Tag: Gherardo Bortolotti

Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso. Continua a leggere “Le poesie italiane di questi anni”

Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso.

Per la ricchezza di esperienze, questo primo segmento del secolo può essere paragonato al periodo fra il 1911 e il 1925, quando compaiono le prime opere dei poeti nati negli anni Ottanta dell’Ottocento (i Colloqui nel 1911, i Frammenti lirici nel 1913, i Canti Orfici e Pianissimo nel 1914, Il porto sepolto e L’Allegria fra il 1916 e il 1919, il primo Canzoniere nel 1921, Ossi di seppia nel 1925), oppure al quindicennio 1956-1971, quando escono alcune delle opere più importanti di Bertolucci, Caproni, Fortini, Giudici, Luzi, Montale, Pagliarani, Pasolini, Raboni, Rosselli, Sanguineti, Sereni, Zanzotto. Per la poesia italiana, dunque, il primo quindicennio del Ventunesimo secolo è un periodo particolarmente vivace. Ma di cosa parlano i libri di poesia degli anni Zero? Quali modelli hanno? Che immagini dell’uomo trasmettono?

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Costa volta il nastro. (Un'origine delle 'scritture nuove')

Marco Giovenale

 

È noto: Retro (1990/91) è una pagina sonora in cui Corrado Costa per minuti e minuti ripete quasi solo la parola «retro», appunto, e dà di tanto in tanto altre (esilaranti e pensose) indicazioni. Afferma – fra innumerevoli iterazioni di «retro, retro, retro, questo è il retro, state ascoltando il retro», che si tratta precisamente del retro del nastro, e che gli ascoltatori, i lettori, sono dei «testoni» che non hanno capito, che cocciutamente non intendono, non vogliono intendere, di star perdendo tempo con il lato B della cassetta, quello sbagliato, il lato dove non c’è niente, «il retro del discorso» e «della poesia», e che dovrebbero semmai girare il nastro, andare a cercare sul “davanti” del discorso e della poesia, se mai avessero intenzione di capire qualcosa, orientarsi. Per oltre sette minuti Costa insiste a rammentarci che ci troviamo sul retro e abbiamo dunque sbagliato tutto.

L’intera opera di Costa – in particolare dopo Pseudobaudelaire – è precisamente il nastro voltato – e apparentemente sbagliato – della scrittura. Il lato nuovo, in effetti, in verità: la strada che ad esempio la scrittura di ricerca francese stava già imboccando. È il nastro/testo dell’altro lato: quello in cui ricorrenze e tessiture non sono “più” così importanti; il luogo in cui l’autore ha perso ogni ruolo di cocchiere millimetrico del suono, di retore onnisciente/legiferante, soggetto-guida, pre-ordinatore delle relazioni fra lettore e pagina, fra sguardo e immagine:

Si potrebbe dire che l’immagine occupa esattamente lo spazio che il poeta si è destinato, e il poeta, come soggetto del discorso, non si è destinato nessuno spazio nel testo poetico, anche se il testo poetico si ritma del suo respiro. A questo limite, oltre il quale arriviamo al soggetto, finisce tutta la storia del sogno del fantastico del surreale. Il limite è fra l’inconoscibilità del soggetto e tutto il mondo nella sua realtà. / Qui l’immagine non ha per sé nessun territorio, è un segno che non si sa dove scrivere, tutto il territorio è il territorio della realtà.

C. Costa, Il territorio alle spalle (in «Tam Tam», 3, 1973), § 4,
ora in Id., The Complete Films, a cura di Eugenio Gazzola,
Le Lettere, Firenze 2007, p. 86

L’invenzione Retro è poi molto altro.

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Su tre chapbook poetici

Andrea inglese

Lyn Hejinian, Un pensiero è la sposa di cosa pensare, traduzione di Gherardo Bortolotti, Marilena Renda, Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 41, € 3,00. Rachel Blau DuPlessis, Bozza 111: Arte Povera, traduzione di Renata Morresi, Arcipelago, 2012, pp. 27, € 3,00. Nathalie Quintane, La foresta dei vantaggi, traduzione di Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 37.

