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Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

di Mario De Santis

“Transito all’ombra “di Gianluca D’Andrea è un libro di ricerca, senza essere sperimentalista. Definire non serva a classificare definitivamente, ma a misurare la trasformazione che un testo compie nel panorama della letteratura presente. Allora possiamo azzardare nel dire che questa raccolta va ad occupare uno spazio di sollecitazione psichica che un tempo aveva l’elegia, perché si colloca su un versante decisamente memoriale. Tuttavia l’elaborazione formale insegue anche una riflessione sul linguaggio e il tempo “in atto” – dando conto del suo titolo, cercando una costruzione “isotropica” della sintassi e delle scelte strutturali.  Tutto il libro, costruito in più sezioni (“LA STORIA, I RICORDI”; “DITTICO”;  “IMMAGINI, RICORDI” “ERA NEL RACCONTO”; ZONE RECINTATE”: “ALTRO DITTICO”; NOTTURNI”) segnate già nei titoli da questo intento di attraversamento memoriale del trentennio di storia italiana recente, ma con un accento che resta al fondo lirico, nel senso che il suo grumo percettivo è sempre di un singolo “io”, quello dissolto, disseminato del tardo novecentesco, per niente centrale e forte, che si definisce anche nel suo stesso rammemorare. Quasi travolto da questo fiume, dalla materia di realtà che – come il presente caotico – diviene per quell’io una selva oscura collettiva di cui alla fine, nell’ombra, tutti noi pure siamo della medesima sostanza (da subito accenni ad un Guerra, all’Ucraina, ai nonni non conosciuti: “questi li chiamo ricordi” scrive D’Andrea nella prima poesia “c’era un giocare che era già ricordo/e poi il futuro che si immaginava. / Tuttora vivo il brivido che vaga, /ma nel solo passato che conosco”). Continua a leggere “Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)”

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La traversata dei tempi. Recensione a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea (Marcos y Marcos, 2016)

Gianfranco Fabbri

La prima sezione di “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea, “La storia, i ricordi”, è dominata dal tempo imperfetto. Questo tempo ci dice di un passato ancora in essere – una stagione fatta di rivisitazioni legate ancora ai trucioli del presente – , in cui l’evocazione non pare insolvibile, ma sembra penetrare nelle fibre di un qualcosa che ancora non sia uscito dall’interesse problematico di chi narra. Gianluca, qui, affronta l’appena trascorso, facendo suo il concetto proustiano della madeleine. Infatti, attraverso l’odore dei luoghi, dell’immondizia nei cortili e del corpo acerbo degli adolescenti, il poeta ci dà buon passaggio conoscitivo in direzione delle proprie istanze formative – i primi baci, le insuperabili ansietà dei rapporti sessuali di chi non ha doppiato ancora il primo percorso dell’e-sperienza.

Il tempo imperfetto, però, talvolta precipita in verticale, verso un passato remoto, laddove l’accadimento è un punto soltanto che fa trasparire, tra le nebbie della mitologia, gli idoli coevi: Maradona e il gioco del calcetto nei campi parrocchiali, che tanto, ancora oggi, ricordano le estetiche neorealistiche della periferia di una Roma pasoliniana.

*

La scrittura. Lo stile crea un sistema fibrillante che spesso evita l’accoglienza diretta di una fòla immediata. Gian Luca crea, in tal caso, una specie di aspettativa alimentata dalla reticenza. Il bilanco è tutto quanto blindato alla facile lettura. Ma non sempre; quando la penna si abbandona al sanguigno trasporto dell’urgenza, è possibile godere di quadri di serena compostezza e trasparenza:

… “ un padre torna con un sacchetto, / nell’altra mano, la figlia / stringe (o è stretta), / accanto un’auto calpesta foglie. /

… “in balcone marcivano alcune sere / nocive e l’acero resisteva / ai dibattiti xenofobi / rosseggiava /”

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Nella sezione “Immagini, i ricordi”, la forma nulla può contro il trascorrere dello spazio. Qui il tempo oscilla tra un blando imperfetto e un presente che da quel passato è sradicato. Si colgono elucubrazioni di lampi di luce rifratta, di possibili perfezioni che mutano con notevole velocità il punto di vista:

