Tag: Giorgio Caproni

Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)”

Su "Con fatica dire fame. Poesia 1998-2013" di Giovanni Turra (La vita felice, 2013)

Agostino Longo

1.

Quando ci si accosta a questa raccolta di poesie, una delle prime impressioni è quella di venire a contatto con un mondo solido, luminoso, rigorosamente quotidiano: ci sono descrizioni (piccole, accurate), scene qualche volta pronte a svilupparsi in una brevissima storia, altre volte tali da presupporla o da avviarla lasciandola alla nostra immaginazione; ci sono persone, figure, corpi; soprattutto particolari di persone, particolari di corpi: Continua a leggere “Su "Con fatica dire fame. Poesia 1998-2013" di Giovanni Turra (La vita felice, 2013)”

Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)

Gianluca D’Andrea

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione. Continua a leggere “Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)”

Semantica e sintassi beckettiana in Gabriele Frasca e Giuliano Mesa

Andrea Inglese

Parte I

Diversi sono i poeti italiani, in cui è possibile rintracciare un’influenza puntuale o un’affinità più generale rispetto all’opera di Samuel Beckett. Per influenze puntuali intendo tutto quanto segnala, in un testo, un richiamo stilistico più o meno esplicito; per affinità generali intendo delle prossimità quanto a temi o a immagini ricorrenti. Richiami stilistici beckettiani si possono individuare in certi testi di Porta, di Zanzotto o di Majorino, così come certe immagini ossessive le troviamo in Cattafi e certi temi dominanti in Caproni. Ma per nessuno di questi autori si può parlare, come avviene nel caso di Gabriele Frasca e di Giuliano Mesa, di un rapporto frontale e consapevole con l’intera esperienza letteraria beckettiana. Questo discorso mi sembra valere anche per i poeti della stessa generazione di Frasca e Mesa, nati entrambi nel 1957, e perfino per gli autori ancora più giovani. Frasca e Mesa rimangono, nell’ambito della poesia, coloro che in modo più sistematico hanno fatto i conti con la novità, l’eccentricità e la grandezza dell’opera di Beckett.

Di per sé questa constatazione non conferisce particolari titoli di merito, se si eccettuano quelli relativi a specifici lavori di critica o di traduzione letteraria. Ma questo aspetto non ci interessa qui, o solo indirettamente. Frasca, certo, è traduttore e studioso di Beckett. Ha tradotto i romanzi Murphy, Watt e Le poesie per Einaudi, e ha pubblicato nel 1988 il saggio intitolato Cascando. Tre studi su S. Beckett. Mesa, invece, non si segnala per contributi saggistici o di traduzione dell’opera beckettiana. Ma non sono qui le competenze del traduttore o dello studioso ad essere in questione, bensì una ben diversa faccenda: che cosa significa per un poeta frequentare assiduamente l’opera di Beckett? E quali sono gli effetti, sulla sua scrittura, di una tale, temeraria, frequentazione? Non dobbiamo per forza sposare nel dettaglio la dottrina di Harold Bloom sull’angoscia di influenza, per capire quanto sia rischioso per un poeta moderno avvicinarsi a qualche grande predecessore. E Beckett può essere un predecessore tanto affascinante, quanto letale.

Per diverse ragioni e con modalità diverse, sia Frasca che Mesa hanno scelto di confrontarsi in modo sistematico con Beckett e in una fase precoce del loro percorso poetico. In questo intervento, però, non mi occuperò di rintracciare le occasioni implicite o esplicite di tale confronto. Considero questo un dato acquisito, che risulta evidente a chi conosca tanto il lavoro di Frasca che quello di Mesa. Il mio intento sarà invece quello di evidenziare, seppure in un’ottica di sorvolo, il ruolo di una sintassi e di una semantica beckettiana nelle opere rispettive dei due autori. Non ho la pretesa di scendere in minuziose analisi testuali, che potrebbero probabilmente fornire una visione più sfumata della questione. Mi accontenterò qui di mettere in luce alcuni degli aspetti più importanti del dialogo con l’opera di Beckett che trovano una loro forma di manifestazione in ambito sintattico e semantico. Continua a leggere “Semantica e sintassi beckettiana in Gabriele Frasca e Giuliano Mesa”

