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Una breve nota su Milo De Angelis, "Millimetri" (nuova ed.: Il Saggiatore, 2013)

Vincenzo Frungillo

Millimetri è, come hanno detto in tanti, il libro più denso e oscuro di Milo De Angelis. Una chiave di letture del testo sta proprio nel  titolo, ossia la distanza minima che viene citata. Tutti i titoli di Milo De Angelis evocano la distanza, il margine di approssimazione alle cose (Somiglianze, Distante un padre, Biografia sommaria), citano la distanza ineliminabile tra la parola e le cose. In Millimetri però essa diventa il tema centrale del libro. Millimetri è la presa d’atto di questo destino umanissimo, il destino del poeta. Parliamo allora di un libro originario, un libro per certi aspetti dalla perentorietà greca, così come è stato ricordato da alcuni autori più giovani. Penso a Fabio Jermini o a Francesco Filia. Filia in una sua mirabile recensione a Millimetri accenna ad esempio all’ a-peiron di Anassimandro: l’a-peiron è appunto il “senza limite” ossia lo spazio che invece di chiudersi nella verbalizzazione si alimenta all’infinito in un moto perpetuo e pendolare. I versi che tutti ricordiamo di questa raccolta recitano: “In noi giungerà l’universo / quel silenzio frontale dove eravamo / già stati”. Qui è pronunciato il moto oscillatorio della parola, che apre lo spazio che vorrebbe circoscrivere, che subisce lo spazio che vorrebbe colmare. Lo sforzo non può che risultare una corsa sul posto, un gesto che piega il corpo su se stesso: “La saliva, per la seconda volta, / risucchia se stessa; / beve”. Millimetri è l’ostinata misurazione di un destino, è il punto in cui un percorso poetico si riduce all’essenziale e proprio per questo diventa più evidente e luminoso. La compressione aumenta l’energia e la potenza del verso. (Non parliamo di depressione che è per definizione “l’incapacità di distinguersi dalle cose”, qui non è necessario l’aspetto autobiografico). I versi “si frazionano”, Continua a leggere “Una breve nota su Milo De Angelis, "Millimetri" (nuova ed.: Il Saggiatore, 2013)”

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Recensione a Francesco Filia, "Il margine della città" (Il Laboratorio, 2008)

Vincenzo Frungillo

Guardare significa essere legati immediatamente a stimoli visivi, essere immersi in un orizzonte visivo. E’ la parte più rilevante della nostra componente animale, è il legame con l’ambiente. Su questo istinto si fonda la norma madre della società contemporanea. Diversa cosa è il vedere. Continua a leggere “Recensione a Francesco Filia, "Il margine della città" (Il Laboratorio, 2008)”