“Il viso della bambina è diverso / cambia come il giorno / come ogni giorno cambia / per somigliare a se stessa, diversa, / al diverso che cederà nel nulla /”

La riflessione è il cardine di queste pagine. Si passa dagli alunni in classe all’anziano che nel parco legge il quotidiano tra i bambini che giocano. Non vi è narrazione; piuttosto si avverte il viluppo dei pensieri che identificano il fotogramma della scena. L’esito è ragionativo, come del resto anche nello scatto nitido su altri elementi, come il fuoco, il temporale estivo e gli autunni di interni esistenziali.

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Dalla sezione “Era nel racconto” ci è piaciuto estrapolare questo frammento:

… “Vivo alcune ore in compagnia / di docenti scalcagnati, come me, / e aspiranti tali /”

L’esempio è utile a rendere l’intero testo come un piatto misto; alle riflessioni vengono agganciate, come vagoni di un treno, piccoli scampoli di caratura narrante. La temperie, infatti, non è più segnata dal corredo di foto messinesi, ma si dipana nella mesta Lombardia della stagione nuova del poeta. La costruzione metrica ed emotiva è identica alle prime pagine: differisce soltanto lo scenario di città inedite come Zingonia, Treviglio o Vimercate. Il tempo al presente è così del tutto risolto ed è privo di note evocanti perché si nutre di ciò che il poeta vede e metabolizza nel momento stesso in cui produce la scrittura. I personaggi a lui ideali sono quelli della quotidianità giornaliera (la piccola Sofia, sua figlia, e i giochi di questa, con i quali Gianluca rivive le atmosfere della propria fanciullezza).

Insomma, per concludere, è a questo punto che l’autore comprende il giro di vite delle proprie stagioni. I tempi grammaticali, però, non riguardano solo lui, ma servono da paradigma ad ogni uomo. La lezione alla collettività solleva l’opera letteraria dal mero senso personale al senso oggettivo ed assurge a lezione e insegnamento per tutti.

Gianfranco Fabbri

Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, "Maniera nera" (Aragno, 2015)

 

Gianluca D’Andrea

La doppia direzione della materia che si frantuma per riapparire e in questa apparizione si guasta:

Due figure vengono e due vanno.

A feste, alle alberate (nome come
un altro) –
finiscono dove
finiscono loro, se pure è,
se è così, al curvamuro, a quello

strano aggettare del palazzo
da dove (verso dove) danno
ombre loro che sono, come devono,
ombre soltanto, piene per mattina
di notte, non simili, e simili

appaiate, appena

(p. 19).

 

La mezzatinta, tecnica incisoria, è approvata da Giovenale per dirozzare la scrittura: da una superficie scabra, libera dai residui del fondo, emergono figure. Scrittura compressa, allora, amalgama di segni la cui strategia poetica è l’accumulo – neologismi o a-logismi? Sarebbe un paradosso o un disegno che non aspira ad alcuna rappresentazione geometrica (siamo o non siamo fuori dalle logiche euclidee, fuori dal Novecento?) e che agonizza nelle sue linee? «L’inizio di un affresco è sempre linee» (p. 32). Continua a leggere “Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, "Maniera nera" (Aragno, 2015)”

Dietro ogni cosa una voce: su "Argéman" di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos, 2014)

Gianluca D’Andrea

Speranza è il tema di Argéman, l’ultimo libro di Fabio Pusterla; “sperante” è tutta l’opera dell’autore svizzero e fondata sul recupero o conservazione, a disastro avvenuto, di barlumi di vita e natura, perché l’accesso alle vicende estinte – o a rischio d’estinzione – passi dalla “nominazione” che è volontà residua di salvaguardia, appunto, e protezione.

“Argéman”, lingua di neve perenne, sarà l’altro nome della poesia, il vero senso, l’eterno resistere della parola alla fine, e ammissione della stessa, ineluttabile, necessaria.

