Tag: Gabriele Frasca

Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea

Jacopo Grosser

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive: Continua a leggere “Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea”

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Pagine di una educazione letteraria. Appunti su "La sadisfazione letteraria" di Corrado Costa

Riccardo Donati

Plus je devrais être raisonnable, plus ma

maudite tête s’irrite et devient libertine

M.me de Saint-Ange ne La Philosophie dans le boudoir

Venire via dall’arte è una grandissima fatica

Corrado Costa, L’incognita borghese

 

Il s’agit d’une éducation…

«Costa ci raggiunge con un misurato ritardo, quando tutto sembra risaputo, e invece di Costa ci rimane tutto da sapere, ossia da leggere»: con queste parole uno dei maggiori poeti contemporanei, Andrea Inglese, ha recentemente reso omaggio al multiforme ingegno di Corrado Costa (1929-1991) in un notevole numero de “il verri” interamente dedicato al poeta di Mulino di Bazzano(1). La figura di Costa, «anima ludica ilare e distruttiva» come lo ha definito il sodale Nanni Balestrini(2), si colloca in una posizione di primo piano non solo entro il vastissimo alveo dell’esperienza neo-avanguardistica, ma anche all’interno di un’ideale «linea emiliana» della nostra letteratura, eccentrica e pungente, ironica e autoironica, che, poniamo, da Delfini e Zavattini giunge fino a Celati e Cavazzoni. Per questo duplice motivo, ha ragione Andrea Cortellessa nell’affermare che Costa non merita la riduttiva etichetta di “minore”(3): quella dell’autore di Pseudobaudelaire è una voce originalissima e dagli esiti rimarchevoli, oltre che una presenza intellettuale di non trascurabile rilievo(4). C’è un testo in particolare che ci sembra confermarlo, un’opera che ha tutte le caratteristiche del manifesto di poetica senza averne affatto l’aria, un libro di natura giocosamente sperimentale e intriso di spunti metaletterari, come ben testimonia il jeu de mots del titolo: La sadisfazione letteraria. Continua a leggere “Pagine di una educazione letteraria. Appunti su "La sadisfazione letteraria" di Corrado Costa”

Essere ottimisti è da criminali

Recensione a: Theodor W. Adorno, Essere ottimisti è da criminali. Una conversazione televisiva su Beckett, a cura di Gabriele Frasca, L’ancora del Mediterraneo, 2012

Federico Francucci

Nel febbraio 1968 un’emittente tedesca trasmise, in fascia oraria di grande ascolto, due opere beckettiane risalenti a pochi anni addietro: un adattamento televisivo di Play, pièce teatrale del 1963, e Film, il mediometraggio del 1964 diretto da Alan Schneider con il vecchio Buster Keaton come indimenticabile protagonista. A seguire fu messa in onda una conversazione su queste opere, e sul significato e l’importanza del lavoro di Beckett, a cui partecipavano Theodor Adorno, uno dei più importanti e discussi filosofi occidentali del Novecento, e poi Martin Esslin, intellettuale cosmopolita e direttore dei programmi radiofonici della BBC, nonché collaboratore e amico di Beckett, Ernst Fischer, scrittore austriaco di fiera militanza comunista, e Walter Boelich, giornalista culturale e allievo del grande filologo romanzo Ernst Robert Curtius. Continua a leggere “Essere ottimisti è da criminali”

Semantica e sintassi beckettiana in Gabriele Frasca e Giuliano Mesa

Andrea Inglese

Parte I

Diversi sono i poeti italiani, in cui è possibile rintracciare un’influenza puntuale o un’affinità più generale rispetto all’opera di Samuel Beckett. Per influenze puntuali intendo tutto quanto segnala, in un testo, un richiamo stilistico più o meno esplicito; per affinità generali intendo delle prossimità quanto a temi o a immagini ricorrenti. Richiami stilistici beckettiani si possono individuare in certi testi di Porta, di Zanzotto o di Majorino, così come certe immagini ossessive le troviamo in Cattafi e certi temi dominanti in Caproni. Ma per nessuno di questi autori si può parlare, come avviene nel caso di Gabriele Frasca e di Giuliano Mesa, di un rapporto frontale e consapevole con l’intera esperienza letteraria beckettiana. Questo discorso mi sembra valere anche per i poeti della stessa generazione di Frasca e Mesa, nati entrambi nel 1957, e perfino per gli autori ancora più giovani. Frasca e Mesa rimangono, nell’ambito della poesia, coloro che in modo più sistematico hanno fatto i conti con la novità, l’eccentricità e la grandezza dell’opera di Beckett.