Il termine poesia suscita oggi un caratteristico fraintendimento. Per un certo numero di persone, maggioritario in Italia e probabilmente altrove, “poesia” designa ciò che del genere lirico novecentesco è ancora circolante innanzitutto come patrimonio da studiare e conservare, ma anche, seppure in misura ridotta, come eredità suscettibile di sviluppi non puramente epigonali. Una minoranza di persone, però, frequenta e concepisce il termine “poesia” in un modo assai diverso. Esse considerano la poesia non più come un genere letterario, codificato e condizionato storicamente, ma come una pratica di scrittura all’interno della quale si possa esplorare ed interrogare non solo la natura dei diversi generi letterari, ma della letteratura stessa. Rovesciando il noto pregiudizio che suole giustapporre “scrittori” e “poeti”, ossia professionisti che stanno nel mercato del libro e amatori senza le responsabilità della letteratura adulta, bisognerebbe cominciare a chiedersi se, oggi, non sia dalle parti di certa poesia che si ha ancora l’audacia di fare letteratura tout court. Tale domanda ha senso a patto di abbandonare alcuni feticci teorico-critici come quello della letterarietà. Come ci ricorda Jacques Rancière, il regime moderno e democratico della letteratura nasce proprio dall’instabilità costitutiva “tra il linguaggio dell’arte e quello della vita qualunque”. Il fatto che la scrittura poetica si situi da tempo ai margini del mercato editoriale, le consente almeno un vantaggio: essa vive al di fuori di tutta una serie di pressioni e di imperativi di adattamento. Lo stato di abbandono e sfacciata libertà in cui versa, le ha permesso non solo di consolare tanti narcisismi derelitti, ma di far nascere anche delle forme di scrittura che si pongono risolutamente alla frontiera tra il letterario e il non-letterario. Se queste forme sono ancora nominalmente riconducibili alla “poesia”, se ne distanziano radicalmente per strategie testuali, materiali, e procedimenti. Continua a leggere “Su tre chapbook poetici”

Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum

Marco Giovenale

Una serie di appunti, schematica come quella che segue, può valere non come rapporto/supporto di poetica o campitura di un’area, ma forse come sequenza – per quanto prolissa – scarabocchiata sul notes proprio velocemente, quasi frettolosamente, prima di avventurarsi nel dialogo di Poesia13. Sul tema – o  problema – della scrittura di ricerca o delle “scritture nuove” di ricerca. (E sui modi e motivi che ha la mia di ritenersi in queste inclusa).

Se di schema rapido si tratta, non ne verrà negata la natura distratta-provvisoria, niente affatto sistematica (nemmeno in quanto distratta). (Forse la regola è: essere talmente distratti da mandare a monte la regola[rità] della distrazione).

Magari di queste pagine si apprezzerà o non disdegnerà – in ordine a una qualche riduzione di disorganizzazione – il tentato raggruppamento per zone o micronuclei: 1, lettura in pubblico (esecuzione pubblica del testo); 2, tecniche o modi di costituzione del testo; 3, struttura dei testi; 4, rapporto con testi o meglio con modi e forme già noti (cioè con qualche “tradizione”).

Per altro, tutte le notille valgono per taluni autori che nominerò; e – stando a testi miei – solo per le prose che leggerò a Rieti.

Una premessa – ultima: non si intende e non si intenda l’aggettivo “nuove” come “migliori di” altre (che sarebbero “vecchie”).

 

1. In termini di lettura in pubblico

— Carattere non (necessariamente) performativo dei nuovi testi. Un’esecuzione può non essere performance. In termini concreti la delimitazione di tale “non essere” cambia di volta in volta (in ciò, alcune scritture nuove di ricerca non offrono al momento appigli definitori, riferimenti a stili noti di esecuzione di partiture: altrimenti non sarebbero nuove nel senso di inattese; o: non ancora studiate, non ampiamente studiate. È logico).

— Se “performativo” vuol dire Continua a leggere “Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum”

Non è un problema di artigianato

Gherardo Bortolotti

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un’affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c’è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un’altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte “visibile” del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura – per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Continua a leggere “Non è un problema di artigianato”

Politiche del sentirsi in vita: “Tecniche di basso livello” di Gherardo Bortolotti

Paolo Zublena

C’è la rappresentazione dell’infra-ordinario al centro di Tecniche di basso livello (Lavieri, Caserta 2009) di Gherardo Bortolotti, senza dubbio uno degli oggetti letterari – tra quelli dell’ultimo decennio – destinati a suscitare un interesse più duraturo per novità sostanziale e capacità di mettere in figure il proprio tempo. Ma non si pensi di trovare in questa raccolta di brevi prose numerate in modo non progressivo – impaginate a coppie binarie – un’antropologia o una fenomenologia dell’infra-ordinario, e nemmeno un’ontologia del quotidiano: semmai una politica del sensibile.