Come ogni vera poesia, anche quella di Pusterla ammette la sua “dispensabilità”, nonostante sia rimasto in vigore l’impulso alla ricerca di un approdo, rifugio o pausa di respiro di un flusso esistenziale avvertibile solo in termini di catastrofe: continua, avvenuta, a venire.

Tracce, ancora, segnali possibili tornano in questa raccolta di poesie a riconferma dell’importanza del ricordo e preavviso di qualcosa di ancora innominabile ma, nella volontà agonistica della scrittura, possibile. Continua a leggere “Dietro ogni cosa una voce: su "Argéman" di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos, 2014)”

Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)

Gianluca D’Andrea

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione. Continua a leggere “Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)”

Brevi appunti sulla fine III – L’età dell’ansia: "Il sangue amaro" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2014)

Gianluca D’Andrea 

In questo terzo libro di transizione, dopo Didascalie per la lettura di un giornale (Einaudi, Torino 1999) e, soprattutto, Disturbi del sistema binario (Einaudi, Torino 2006), riusciamo a scorgere minimi tentativi di apertura al mondo, timidi però, perché è la crisi del soggetto a farsi più profonda. La martellante auto-riflessività (funambolica, se si pensa ai virtuosismi tecnici sempre evidenti nei lavori di Magrelli e che, coraggiosamente, corrono sul filo dell’autoreferenza) esaspera le conseguenze di una mise en abîme perpetua dell’identità, nell’esubero del rispecchiamento, nell’arrancante storpiatura provocata da un tempo che, divenendo sempre più incomprensibile, impone per necessità una continua tensione.

Si ripetono le scelte stilistiche (come in Disturbi del sistema binario, da cui alcuni testi sono estrapolati e rielaborati), il ricorso, sempre ossessivo, alle figure d’iterazione. Alcuni esempi a caso: «Schwitters-paguro/ Schwitters-bernardo/ Schwitters-paguro-bernardo./ Che idea, abitare dentro una scultura!/ Che idea, traslocare nell’opera! […] chi di voi è l’animale?/ chi di voi è la conchiglia?» (Due artisti tedeschi – Merzbau, p. 8, vv 1-5 e 8-9) per cui la facondia di anafore e anadiplosi inclina alla cadenza della filastrocca, alla teoria litanica che ipnotizza per stordimento. Ancora: il componimento Welcome (p. 20), nella sua elaborazione complessa, intrecciata, concettosamente barocca, per cui le parole-rima si ripetono identiche alla fine delle tre quartine, così come nel primo emistichio di ogni verso (si tratta di martelliani con chiari richiami all’alessandrino, alla simmetria doppia, la duplice copia di un verso che si ripete su se stesso, così caro al medioevo francese e che qui possiede echi crepuscolari), estremizza una tensione claustrofobica. La forma chiusa, il gioco epistrofico estremo (cui si aggiunge il rinforzo numerologico delle stesse otto parole-rima che richiamano il titolo della sezione in cui il testo è inserito, Otto volte Natale), sono indizi che il grande tema de Il sangue amaro sia il tempo, o meglio, il tempo che passa e, lo abbiamo già accennato, il tempo perpetuo delle epoche di transizione: Continua a leggere “Brevi appunti sulla fine III – L’età dell’ansia: "Il sangue amaro" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2014)”

Brevi appunti sulla fine: su "Tersa morte" di Mario Benedetti (Mondadori, 2013)

 

Gianluca D’Andrea

je dis à la mort lâche

 hélas! Elle est en nous

non le dehors.

S. Mallarmé

Aria asciutta, prosciugata da un linguaggio scabro, superfici essenziali e grezze: questa l’atmosfera, questo l’ambiente in cui si struttura la vicenda dell’ultimo libro di Mario Benedetti. La riflessione pare accendersi sulla condizione dell’essere postumo che è l’uomo contemporaneo, superstite di un passato scomparso e impossibilitato, nonostante la presenza nel ricordo, a intraprendere nuove prospettive, lo dice bene una delle ultime composizioni della raccolta:

Duomo-Pasteur

Sono questo, questa mortalità

che mi assedia, che si concentra

negli occhi, nelle mani. Intorno

sono mute le cose, le facce

che si muovono senza motivo,

e sento dissolvermi tra questo.