Caproni, la lingua e la filosofia

Paolo Zublena

È stato detto, da molti e variamente, che Caproni non è un poeta-filosofo. Lui stesso, d’altronde, ha voluto definirsi, tra il serio e il faceto, «fautore dell’afilosofia», in quanto «il suo pensiero» non si può dire «sia / composto di idee ben chiare» (OV 827). Ora, non è ragionevole rovesciare l’asserzione satiricamente autointerpretante. Effettivamente la poesia di Caproni, quella dell’ultimo Caproni in particolare (in quanto più vicina – rispetto alle precedenti stagioni sensuali-esistenziali – a un côté di poesia pensante), configura sì un orizzonte di pensiero, ma in larga parte per mezzo di figurazioni allegoriche o di elementi pragmatici e testuali: non attraverso un lessico concettuale che esorbita fin dal principio dall’usus caproniano. Non si confanno alla nettezza della lingua del Muro della terra e delle raccolte successive i tecnicismi filosofici usati – in modo affatto diverso – da un Luzi o da uno Zanzotto. La (a)telogia negativa, la meontologia al centro delle ultime raccolte è messa in figura dalla ripetizione tematica di un esiguo lotto di allegoremi (la partenza, il ritorno, il congedo, il borgo, il bosco, la foresta, la notte, l’alba, il lucore, il gelo, l’osteria, lo sdoppiamento, la reversibilità, la caccia) la cui alternanza in un continuo giroscopio di affermazione e negazione rappresenta la vera posta in gioco teoretica. In questo senso Caproni non è un poeta-filosofo, ma è senza dubbio un poeta per filosofi, cioè incline a essere filosoficamente intepretato: l’attenzione di Giorgio Agamben è la prova più cospicua, non certamente l’unica. Continua a leggere “Caproni, la lingua e la filosofia”

I calzini di Charles Baudelaire. Giorgio Caproni traduce Les fleurs du mal

Isabella Mattazzi


In uno dei passi più intimi di Infanzia berlinese, in mezzo agli oggetti del suo mondo di bambino, ai libri rilegati, all’Isola dei pavoni, all’“omino con la gobba” delle sue sere d’inverno, Walter Benjamin racconta di un certo armadio di cui bastava soltanto tirare a sè il pomello per farne scattare, senza sforzo, il gioco meccanico dell’apertura. Un luogo meraviglioso, pieno di lane morbide e di camicie stirate dove affondare le mani fino a trovare, sul fondo, le piccole uova arrotolate dei calzini. Da qui il gioco infantile di Benjamin di srotolare tutti i suoi tesori uno dopo l’altro, fermandosi ogni volta stupefatto di fronte al continuo disfarsi dell’uovo in calzino, atto inarrestabile di metamorfosi e di distruzione, inspiegabilmente legato a ogni suo tentativo, sempre manchevole, di scoprire l’interno misterioso di quella sorta di piccolo universo compatto. “Lo tiravo sempre più verso di me, sino a quando lo sconcerto era al colmo: avevo estratto il “regalo”, ma la “borsa” in cui era stato custodito non c’era più. Ripetevo di continuo la dimostrazione di questo avvenimento. Mi insegnò che forma e contenuto, custodia e custodito sono la stessa cosa. Mi educò a estrarre la verità dalla poesia con la stessa cautela con cui la mano infantile estraeva il calzino dalla borsa ”.

Che la poesia sia un affare di guardaroba, soltanto l’esprit de finesse di Walter Benjamin poteva capirlo. La compattezza armonica del linguaggio poetico, condannata ogni volta a uscire dai propri cardini e a volare via come una costruzione di paglia davanti al soffio ermeneutico della critica, non poteva in lui che trovare immagine più icastica – evidenza del dettaglio di matrice tipicamente ebraica – in un paio di calzini arrotolati. Il gesto di “svolgere il calzino”, il tentativo, condannato al fallimento per sua stessa natura, di aprire un testo poetico cercando di estrarne il nucleo e liberarne così la parte più riposta, non appartiene però soltanto all’atto critico in quanto tale. Ogni intervento diretto su un testo, di qualsiasi natura sia, sembra avere a che fare con il gioco di Benjamin bambino. Prima tra tutti la traduzione. Continua a leggere “I calzini di Charles Baudelaire. Giorgio Caproni traduce Les fleurs du mal”