Di una condizione politica generazionale si parla anche al livello tematico più esteriore. Ma questa rassegna dell’evenemenziale non è rappresentata – come è avvenuto in tanta letteratura recente – come una fenomenologia dell’esperienza sensibile, e prima di tutto della corporalità: bensì viene descritta nei termini di una ratio che è già ideologica: «197. Ci riunivamo di frequente attorno ai concetti di “sabato sera”, di “locale alla moda”, e ci spiegavamo gli eventi della vita sulla base di tradizioni narrative di genere, ereditate dalla programmazione televisiva, dai dipendenti delle agenzie pubblicitarie. Davamo ascolto a chi amavamo, cercavamo di capire l’altro lato delle cose, ci inoltravamo sempre più a fondo in un esterno che non aveva fine, che non potevamo consumare né con lo sguardo né con le parole» (p. 28). A essere rappresentata è appunto una politica della percezione e dell’interpretazione del reale, quindi della costruzione del discorso ideologico: «73. Mentre, al di sopra delle nostre interpretazioni incongruenti, alcune questioni economiche di larga scala rimanevano ignote alle masse, uscivamo in serate infrasettimanali, trovandoci tra amici a fare qualche punto della situazione, a collaborare nella stesura di una qualche morale. Era usuale che le nostre conversazioni si perdessero in regioni di frasi generiche, schemi ipotetici, espressioni approssimative dello stato delle cose e ripiegassero, dopo una breve pausa, verso ricordi condivisi, citazioni televisive, giudizi di gusto sulle ultime proposte dell’industria musicale e cinematografica» (p. 29). Continua a leggere “Politiche del sentirsi in vita: “Tecniche di basso livello” di Gherardo Bortolotti”

Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)

Antonio Loreto

(“vero e probabile è che si dica di più in prosa che non in poesia”, A. Rosselli)

 

1. A cavallo del 1870, uno scrittore poco più che ventenne, francese ma nato in Uruguay, intitola le proprie opere – tutte in prosa – Chants e Poésies e un poeta anche più giovane, nato e cresciuto nelle Ardenne, chiama una sua prosa Sonnet. Nel 1913 un francese di origine svizzera e anni ventisei, pubblica la Prose du Transsibérien et de la petite Jeanne de France, lungo poema in versi. Mezzo secolo e una trentaduenne italiana, nata per il fatto storico a Parigi e linguisticamente prima trans- che cis-alpina, spaccia per metrico uno spazio costitutivamente prosastico (e stabilisce quali suoi ideali formali, al di sotto della contraddizione, il sonetto e la prosa).

Questa scorciata parabola delle imposture metonimiche che prosa e poesia si sono scambiate talvolta, caratterizzata da una gravitazione elastica intorno a Parigi e dal progressivo allontanamento dall’estrema giovinezza (biografica e tematica), per ora finisce qui, in questa antologia di trentasei-quarantaduenni italiani imbevuti di cultura globale – ma francese, fra le straniere, in particolare – che mettono sulla pagina quadri di vite, di opinioni, di osservazioni adulte (per misurare differenzialmente questo dato si rilegga il prato 147 di Inglese) e intellettualmente avanzate (rimando a Bortolotti), entro una matura assunzione di responsabilità supergenerica. Con quella impostura si gioca ancora, per la verità, dicendo “prosa” dove si attenderebbe “poesia”; ma si tratta di un gioco di riordino, per restituire a entrambe il corretto statuto convenzionale. Dunque Prosa in prosa. Continua a leggere “Di certe cose, che dette in prosa si vedono meglio (postfazione a "Prosa in prosa", Le Lettere 'fuoriformato', 2009)”

Dopo la fine

Gherardo Bortolotti

La pubblicazione di Specchi neri conclude l’impresa di Domenico Pinto di tradurre e curare per Lavieri la versione italiana della trilogia di Arno Schmidt intitolata, sulla scorta di William Blake, Nobodaddy’s Kinder. Nello specifico, Specchi neri racconta un breve periodo della vita di uno degli ultimi sopravvissuti alla guerra nucleare e batteriologica che, nel futuro prossimo immaginato da Schmidt, ha pressoché eliminato la razza umana dalla Terra. Questo personaggio acuto e misantropo percorre, in bicicletta, le pianure della Bassa Sassonia; si stabilisce in una foresta e si imbatte, rischiando di esserne ucciso, in una donna vagabonda e solitaria come lui che, dopo un breve idillio, riparte per il suo viaggio tra ciò che resta dell’Europa.