(p. 84)

Il tema dell’afasia adombra l’intera operazione donandole un tono cupo e la condizione di superstite del soggetto (del sosia, l’alterità fagocitata a forza), cui accennavamo, fa slittare e scivolare la parola nel gioco superfluo della superstizione dell’impossibile a dirsi, quasi una nostalgia che rifiuta il senso del tragico, un’elegia da “dopo il diluvio”: «Quante parole non ci sono più», «Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole» (Quante parole non ci sono più, p. 15, v. 1 e v. 5). Così, anche se il timbro non appare quasi mai lamentoso, l’elegia si affaccia e proprio dove la solita riflessione sul nichilismo, tenta di arginare lo slancio metafisico delle parole in direzione del nulla, della non pronuncia. Ecco allora che, nonostante la sfiducia, ambiguamente le parole continuano a salvare, come fossero agenti metafisici che si sollevano da un sostrato terreo, quotidiano (i campi friulani, la pianura, i paesaggi urbani, Milano?). Anche il riferimento epigrafico da Vallejo ci indirizza verso questa lettura, in cui le tematiche del dolore, della morte e familiari introducono lo scontro tra la forza quasi trascendentale del dire e l’impossibilità di conoscere con assolutezza le vicende del reale, laddove il linguaggio tendendo continuamente a tale conoscenza non fa altro che ribadire la sua sconfitta («Hay golpes en la vida, tan fuertes…¡ Yo no sé!, C. Vallejo, Los heraldos negros, v. 1, 1919)». Continua a leggere “Brevi appunti sulla fine: su "Tersa morte" di Mario Benedetti (Mondadori, 2013)”

Infanzia e fabula: Inattuale – Riflessioni sulla poesia (rileggendo "L’angelo necessario" di Wallace Stevens e "Figure dell’infanzia" di Walter Benjamin)

Gianluca D’Andrea 

Un’epoca sorgerà carica di sole

W. Benjamin

Infanzia e immaginazione vivono nel reale, l’affermazione, pur mantenendo ancora una valenza filosofica, ci permette di assaggiare porzioni di mondo, spartanamente, senza appesantirci con concettualizzazioni indigeribili.

Pochi libri danno un senso di conforto e accoglienza; questa sensazione deriva dall’incontro tra la persona che legge e un’atmosfera che la stessa ritiene “familiare”, laddove quest’ultimo termine può essere inteso come un particolare momento in cui la vita del lettore si lega alle esigenze che lo stesso momento richiede, rintracciandole nella lettura. Se si tiene fede a questa interpretazione, allora, ogni essere cambia innumerevoli dimore e la casa muta continuamente locazione e panorama, confondendosi con lo stato mentale del soggetto. Infanzia e immaginazione sono i due processi fondanti della futura ricerca di quella dimensione personale che può focalizzarsi nel bisogno d’appartenenza rappresentato dalla casa. Forse la poesia è questa dimora in continuo divenire, questa costruzione resa possibile dalla plasticità del linguaggio, dalla capacità dello stesso di trasformarsi insieme all’essere. Continua a leggere “Infanzia e fabula: Inattuale – Riflessioni sulla poesia (rileggendo "L’angelo necessario" di Wallace Stevens e "Figure dell’infanzia" di Walter Benjamin)”

Archeologia e comunità: Appunti sull’opera di Fabio Pusterla

Gianluca D’Andrea

La familiarità con un mondo nato da una ricerca assidua e ostinata, completa nella scelta di una direzione che conduce alla riscoperta di appartenenza alla communitas umana, alla specie vivente, è ciò che mi spinge a provare un excursus nell’opera, a tal proposito significativa, di Fabio Pusterla.

