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Recensione a Giancarlo Majorino, "Torme di tutto" (Mondadori, 2015)

Luca Minola

Impressionante in questo ultimo di Giancarlo Majorino Torme di tutto è la vitalità del verso: libero e arioso. La costante è la ricerca sfrontata e senza misure di Majorino sulla lingua, una sfida vinta nei decenni che parte da “La capitale del nord”, passando attraverso un’intera di ricerca linguistica che vede in questo Torme di tutto, una delle sue terminazioni nervose tra le più interessanti. Libro di scatti e passaggi alterati. Un Majorino comunicativo e audace che produce effetti d’immediata resa. Dalla sfrontata narrazione atipica e incestuosa della prosa iniziale “Aprile dolce dormire” fino ai passaggi interni scanditi “dalla materia oscura del sonno” che devia in più pagine del testo il legame fra veglia e sonno. L’elasticità dei componimenti agisce sull’ inquadratura stessa delle poesie sulla pagina. Un viaggio interminabile, compreso e fatto “nell’astronave terra”, ultima versione di un mondo impossibile dove le merci sognano di diventare altro e la vita assume i contorni di un passaggio interiore vissuto nei suoi contenuti estremi: “penna troppo alta sopra di lui/ immobile rispettosa sta la faccia/ stanza bruna vien rotta da raggi pila/ sognano le merci di tornare cose/ bufere lontane entrano et escono/ chi sei? Che cosa pensi strano alito/ un’immane piazza tramontante? Forse/ sostan gli anziani tra gli asciugamani / hanno vissuto e vivono tra involucri/ una natura che non ha paragoni”. Torme di tutto si sottopone a una lunghissima identificazione, a una penetrante indagine che passa per ogni nervo scoperto o cellula dell’autore. Continua a leggere “Recensione a Giancarlo Majorino, "Torme di tutto" (Mondadori, 2015)”

Jean-Jacques Viton. L’esplorazione dei resti.

Andrea Inglese

[ si riporta qui il saggio introduttivo a Jean-Jacques Viton, “Il commento definitivo. Poesie 1984-2008”, saggio critico, traduzione e cura di Andrea Inglese; postfazione di Nanni Balestrini; Metauro, Pesaro 2009, pp. 7-26 ]

 

Motivi per un’antologia

È opportuno dire subito che la proposta di un’antologia poetica, in Italia, dell’opera di Jean-Jacques Viton presenta un aspetto paradossale. Generalmente, una pubblicazione antologica di un poeta straniero, con alle spalle un ampio e assodato itinerario, interviene dopo che già si è avuto modo di leggere in traduzione una o più opere significative di quello stesso autore, o dopo che se ne conosca sufficientemente il lavoro attraverso traduzioni apparse in rivista. Viton, attivo come poeta dal 1963, indefesso promotore di riviste militanti, ed autore ad oggi di 15 libri di poesia, avrebbe senz’altro tutti i titoli per essere un nome ormai familiare presso quei lettori italiani che s’interessano di poesia contemporanea. Purtroppo le cose non stanno propriamente così. Non che Viton sia davvero ignoto in Italia, privo di legami con poeti del nostro paese, e mai apparso neppure in rivista. Egli ha persino partecipato più volte a dei festival internazionali di poesia a Milano e a Roma[1], e suoi testi sono stati in diverse occasioni tradotti in italiano. Inoltre, una lunga amicizia lo lega con Nanni Balestrini, personalità non certo appartata del nostro ambiente letterario, e attento osservatore di esperienze poetiche che travalicano i confini nazionali. Questi precedenti, però, non gli assicurano quell’autentica ricezione, in virtù della quale l’esperienza di un poeta straniero, una volta sedimentata attraverso letture e traduzioni, dovrebbe costituire un punto di riferimento e confronto per la nostra produzione poetica[2]. Ciò non accade neppure nel caso di tradizioni contigue, come quella italiana e francese, che lungo una buona parte del secolo scorso, a partire dalle incursioni dei futuristi a Parigi, non hanno cessato di dialogare e di interrogarsi a vicenda.

     Se oggi il dialogo non è interrotto, è certo più sporadico, casuale, e generalmente – per una diffusa pigrizia intellettuale – ricalca terreni battuti da entrambi i versanti. È abbastanza sconsolante che, tra i poeti francesi viventi, quello più tradotto e conosciuto in Italia sia da una ventina d’anni ancora Yves Bonnefoy, nato nel 1923. Se si eccettua poi il francofono Philippe Jaccottet, di origine svizzera, pochi rimangono i poeti francesi contemporanei di cui è possibile leggere qualcosa in Italia. Persino presso gli addetti ai lavori, si è attenuata quell’esigenza di confronto che è costitutiva della ricerca e della possibilità di rileggere criticamente il proprio panorama letterario, passando per una lingua e una tradizione altra, straniera[3]. Nel 1968, era ancora possibile la pubblicazione, presso un editore come Einaudi, di un’antologia militante di poesia francese: Poeti di «Tel Quel», a cura di Alfredo Giuliani e Jacqueline Risset. Il neoavanguardista Giuliani, alla luce delle proprie curiosità e dei propri presupposti di poetica, individuava oltralpe interlocutori quali Marcelin Pleynet, Jean Pierre Faye e Denis Roche, che meglio si prestavano, rispetto a molti poeti connazionali, ad una discussione e ad un influsso reciproco.

     Pubblicando un’antologia di Jean-Jacques Viton il nostro intento è quindi duplice, sia documentario che militante. Non solo, infatti, si tratta di documentare l’opera di uno tra i maggiori poeti francesi viventi, ma di documentare proprio quell’opera, in quanto eccentrica rispetto alle aspettative di un pubblico italiano, ricettivo dal dopoguerra in poi soprattutto nei confronti della linea Mallarmé-Bonnefoy e di quella Rimbaud-surrealisti. Viton, infatti, s’inscrive in tutt’altro paesaggio, sollecitando in noi lettori una vera e propria ridefinizione dei confini del poetico, soprattutto in relazione alla poesia italiana attuale. Continua a leggere “Jean-Jacques Viton. L’esplorazione dei resti.”