Di per sé questa constatazione non conferisce particolari titoli di merito, se si eccettuano quelli relativi a specifici lavori di critica o di traduzione letteraria. Ma questo aspetto non ci interessa qui, o solo indirettamente. Frasca, certo, è traduttore e studioso di Beckett. Ha tradotto i romanzi Murphy, Watt e Le poesie per Einaudi, e ha pubblicato nel 1988 il saggio intitolato Cascando. Tre studi su S. Beckett. Mesa, invece, non si segnala per contributi saggistici o di traduzione dell’opera beckettiana. Ma non sono qui le competenze del traduttore o dello studioso ad essere in questione, bensì una ben diversa faccenda: che cosa significa per un poeta frequentare assiduamente l’opera di Beckett? E quali sono gli effetti, sulla sua scrittura, di una tale, temeraria, frequentazione? Non dobbiamo per forza sposare nel dettaglio la dottrina di Harold Bloom sull’angoscia di influenza, per capire quanto sia rischioso per un poeta moderno avvicinarsi a qualche grande predecessore. E Beckett può essere un predecessore tanto affascinante, quanto letale.

Per diverse ragioni e con modalità diverse, sia Frasca che Mesa hanno scelto di confrontarsi in modo sistematico con Beckett e in una fase precoce del loro percorso poetico. In questo intervento, però, non mi occuperò di rintracciare le occasioni implicite o esplicite di tale confronto. Considero questo un dato acquisito, che risulta evidente a chi conosca tanto il lavoro di Frasca che quello di Mesa. Il mio intento sarà invece quello di evidenziare, seppure in un’ottica di sorvolo, il ruolo di una sintassi e di una semantica beckettiana nelle opere rispettive dei due autori. Non ho la pretesa di scendere in minuziose analisi testuali, che potrebbero probabilmente fornire una visione più sfumata della questione. Mi accontenterò qui di mettere in luce alcuni degli aspetti più importanti del dialogo con l’opera di Beckett che trovano una loro forma di manifestazione in ambito sintattico e semantico. Continua a leggere “Semantica e sintassi beckettiana in Gabriele Frasca e Giuliano Mesa”

Recensione a Gabriele Frasca, “Santa Mira” (Le Lettere, 2006)

Domenico Pinto

Con il riaffioramento di Santa Mira, nella collana «fuoriformato» che Andrea Cortellessa cura per Le Lettere, viene dato un tratto di corda alla silenziosa recezione di questo romanzo: il libro appare (dopo l’edizione Cronopio 2001) in una nuova stesura, legato ora alla suite fonografica Il fronte interno dei ResiDante. L’urgenza di elaborazione ulteriore è in quel ricircolo di scritture e sovrascritture che trovano la loro flangia proprio in Santa Mira, dove si saldano altri aspetti dell’attività di Frasca, divenendo simultanei il traduttore il saggista il poeta.

La trama è presto sciolta: Dalia e Gaudenzio hanno due bambini e una formazione universitaria; vivono a Santa Mira, luogo che è Vexierbild, quadro con segreto della città di Napoli; lui si è laureato con una tesi sul campione dell’arte figurativa locale, Gennariello Tarallo, mentre si è addottorato sul padre di costui, il parimenti fantastico Aniello Tarallo, e tenta di allestire per la Soprintendenza presso cui lavora una mostra che li riunisca; lei prepara il concorso a ricercatrice, immersa nella “trilogia ucraina” di Alexandr Dovženko e la prosecuzione inerziale dello studio sulla soap opera Cuori intrecciati (la cui meccanica retorica gioca – con i suoi moduli ricorsivi e le allitterazioni onomastiche – la partita del tempo e dell’eternità, come ogni buona telenovela); il giorno dell’azione, nel quale ambedue tradiscono il coniuge, dimezza i modelli circadiali di Ulysses e Zettels Traum, estendendosi per dodici ore; sottofondo lo zanzario dei media elettronici e dei bombardieri in partenza per la guerra mite della NATO in Serbia; la chiusa, il giorno successivo al ‘prepostero’ 24 aprile 1999, è a sorpresa. Continua a leggere “Recensione a Gabriele Frasca, “Santa Mira” (Le Lettere, 2006)”