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Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Franco Fortini, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Massimo Gezzi, Italo Testa)

Maria Borio

1. Il rapporto tra la poesia italiana contemporanea e la comunicazione etica indica un percorso in cui, a partire dalla seconda metà del Novecento, la poesia ha mostrato una consapevolezza altalenante del proprio ruolo storico e della fiducia nella propria funzione lirica, soprattutto dagli anni Settanta quando, anche per il progressivo affievolirsi delle ideologie, i contenuti soggettivistici hanno iniziato ad essere predominanti. In particolare, con l’uscita di Satura di Montale, con gli epigoni della Neoavanguardia e con l’emergere dell’estetica postmoderna, il rapporto tra l’io e la profondità storica è stato generalmente, per alcuni anni, livellato su uno stato di psicologismo e di corporalismo esibiti. Non si vuole, tuttavia, affrontare il tema della comunicazione etica come riflusso di una logica idealistica che potrebbe far pensare una storia della letteratura impostata secondo il modello di De Sanctis, caratteristico della tradizione italiana, i cui cardini sono costituiti proprio dalla portata etica delle opere. La mia analisi intende, piuttosto, far uso della comunicazione etica come strumento induttivo per individuare i legami tra l’estetica della lirica e la storia, tra la poesia e i contenuti che non riguardino esclusivamente la sfera del soggetto, ma senza voler imporre giudizi di valore discriminanti e settari. Continua a leggere “Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Franco Fortini, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Massimo Gezzi, Italo Testa)”

Archeologia e comunità: Appunti sull’opera di Fabio Pusterla

Gianluca D’Andrea

La familiarità con un mondo nato da una ricerca assidua e ostinata, completa nella scelta di una direzione che conduce alla riscoperta di appartenenza alla communitas umana, alla specie vivente, è ciò che mi spinge a provare un excursus nell’opera, a tal proposito significativa, di Fabio Pusterla.

Agli albori del lavorio del poeta svizzero è subito avvertibile la tendenza allo scavo delle potenzialità “erosive” della lingua che, nella sua capacità espressiva e comunicativa, manifesta la necessità di testimoniare:

Le parentesi

L’erosione
cancellerà le Alpi, prima scavando valli,
poi ripidi burroni, vuoti insanabili
che preludono al crollo. Lo scricchiolio
sarà il segnale di fuga: questo il verdetto.
Rimarranno le pozze, i montaruzzi casuali,
le pause di riposo, i sassi rotolanti,
le caverne e le piane paludose.
Nel mondo Nuovo rimarranno, cadute
principali e alberi sintattici, sperse
certezze e affermazioni,
le parentesi, gli incisi e le interiezioni:
le palafitte del domani[1].

Se la lingua appare residuo archeologico, luogo minimo di un sapere sempre più fagocitato dal tempo, allora la tensione di chi aderisce totalmente a questa protesi millenaria si fa coraggio emancipante, urlo attenuato, emblema di una sobrietà da sparare addosso a chi fa, della stessa protesi, possibilità offuscante e falsificatrice: in Heteroptera[2] è proprio questo scontro tra le possibilità linguistiche ad essere focalizzato: Continua a leggere “Archeologia e comunità: Appunti sull’opera di Fabio Pusterla”

«Un fuorilegge della critica»: Cesare Cases critico militante negli anni Cinquanta

Michele Sisto

Qual era il tipo di critica che tu sostenevi?
Quella che non interessa solo ai critici.
(Intervista a Cesare Cases)

Sia o non sia stato lo stesso Cesare Cases a definirsi, sulla quarta di copertina del Testimone secondario, un «fuorilegge della critica», certo l’espressione è indovinata. Se infatti fin dalla metà degli anni cinquanta calibri come Contini, Fortini e lo stesso Lukács gli riconoscono la patente di critico, altrettanto precoce è la sua fama di recensore indocile e intransigente polemista. Gran parte dei suoi interventi militanti sono contro gli autori e le opere maggiormente celebrati dalla critica. Soprattutto sul versante della letteratura italiana: in ampie recensioni, che non di rado tracimano in veri e propri saggi critici, Cases dice, in sostanza, no al Metello di Pratolini, no al Barone rampante di Calvino, no al Pasticciaccio di Gadda, per non parlare della neoavanguardia, alla quale opporrà i suoi no fino a tutti gli anni sessanta. Continua a leggere “«Un fuorilegge della critica»: Cesare Cases critico militante negli anni Cinquanta”

Un "informale freddo". Note da una lettura di Fortini (2004)

 Marco Giovenale

 

1.

Franco Fortini ha scritto, con I cani del Sinai, un testo d’avanguardia? Probabilmente sì, anche se l’autore avrebbe certo rifiutato l’azzardo di una definizione simile (e si vedrà presto, quattro righe avanti, da un suo tocco polemico e ironico).