La trilogia in cui si inserisce è una trilogia a posteriori. I romanzi che la compongono appaiono prima come opere autonome (Brand’s Haide e Specchi neri nel 1951, Dalla vita di un fauno nel 1953) e, tuttavia, completando un disegno che lo stesso Schmidt “scopre” in corso d’opera, tutti e tre vengono ripubblicati nel 1963, sotto il titolo blakiano e con un nuovo ordine: il Fauno appare come primo pannello e, a seguire, Brand’s Haide e Specchi neri. Le ragioni di questa decisione schmidtiana sono evidenti a chi legge i tre brevi romanzi e sono le tante contiguità, le analogie, le ricorrenze e i parallelismi che i tre testi mostrano, sia da un punto di vista tematico e di svolgimento che da quello formale. Continua a leggere “Dopo la fine”

Note livide, tracce tecniche, nearly bgmole: Gherardo Bortolotti

Antonio Loreto

Per vivere molto, bisogna
vivere la vita altrui.
(C. Dossi, Note azzurre, 68)

opinioni differenti circa l’azzurro.
(G. Bortolotti, Tracce, 10635)

 

Il dinamico lavoro letterario di Gherardo Bortolotti, iniziato in rete una decina di anni fa e tuttora online[1], si concede di tanto in tanto qualche istantanea, di stabilirsi cioè nella forma del libro, come quando nel 2008 viene autoprodotto l’e-book Tracce, che trascrive i post pubblicati pressoché giornalmente dal luglio 2005 al settembre 2008 sul blog Canopo. La pagina si offre come una successione di brevi frasi perlopiù prive di autonomia sintattica[2] (ché di una frase di tal fatta consisteva il singolo post) progressivamente numerate a partire da 10067. Quelle che seguono rappresentano qualche caso esemplificativo:

10079. donne che attraversavano, come amazzoni, il mio campo visivo.
10442. guy debord.
10568. la realtà, i suoi operatori autorizzati.
10676. evergreen concettuali, standard di pensiero buoni per ogni occasione, come: «è colpa loro», «se potessi fare quello che voglio», «non meritavo di soffrire».[3]

Un linguaggio insolito per le lettere italiane, come si vedrà, che tuttavia rimanda – prima che ad altri più o meno recenti, in particolare di lingua inglese[4] – a un modello nostrano di un secolo, un secolo e mezzo fa, mostrando una somiglianza formale piuttosto sicura con qualche non rarissima nota azzurra di Carlo Dossi, di quelle che si sottraggono al predicato diaristico da una parte e aforistico dall’altra, risparmiando al lettore sia vicende strettamente particolari sia pretese di sapienze universali (con il loro valore di verità), per rimanere constatazioni, annotazioni, essenziali appunti di lettura e di scrittura ad uso dell’autore: Continua a leggere “Note livide, tracce tecniche, nearly bgmole: Gherardo Bortolotti”

Recensione a Giulio Marzaioli, "Voci di seconda fase" (Arcipelago, 2010)

Marco Giovenale

Il piccolo libro di prose che Giulio Marzaioli pubblica nella collana ChapBook delle edizioni Arcipelago, intitolato Voci di seconda fase, fa riferimento al progetto – appunto in “fasi” – iniziato dall’autore circa due anni fa con la plaquette Moduli di prima fase (La camera verde) e proseguito recentemente con un ulteriore segmento, non cartaceo ma online: Fusione di terza fase (http://www.fusionediterzafase.it), opera costituita da un video – a cura di Michele Zaffarano – in cui compaiono frammenti in asincrona lettura d’autore, provenienti dai precedenti passaggi della macro-opera testuale.

