cosa impropria)/ senza fare resistenza», «ferite che sono già di nessuno/ le pratica ognuna in un turno/ in un gioco di carne») che rielabora alcuni tòpoi della sottomissione religiosa e del delirio mistico («così mostro il seno/ dove fui rinchiuso/ (per il tempo di un seme)/ e rimango aperto/ […] un tipo di comando/ un emblema/ […] una protesi servente// un meccano semovente/ […] un oggetto del piacere/ un artiglio// un germoglio/ [una punta per sbuzzare]/ ave maria/ che mi sei davanti// col torace intatto/ […] corpo raccolto/ nelle tue piaghe/ nascondimi/ da questa polvere// […] un desiderio ardente/ così sia// in orazione sempre/ a un sole che non muove»).
L’automa compenetra il corpo dell’Uomo, Continua a leggere “code-verse: su "Stati di Assedio" di Mariangela Guàtteri (Anterem, 2011)”

Strange fruit – "Adage Adagio" di David Nettleingham e Christopher Hobday (Polìmata, 2011)

Federico Federici

 

Scritto nell’arco di un anno, Adage Adagio, uscito originariamente in Inghilterra nel 2009 per The Conversation Paperpress, è un dialogo in versi tra due poeti di formazione diversa: David Nettleingham, ricercatore e insegnate di sociologia presso l’Università del Kent e Christopher Hobday, specializzatosi in Letteratura inglese e americana presso la stessa Università in Canterbury.
L’ispirazione per questo lavoro nasce dall’infittirsi delle discussioni tra i due autori sull’origine del vivere sociale, su quel nature versus nurture che separa la “naturalità” dalle sue elaborazioni o trasposizioni nella “società” degli uomini. Adage Adagio esprime il serrato confronto tra due posizioni distinte che tentano a ogni verso di misurare la propria distanza, di spiegare o confutare le rispettive ragioni. L’intera raccolta funziona sull’espediente dialettico di antitesi e tesi nel tentativo di risolvere la contrapposizione di fondo: da un lato Nettleingham, convinto di una matrice essenzialmente sociale dell’uomo, dall’altro Hobday, che non separa mai completamente i contesti da un a priori naturale, quasi una predisposizione genetica al libero arbitrio. Le due prospettive convergono su ciò che Nettleingham chiama “memoria” e Hobday “ereditarietà”, qualità innate o espressioni di una volontà che rendono però ogni individuo parte di qualcosa di radicale. Con una metafora, si potrebbe dire che ogni foglia è tale secondo la propria specie, ma vive solo se sono vive le radici dell’albero cui appartiene.
La dicitura “Appunti I-X” del sottotitolo non sia fraintesa. Non si tratta di un archivio provvisorio che rimanda a un’analisi e un’interpretazione (anche poetica) successive. La prima stesura costituisce solo lo strato più profondo, quello su cui si sono accumulati i dati veri e propri. Ne sono però rimasti sparsi affioramenti che costituiscono passaggi di un realismo tanto più crudo e vivo quanto più isolato all’interno di un’elaborazione anche complessa e raffinata.
Il linguaggio attraversa verticalmente tutti i piani della raccolta, Continua a leggere “Strange fruit – "Adage Adagio" di David Nettleingham e Christopher Hobday (Polìmata, 2011)”

Su “This is not my hour" di Peter Russell (Il Foglio Clandestino, 2010)

Federico Federici

 

«Let art hide art, dissimulate the truth»
(s. 15)

Al di là di ogni tentazione canonica, il sonetto rappresenta per Russell la capienza esatta entro cui disporre significati e suoni secondo un criterio unificante, dando vita a quella che chiamava ‘forma-pensiero’. Non è una scelta di “maggior letterarietà”, ma è per esprimere attraverso un meccanismo funzionale la propria disciplina interiore, elaborando soluzioni metriche diverse, quasi a tentazione di un mantra occidentale. La contesa tra scrittura e forma ricalca quella tra individuo e società, richiede lo stesso carisma, la stessa dedizione all’esperienza e abitudine all’astrazione per essere risolta. Solo così la parola poetica può incarnare, nell’estenuante reinterpretazione di una delle sue forme più letterarie, la novità di una vera norma morale e la sua ambigua versatilità.
Scrivere poesia significa esprimere l’aderenza dell’essere alla parola, secondo una disposizione di sé che non può semplicemente accoglierla quale termine ultimo di paragone, limitandosi a riflettere in essa la propria interiorità, quasi fosse luce ben disposta su materia inerte, quasi fosse un “fatto letterario” inconfutabile, un’illusione beatificante e consolatoria («Poetry for me is not just what I do,/ but what I am, perpetually. Days pass.», s. 23). Se il tempo tenta di corrompere persino la parola, Continua a leggere “Su “This is not my hour" di Peter Russell (Il Foglio Clandestino, 2010)”