Agli albori del lavorio del poeta svizzero è subito avvertibile la tendenza allo scavo delle potenzialità “erosive” della lingua che, nella sua capacità espressiva e comunicativa, manifesta la necessità di testimoniare:

Le parentesi

L’erosione
cancellerà le Alpi, prima scavando valli,
poi ripidi burroni, vuoti insanabili
che preludono al crollo. Lo scricchiolio
sarà il segnale di fuga: questo il verdetto.
Rimarranno le pozze, i montaruzzi casuali,
le pause di riposo, i sassi rotolanti,
le caverne e le piane paludose.
Nel mondo Nuovo rimarranno, cadute
principali e alberi sintattici, sperse
certezze e affermazioni,
le parentesi, gli incisi e le interiezioni:
le palafitte del domani[1].

Se la lingua appare residuo archeologico, luogo minimo di un sapere sempre più fagocitato dal tempo, allora la tensione di chi aderisce totalmente a questa protesi millenaria si fa coraggio emancipante, urlo attenuato, emblema di una sobrietà da sparare addosso a chi fa, della stessa protesi, possibilità offuscante e falsificatrice: in Heteroptera[2] è proprio questo scontro tra le possibilità linguistiche ad essere focalizzato: Continua a leggere “Archeologia e comunità: Appunti sull’opera di Fabio Pusterla”

Qualche anno luce e zone entropiche: Sulla poesia di Durs Grünbein e Guido Mazzoni

Gianluca D’Andrea

  Dai territori della poesia europea, culla di un Occidente frantumato nelle sue derive solipsistiche di origine novecentesca, incastrato tra un’immensità immaginifica e virtuale e il microcosmo degli eventi quotidiani che, proprio nella loro esibita insignificanza, mantengono l’ambivalenza dell’accensione minimale in un contesto di noia e routine esacerbanti, proprio nel rischio che questa morsa stritoli il soggetto consapevole di una fine sempre avvenuta, è doveroso constatare, e lo faremo attraverso l’ausilio di due esempi macroscopici, in che modo sia possibile non rassegnarsi alla scomparsa dell’umano nell’inferno della tecnica e dell’informazione o nel paradiso del minimalismo rassicurante e Continua a leggere “Qualche anno luce e zone entropiche: Sulla poesia di Durs Grünbein e Guido Mazzoni”

In cammino verso l'origine. Su “La mente paesaggio” di Laura Pugno (Giulio Perrone Editore, Roma 2010)

Gianluca D’Andrea

nel bosco che ti sbava sulla pelle

Si riprenderà tutto l’acqua fino alla prossima glaciazione. Niente di catastrofico, è solo la possibilità aperta da questo libriccino così diverso dall’ondata letteraria e classicista della poesia italiana attuale: mi riferisco a un versante linguistico che mi ostino a definire “lombardo” per impostazione narrativa e sobrietà tematica nonché per scelte lessicali e sintattiche attratte da una semplicità che, a volte, rischia la stucchevolezza. Allo stesso modo La mente paesaggio è distante da qualsiasi sperimentazione risultando piuttosto un libro basilare, originario e, a ben vedere, profetico. Ogni parola è calibrata su misure minerali, i versi non esistono, sono le risultanti di un linguaggio esploso da tempo, isole o villaggi di palafitte nella distesa della pagina; questo stesso galleggiare è il risultato di un vecchio tragitto e la possibilità del nuovo, posteriore ad ogni posteriorità. Il movimento, il cammino appunto, nel nuovo sentiero della storia che, a scanso di equivoci, non si è mai interrotto, nonostante l’uomo. Diceva Thoreau: «Il sole si spegne su qualche terra lontana, dove non è visibile alcuna casa, con tutte le glorie e lo splendore che prodiga alle città, e in maniera mai vista prima» (H. D. Thoreau, Camminare, Mondadori, Milano 2009, p. 59); le ultime parole di La mente paesaggio recitano: «dove sei adesso/ il sole cuoce il pane/ è perfezione// completato il corpo/ e tu lingua puoi perderti/ qui e non/ altrove» (p. 91): è la fine di un percorso che, come nell’immenso pensatore americano, realizza l’esistenza compiuta della lingua e del soggetto e che, sfondate le barriere socio-economiche e perduti i confini, non può che continuare a sorprendersi della ricchezza metamorfica e dello stesso cammino che apre continuamente al mondo. Continua a leggere “In cammino verso l'origine. Su “La mente paesaggio” di Laura Pugno (Giulio Perrone Editore, Roma 2010)”