Come è esattamente configurato il progetto? Quello delle Fasi è un lavoro che si struttura (e destruttura – e riplasma) nel tempo. È un’installazione verbale che agisce sui propri elementi ricombinandoli, riconfigurando sé a ogni nuova uscita. Il primo libro, con le prose del citato Moduli, era costituito da frasi e cellule nominali ripetute, variate, mutanti. La seconda fase, quella appunto del libretto di nuove prose brevissime intitolato Voci, pubblicato da Arcipelago, ha portato Marzaioli a confrontarsi non più (non solo e non tanto) con le tecniche di cut-up e riscrittura che pure connotavano i Moduli, ma addirittura con una perdita di identità soggettiva, autoriale, dello scritto. Le “voci” che intervengono sono infatti  – in lacerti e accenni – quelle che l’autore ha intervistato, registrato e trascritto, per poi montarle riducendo drasticamente (ma non interamente) la propria azione appunto autoriale, ‘creativa’, assertiva. Continua a leggere “Recensione a Giulio Marzaioli, "Voci di seconda fase" (Arcipelago, 2010)”

La meraviglia e la volontà di dire: il senso della scrittura di Michele Zaffarano

Gherardo Bortolotti

 

Una delle questioni che più urgentemente pone il lavoro di Michele Zaffarano è certo quella della disgiunzione tra il senso del testo e l’intenzione dell’autore. La sua scrittura, infatti, si muove in uno spazio precedente alla “volontà di dire” che si considera spesso, per annosa tradizione o per semplice pregiudizio, alla base della scrittura poetica (se non della scrittura tout court). Così facendo, Zaffarano offre la possibilità di un modello diversamente organizzato di letteratura, di testo, di lettura, e permette l’esperienza di quella che potremmo definire una meraviglia radicale, strettamente legata alla dimensione quasi pulsionale, originaria del significato (delle cose, delle parole).

Si è soliti pensare alla scrittura come alla sede di esplicazione di una volontà di dire che si origina, più o meno profondamente, nella persona dell’autore. Più specificatamente, si considera la scrittura letteraria o poetica come un luogo dedicato a quella volontà, una delle sedi in cui quella pretesa di formulazione di senso, di produzione di significato, quella propensione al pronunciarsi trova una compiuta implementazione. All’origine di questa volontà, come suo motore primo, si individuano in genere due spinte, sotto diversi aspetti complementari e simmetriche: da una parte, il tentativo di spiegare il mondo, di dare conto di una figura che attraversa le cose, le relazioni e gli eventi di cui l’autore si sente testimone e verso cui sente la responsabilità o il desiderio di una rappresentazione; dall’altra, lo sforzo di spiegare se stessi, di verbalizzare i moti che costituiscono la propria esperienza del mondo, la propria esperienza del suo senso, e che si incanalano verso un’espressione. Comunque sia, le due spinte danno luogo alla volontà di dire le cose per come sono o per come le si sente e questa volontà genera il testo e il suo significato come incarnazione dell’intenzione dell’autore. La stessa esperienza della lettura è condotta, nella maggior parte dei casi, in misura di questa volontà di dire, presupponendo una relazione diretta, se non proprio una coincidenza, tra ciò che è scritto e ciò che “vuole dire” l’autore, una relazione sancita dall’architettura retorica, dal ritmo delle frasi, dalla scansione delle figure. A partire dal senso di ciò che è scritto, si riconduce così l’attività di decodifica, il lavoro ed il piacere semiotico della lettura, alla riproduzione, o addirittura alla riscoperta, dell’intenzione dell’autore, del suo “messaggio”. Continua a leggere “La meraviglia e la volontà di dire: il senso della scrittura di Michele Zaffarano”

Tre speculazioni

Giulio Marzaioli

La speculazione filosofica (una speculazione filosofica) è presupposto di gran parte dei percorsi avviati in ambito artistico e letterario. Se però stringiamo il campo alla scrittura – in versi o per frammenti – possiamo individuare alcune esperienze in cui scrittura creativa e speculazione filosofica sono sintetizzate in unica soluzione, quasi che l’una non possa trovare origine se non nell’altra.
È facile individuare il modello moderno di questa prassi in autori come Hölderlin, Leopardi (in particolare il Leopardi de La ginestra), Eliot (in particolare l’Eliot dei Quattro quartetti), Montale, in cui possiamo riconoscere una presenza predominante del logos, che si svolge nei ritmi e nei modi della scrittura poetica.
Un atteggiamento similare può essere riconosciuto anche in alcune scritture italiane contemporanee (sarà superfluo ricordare che, nel secolo scorso, numerosi autori hanno ampiamente e diversamente “soggiornato” sul terreno della filosofia: Luzi, Pasolini, Caproni, Zanzotto, Sanguineti, etc.).
L’interesse, in questa sede, si incentra su alcuni autori che negli ultimi anni hanno attraversato e affrontato il tema della quotidianità (del rapporto tra identità e tempo quotodiano, con tutte le distorsioni che ne possono derivare) in una sorta di “assetto” speculativo e che, proprio grazie alla presenza della speculazione, hanno offerto ed offrono argomenti alla scrittura.
In particolare, per quanto riguarda i testi qui trascritti – di Biagio Cepollaro, Vincenzo Ostuni e Gherardo Bortolotti – si ha l’impressione che in assenza di un’istanza puramente speculativa non si avrebbe scrittura. Continua a leggere “Tre speculazioni”