Oscurato (su "Entrata nel nero" di Ranieri Teti)

Federico Federici

 

«Eingedunkelt
die Schlüsselgewalt.
»
P. Celan

Sin dal titolo, questo lavoro di Ranieri Teti contiene un’indicazione programmatica: l’esplorazione del nero, da intendersi non nell’unica accezione del colore, ma come categoria più vasta, una sorta di compendio biografico dell’oscurità. Di volta in volta interrogato è il nero della materia combusta, lo «spegnersi di finestre alla fine dell’estate», l’attesa/assenza «uguale al nero che vive nel giorno», l’occultamento delle cose, delle loro posizioni su una riga di confine, ultima barriera lungo (e oltre) la fuga del mondo. È l’esodo (o l’esilio) verso l’altro lato della notte, verso «la meta inabissata nell’opaco», che neppure la parola nomina e trattiene. Il fine unico è un ritorno anche se la partenza (o l’allontanamento) è stata senza testimoni.
Il “non scritto”, negativo dello scritto, ha valore interstiziale, definisce la raffigurazione cingendo d’assedio la parola, riducendola, contraendo lo spazio del testo («nella divisa unità della frase/ il bianco intorno unisce e separa»), rinnovando il monito di Celan: «Schreib dich nicht/ zwischen die Welten». Alcuni componimenti Continua a leggere “Oscurato (su "Entrata nel nero" di Ranieri Teti)”

All the letters of this alphabet – Notes on Nika Turbina's poetry

Federico Federici

Nika Turbina’s poetic path opens and comes to an end over only the shortest lapse of time. She seems to have known this from the beginning, once writing in her journal: “I said everything there was to say about myself in my poems, when I was just a child. I needn’t have grown into this woman’s body…”
Adulthood has not the value of experience that we look forward to for so long, and though not in itself desirable, childhood seems to contain all the facets of life. While seeking their path, with the burden of “[…] life and death/on the shoulder”, all have to hurry up. For as night follows day, the day will come when the sun sets forever.
Nika Turbina was concerned early on with this impending sense of time, which meant loss, change, disappointment from her soon to be abandoned hopes. How to escape having known so much so young? Forgetfulness comes only with eternity, yet “[…] the old house/[…] stands by the river of memory” – the place where we lived while yet we might again. The gradual loss of innocence Continua a leggere “All the letters of this alphabet – Notes on Nika Turbina's poetry”

Nota critica a “Profanerie private” di Natalia Bondarenko (Guarnerio, 2010)

Federico Federici

I quattro momenti in cui si articola Profanerie private ne sottendono solo esteriormente la struttura, ponendosi a macroscopica scansione di un vissuto inquieto, fondato su un “da vivere” più denso, buono a formulare ex novo l’intera vita. Il terreno è già segnato dalla scrittura, ma ancora non consolidato, tenero alle radici, mobilissimo. Sarebbe grossolano errore considerarli alla stregua di segnalibro in uno schedario, in un diario ordinato nel quale si riportano con metodo temi e tempi, secondo un’evoluzione lineare, dispiegata. Casomai, nei continui slittamenti, nelle ellissi temporali, si potrebbe richiamare l’improbabile protocollo cronologico allestito altrove da un’altra poetessa russa, Dar’ja Suchovej, («ammettiamo che sia martedì», «diamoci arie che sia giovedì» etc.), per raggruppare “scriteriatamente” l’esperienza, accumulando materiali e citazioni nella dialettica reperibilità-deperibilità del tempo.
I testi antologizzati non sono in traduzione, ma scritti originariamente in italiano, messi dunque a lungo in discussione nei loro minimi termini.
In questa prova con una diversa madre-lingua, madre-matrigna, Continua a leggere “Nota critica a “Profanerie private” di Natalia Bondarenko (Guarnerio, 2010)”

Sorvegliare questa oscurità: nota critica su “One window and eight bars” di Rati Saxena (Cantarena, 2008)

Federico Federici

Le parole non sono che questo se l’incarnazione cerca l’antica ispirazione, ingoiata nel groviglio di ossa, nervi e sangue di cui si è fatto testo. Può la Vita incarnarsi molte volte allo stesso tempo, come una in molte? Cosa resta allora da fare se la poesia giunge da più di una radice, attraverso semi e pietre, rompendo la costrizione di un numero infinito di cose, vestita di molte lingue? Non si tratta neppure di contrapporre parte a controparte. Né di un fatto di pura imitazione, di inesauribile variazione, ovvia traslitterazione, di affilate unghie, che scavano in cerca di qualche tono più profondo. Ha forse senso provare a far penetrare le immagini nel retro opaco di uno specchio? Che diletto c’è in quello che non è sceso ancora sulla pagina?