Quelle pagine avevano la pretesa dichiarata di «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee, insensibili alla luce normale. La forma autobiografica, dovrebbe capirlo anche un critico di avanguardia, non è che modesta astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo che anche miei non sono. Della mia “vita” non me ne importa quasi nulla» [1]

Non sostengo che un finalismo (come quello che presiederebbe a una fantomatica usefulness della letteratura) controlli o pre-scriva la elaborazione di un libro come I cani del Sinai. Ma certo un intento conoscitivo si forma durante la costruzione materiale del testo, l’itinerario che immagina. Allora in Fortini il «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee» significa cercare non una illuminazione di parti non chiare in una storia dolorosa che è di tutti e di un individuo, né forse la delimitazione del loro perimetro, ma semmai l’operazione di offrire o ricomporre l’esperienza-certificazione del fatto che esse esistono. E fanno resistenza. (In ciò che è reale). (Eco parlerebbe di linee di resistenza dell’essere).

Nei Cani si vede in azione non un realismo, né una costruzione allegorica, o anzi puramente memoriale, né la narrazione dei fatti del ’67; non l’architettura del pamphlet politico. Il Fortini che sul piano religioso negli anni di discriminazione razziale e guerra era «costretto ad aprirsi sui due versanti delle cose invisibili»[2] non è – scrivendo – schiacciato in un angolo di dualismo di forme. (Ammesso che nella fede lo fosse). Allora I cani del Sinai è un testo d’avanguardia anche perché dimostra che ci si può misurare con la violenza del tempo (storico) senza impedirsi di imporre al tempo una forma che non è la sua. Continua a leggere “Un "informale freddo". Note da una lettura di Fortini (2004)”

Mesa e Di Ruscio: dittico degli insubordinati

Andrea Inglese

Nel 1997, per Anterem Edizioni (collezione del premio Lorenzo Montano), è uscito Improvviso e dopo (poesie 1992-1995) di Giuliano Mesa. Nel 1999, per la PeQuod di Ancona è uscito Firmum (1953-1999) di Luigi Di Ruscio. Improvviso e dopo costituisce la terza raccolta personale di Mesa, Firmum si presenta invece come un’autoantologia personale di Luigi Di Ruscio. Lascio al lettore il compito di approfondire le ragioni di un tale accostamento. I due autori possiedono voci molto diverse eppure sono accomunati da una rara intransigenza che rende i loro testi pochissimo sensibili alle necessità endoletterarie di posizionamento e visibilità. Lontani da poteri e contropoteri, questi due poeti vanno solitari, tenacemente insubordinati.

 

MESA

 

Ascendenze. Quali voci del Novecento italiano sono riconoscibili nel dettato di Mesa? In quale famiglia inserirlo? La lingua di Improvviso e dopo emerge compatta, coerente, nettamente distinguibile nel panorama contemporaneo, e proprio per questo remota, avulsa. Il riferimento più immediato ci porta oltrefrontiera, a Beckett. Di Beckett è riconoscibile il vocabolario del corpo smembrato e derelitto, il ritmo ossessivo delle funzioni biologiche elementari – tra cui va incluso il dire, che è un conato insopprimibile come la sete o la fame. Ma Mesa allarga lo scenario beckettiano, introducendo panoplie industriali e fregi faunistici propri di una versione contemporanea dei trionfi rinascimentali: scorci fantasmagorici e terrificanti di un paesaggio ibrido, in cui si accavallano immagini di preistoria e di dopo storia [dai cunicoli alla fonderia, torcia, basalto, elmo d’acciaio / tracce di sterratura, cavi di vetroresina, formiche, / mosche sugli occhi, polvere, prurito: finito]. Di Beckett è anche presente un motivo fondamentale: il tema dell’enunciazione. Non, si badi, poesia sulla poesia, bensì poesia sull’atto del dire, sull’evento di una voce che incessantemente produce significati, non volendo mai del tutto riconoscersi in essi [vita che dopo vita finisce e non fa somma, / qui non fa più che sottrarre poco al nulla, / qui si fa un’altra parlata, / rifinita e rifinita ancora, ancora].