Il dono alto dell'apertura: "Lettere nomadi" di Luciano Neri (Puntoacapo, 2010)

 

«Ma prossima è la morte a una immortale
Vita, chiusa la falsa, apre le porte,
Vita di vita e morte della morte.
Chi gli agi fugge per amar naufragi?
A chi, più del riposo, il viaggio piace
E il lungo errare è più dolce del porto?»
Franco Fortini

«ma l’impegno è doppio la fatica è dura il rischio
è alto e nel vissuto vive (e nel vivere vivendo
continua a vivere e a morire) e morendo vive
fa un giro pieno ma senza tempo si fa presente
e con il dono alto di chi ha capito…»

(p. 84)

La nuova raccolta di Luciano Neri, dopo l’esordio visivo in ricognizione di un reale frantumato rappresentato da dal cuore di Daguerre, espone la parola poetica ad un tour de force itinerante che, proseguendo sulla scia del libro precedente, trasporta verso la maturazione che una perdita di rotta, ontologica in senso pieno, linguistica in rapporto allo strumento utilizzato, possa condurre ad una inedita definizione del reale stesso. Continua a leggere “Il dono alto dell'apertura: "Lettere nomadi" di Luciano Neri (Puntoacapo, 2010)”

La verità del negativo. Recensione a Gabriel Del Sarto, “Sul vuoto” (Transeuropa, 2011)

Gianluca D’Andrea

La presa sul reale parte da una riflessione sul “niente”. Nell’epoca del nichilismo raggiunto e del disorientamento etico la poesia tenta una reazione spostando il proprio linguaggio allo stadio minimo della descrizione di esperienze che si accendono in un’atmosfera di raccoglimento, nei piccoli gesti quotidiani, nel comune formicolio delle esistenze e delle relazioni tra le stesse.

Il tema fondante nella seconda raccolta di Gabriel Del Sarto è proprio la relazione: dalla dimensione lineare del “viale”, di una strada che si allunga, partendo dalle proprie origini, attraversando incroci, siamo condotti ad una inedita vastità, infinita proprio perché non ancora esplorata, quella del vuoto. Sul vuoto è la ricognizione di un orizzonte mutato, anche concettualmente, a cui si giunge da coordinate precedentemente vissute ma ineluttabilmente perdute. Il “senza-dimensione” che il vuoto simbolicamente rappresenta illustra lo spaesamento del soggetto lirico che continua a ritrovarsi nelle micro-percezioni relazionali che lo hanno formato anche attraverso le inevitabili cadute. Scoordinazione e relazione, macro e micro testo (macro e micro cosmo), dimensioni che si creano nella loro apparizione, sciolte da ogni determinismo.

A conferma di quanto esposto andiamo a osservare retrospettivamente l’incipit de I viali: «Radiosa, quest’ora,/ e violenta di luce», sin dagli esordi è possibile notare la modalità di riflessione poetica di Del Sarto che è capace di cogliere l’accensione del reale nella presenza-assenza del soggetto poetico rispetto al contesto, in una posizione anti-dialettica: radiosa è l’ora nella sua violenza (l’aspetto negativo) ma in Sul vuoto troviamo: «I ricordi nella luce obliqua/ dalla porta a vetri, un vento leggero e un ritorno/ di senso, molecolare» (I tigli, p. 11, vv. 10-12), la luce da violenta diventa obliqua, il taglio verticale della stessa luce, correlativo della vista e della possibilità sensoriale del soggetto, si attenua in una percezione liquida e quasi tattile del reale, per questo sembra decadere l’affermazione della quarta di copertina sui toni più metallici della seconda raccolta rispetto alla precedente; piuttosto gli stessi toni aderiscono al panorama più vasto e spaesante e si abbassano in maniera ancora più decisa, rispetto all’humus relazionale che dominava I viali. Continua a leggere “La verità del negativo. Recensione a Gabriel Del Sarto, “Sul vuoto” (Transeuropa, 2011)”