Qui si tratta piuttosto di uno strettissimo incontro tra molteplicità di corpi in cerca di un altro corpo ancora.
«Anche le mie poesie sono diverse da quelle degli altri poeti Indiani, Continua a leggere “Sorvegliare questa oscurità: nota critica su “One window and eight bars” di Rati Saxena (Cantarena, 2008)”

Recensione a “L'impronta del tempo” (Edizioni del Foglio Clandestino, 2007)

Federico Federici

La svalutazione dell’atto poetico, come atto volontario in grado di incidere nel mondo, è un tratto comune a buona parte della poesia, che ha radici nel rivolgimento culturale seguito alla caduta di antiche ideologie, in prossimità degli anni Ottanta e Novanta. Liberate dall’ambiguità della censura di principio, iniziano da Est a emergere voci nuove, consolidate da un percorso personale ben delineato, che avevano fatto propria quest’ansia già viva in Occidente, divise tra sconfinamenti dal forte sapore nostalgico per la figura novecentesca del poeta, e sarcastiche, autoritarie rivendicazioni proprio del valore della sua voce. Il nodo si stringe intorno alla reale possibilità di fare della parola non solo uno strumento di formazione estetica o morale condivisa, ma di autentica costruzione esistenziale. Cade l’idea del verso come modello/metro di riferimento, attraverso il quale misurare la realtà, e con ciò l’illusione che il linguaggio governi da una dimensione a sé il mondo, venendo meno la netta distinzione tra l’uno e l’altro.
Pur nei tratti del tutto riconoscibili di una biografia singolare, Petr Halmay, poeta e prosatore originario di Praga (1958), può essere collocato in questo contesto.
L’esperienza maturata nelle molte professioni (macchinista, magazziniere, uomo delle pulizie, insegnante, attrezzista falegname a teatro ecc.) affiora nei residui che popolano ambienti a lui quotidiani (quinte teatrali, magazzini, depositi), o comuni stanze, abitazioni spesso trasfigurate secondo la logica del teatro. Non si tratta mai di semplici riferimenti biografici, ma di citazioni in grado di attivare i meccanismi di un’efficace allegoria, che lentamente svela uomini, animali e cose sullo stesso piano, grottesche miniature di un teatrino meccanico o di un carillon. Lo sguardo è quello disincantato, talvolta affettuosamente metodico, di chi per abitudine monta e smonta a memoria le scenografie di uno spettacolo. Continua a leggere “Recensione a “L'impronta del tempo” (Edizioni del Foglio Clandestino, 2007)”

Recensione a “La nuovissima poesia russa” (Einaudi, 2005)

Federico Federici

La frantumazione del nuovo verso russo è soprattutto ridiscussione dei rapporti tra luoghi (Mosca, San Pietroburgo) e altri luoghi (Ekaterinburg, Perm’, Celjabinsk, Novosibirsk) i cui legami portano oltre confine: Francia e Germania, ma anche Stati Uniti. Non si tratta solo più del dibattito su riviste ufficiali (Literaturka) intorno all’eredità del passato, né dell’esplorazione in periferia di nuove scritture da ricondurre al solco di una coscienza comune, già condivisa per exempla. Al contrario, è una fuoriuscita che non rivendica precedenti e che si colloca nello spazio improvvisamente aperto negli ultimi decenni verso Occidente «Ereditarietà associata a trauma durante il parto-/ l’anima è libera» (Boris Ryžyj). Se negli ambienti più conservatori è ancora difficile incontrare un’autentica apertura che vada oltre la polemica rassegnazione, non tutta la poesia contemporanea contrasta al negativo con la tradizione. Continua a leggere “Recensione a “La nuovissima poesia russa” (Einaudi, 2005)”

Nota critica su Nika Turbina, “Sono pesi queste mie poesie” (Via del Vento, 2008)

Federico Federici

I testi raccolti in Sono pesi queste mie poesie, inediti o proposti in nuova traduzione, sono stati scritti da Nika Turbina (1974-2002) fra i sette e i nove anni di età, salvo gli ultimi quattro (del 1985 Pesciolino d’oro, gli altri tre dopo il 1990). Questa scelta è avvalorata dalle parole di una pagina del suo diario: «Tutto quello che dovevo, l’ho detto da bambina, nelle mie poesie. Non c’era bisogno che divenissi donna».
È un arco ristretto di tempo quello in cui s’apre e chiude l’intero percorso e la Turbina sembra saperlo dall’infanzia. Se, come sottolinea Evtušenko nell’introduzione a Quaderno di appunti (1984), Continua a leggere “Nota critica su Nika Turbina, “Sono pesi queste mie poesie” (Via del Vento, 2008)”