Negazione. La poesia nega il mondo, in quanto si pone come promessa utopica di felicità; il mondo nega la poesia, smascherandone il carattere ipocrita e consolatorio. Di questo doppio legame le avanguardie novecentesche sono spesso rimaste prigioniere, incerte tra potenziare lo specifico letterario a difesa della futilità imperante o distruggerlo in nome di rivoluzioni politiche a venire. Queste opposte e simmetriche negazioni divengono in Mesa metafora di una lacerazione più diffusa che coinvolge l’intero edificio del linguaggio ordinario  ben al di là del ristretto idioma poetico. Qui si colloca quell’esercizio dell’enunciazione (provvisorio e precario) che, come ho già detto, è un Leitmotiv fondamentale del libro. La doppia negazione quindi, piuttosto che essere assunta a livello di presupposto dottrinario, fornisce il ritmo alternato di sistole-diastole attraverso il quale il dire nega l’essere della cosa e la cosa nega l’essere del dire [nome non dice cosa / cosa non fa spessore]. Non si tratta di schierarsi intellettualmente per una o l’altra delle due tesi, bensì di considerarle come momenti entrambi legittimi di una pratica della scrittura che mira a salvaguardare l’efficacia e la forza del linguaggio, misurandolo ogni volta con il proprio limite e la propria inconsistenza. Mesa è infatti è inconsapevole che chi grida contro la menzogna del linguaggio, si è comunque costruito attraverso di esso un’immagine della verità (la parola smentisce se stessa, dicendo che le cose stanno ben altrimenti da come vengono dette). Troveremo allora versi come questi: fare la figura immediata / ma sarebbero sempre altre parole / anche le dette con spasimo / contratte striate / idilli di lingua e mondo / reggicose spegnicause. La poesia che celebra il silenzio e l’afasia, non sfugge al paradosso dell’espressione: anch’essa produce «idilli di lingua e mondo». Dunque, inutile sacralizzare il silenzio, quasi fosse, esso almeno, zona franca e autentica. L’ibrido domina in Mesa come già in Beckett: non esiste silenzio perfetto né chiacchiera del tutto menzognera. Ecco allora l’atletica dell’enunciazione: tre parole in fila, / le stesse, oppure no: / se tornano, se cambiano, / bianche, dipinte, nere: / prendete tempo, ancora, / mancano il poco o il nulla. Ciò che conta è allora il passaggio della parola, la scansione delle frasi e la misurazione del tempo, l’alternanza e la mutazione dei significati, la caducità del senso. Inutile afferrare il nulla attraverso il linguaggio; il nulla (o il «poco») emerge dalla vita stessa del discorso, nel suo farsi e disfarsi, nelle digressioni che si spengono in amnesie o nell’ossessiva e demente ripetizione, nell’interruzione improvvisa, nel filo perduto e ritrovato. Continua a leggere “Mesa e Di Ruscio: dittico degli insubordinati”

Due letture di "Due sequenze"


M.Giovenale, Due Letture di “Due Sequenze”http://www.scribd.com/embeds/60117240/content?start_page=1&view_mode=list&access_key=key-22b14gxvzb6riq4r9ahh(function() { var scribd = document.createElement(“script”); scribd.type = “text/javascript”; scribd.async = true; scribd.src = “http://www.scribd.com/javascripts/embed_code/inject.js”; var s = document.getElementsByTagName(“script”)[0]; s.parentNode.insertBefore(scribd, s); })();

Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio

Matteo Marchesini

La circostanza è ormai verificabile come un teorema matematico: chi è nato nell’ultimo mezzo secolo, e sia pure in un ambiente privilegiato, è cresciuto quasi sempre privo di un gusto, di un senso spontaneamente in grado di dividere almeno alla grossa, tra i prodotti della vecchia cultura umanistica, il falso dal vero, i gioielli dalla bigiotteria: cioè privo di quel gusto o senso già appartenuto a una limitata ma solida élite, che appunto cinquant’anni fa è stata spazzata via dalla mutazione genetica dell’industria culturale.

Oggi, a fine anni zero, un intellettuale quarantenne, trentenne o ventenne, se è fortunato e avvertito, può tutt’al più faticosamente apprendere a fiutare la contraffazione dei prodotti occhieggianti a quel mondo estetico-politico oramai defunto (siano essi romanzi, saggi, poemi, trattati metafisici): a riconoscere insomma, per addestramento, l’inganno nascosto in quei pacchi mediatici e universitari su cui sono stampate etichette che seguitano a definire con gli stessi termini otto-novecenteschi opere e studi ridotti a una mostruosa e dilagante parodia di massa delle Poetiche e del Pensiero.

Se è fortunato e avvertito, uno studente di lettere e filosofia può ad esempio imparare a correggere le massicce iniezioni di poststrutturalismo francese e di neoheideggerismo, di best-sellers e di delirii comparatistici che gli vengono somministrate quotidianamente nelle nostre facoltà, con un po’ di archeologia della Scuola di Francoforte e di Simone Weil, con qualche lettura di Franco Fortini, Cesare Cases o Giacomo Debenedetti. E tuttavia, siccome simili antidoti non gli permettono certo di prosciugare il mare inquinato in cui deve giocoforza nuotare giorno dopo giorno, rischierà a ogni passo di mistificare con mossa uguale e contraria anche questi maestri già lontani: di fare cioè, per intenderci, quel che negli ultimi trent’anni è stato fatto accademicamente con la figura di Walter Benjamin. Anche l’Industria Culturale, anche l’avversione per i nuovi Sacerdoti o Tecnocrati delle scienze umane possono insomma trasformarsi per lui in un orizzonte apocalittico troppo generico e fungibile, in un troppo corrivo e cristallizzato alibi di partenza. Continua a leggere “Un inglese a Piacenza – Piergiorgio Bellocchio”