La prosa seriale di Gherardo Bortolotti

Andrea Inglese

È difficile dire se i testi di Gherardo Bortolotti debbano essere catalogati nel genere poesia. Non credo che questo sia neppure un problema sentito come particolarmente rilevante per il loro autore. È indubbio, però, che questi testi interroghino in modo radicale la scrittura poetica, mostrando ad essa un campo di possibilità ancora pochissimo esplorate. In Italia esiste una tradizione della poesia in prosa, anche se si tratta di un filone minoritario, che ha i suoi maestri non tanto in attardati continuatori della cosiddetta “prosa lirica”, ma in autori importanti quali Camillo Sbarbaro, attivo fin dai primi decenni del secolo scorso, o Giampiero Neri, per citare uno dei poeti in prosa più recenti. Ma Bortolotti sembra difficile da ricondurre anche a questa tradizione, quasi che la lontananza rispetto a modi e vocabolari del genere poetico sia ormai tale, da annunciare una sorta di genere ulteriore o di confine, ancora da definire nei sui tratti caratteristici. Diciamo subito che non vi è nessun compiacimento postmoderno né iperletterario, tale da esaurirsi in una semplice ibridazione o parodia dei generi esistenti. D’altra parte è impossibile collocare Bortolotti nel campo della semplice narrativa, sia essa incentrata sul racconto breve o sul romanzo. Anzi, per certi versi il  lavoro di Bortolotti si caratterizza per essere anti-narrativa, per dimostrare come ogni forma di narrazione sia presuntuosa di fronte a quella collezione di istanti irrelati di cui sono costituiti le nostre vite o rispetto a certi scenari che, all’opposto, rinviano alla monotonia del fotogramma bloccato. Continua a leggere “La prosa seriale di Gherardo Bortolotti”

Teratologia metropolitana. Cinque prodigia esperpentosi di Giorgio Mascitelli

Giovanni Palmieri

Questo saggio relativo al racconto Traversata della città in festa (scemo di guerra), ora pubblicato in Catastrofi d’assestamento, nove racconti di Giorgio Mascitelli (Editrice Zona, Civitella in Val di Chiana 2011) è apparso nel 2007 in “Poesia italiana. Collana di inediti” 2007, http://cepollaro.it/poesiaitaliana/PalmTes.pdf.

Anatomia di un titolo

La Traversata della città in festa (scemo di guerra), cui allude l’omonimo titolo di un racconto di Giorgio Mascitelli1 è quella che compie il protagonista attraversando cinque spazi metropolitani, cui corrispondono altrettanti episodi narrativi distinti graficamente. Se si esclude il primo di questi spazi, che tematizza un chiassoso e volgare ritrovo giovanile in un palazzetto dello sport, la festa a cui fa riferimento il titolo non riguarda direttamente la città, ma allude con antifrastico sarcasmo alle “festose” occasioni sociali che caratterizzano la vita cittadina contemporanea: l’edonismo facile ma delirante del “mordi la mela” ancorché geneticamente modificata. Superfluo dire che la “traversata” è anche quella compiuta dallo scrittore nello spazio narrativo. La parentesi che completa il titolo (scemo di guerra), appartenente al discorso dell’autore, sembra poi riferirsi alla posizione distaccata e drammaticamente contraddittoria del protagonista nei confronti della realtà da lui narrata in prima persona. Una posizione che risulterà falsa o meglio prigioniera di una falsa coscienza, lo scemo di guerra essendo infatti meno responsabile della propria scemenza dello scemo tout court. Non a caso la soglia paratestuale dell’epigrafe beckettiana (« J’ai toujours été étonné du peu de finesse de mes contemporains, moi dont l’âme se tordait du matin au soir rien qu’à se chercher »), che nel contesto originale appare del tutto autoironica, suggerisce qui un particolare punto di vista di tipo estetico-decadente nei confronti della realtà. Un prezioso suggerimento per leggere l’animo del protagonista. Continua a leggere “Teratologia metropolitana. Cinque prodigia esperpentosi di Giorgio Mascitelli”