Tag: Giovanni Raboni

Leggendo l’ultimo « si cela peut s’appeler quelque chose » di Philippe Denis (ed. La ligne d’ombre, 2014)

di Jean-Charles Vegliante

Philippe Denis, conosciuto direttamente da poco – in occasione della presentazione di un numero monografico che “L’étrangère” gli aveva dedicato la primavera scorsa, presso la libreria Le Bruit du temps di Antoine Jaccottet (Paris V) –, mi fa recapitare, dal Portogallo ove egli risiede ormai, un «piccolo libro» (scrive lui) curiosamente intitolato si cela peut s’appeler quelque chose (“se questo può chiamarsi qualcosa”, 65 p.), frase stampata tutta minuscola. I presenti appunti, di getto, riprendono semplicemente, ampliandolo, il biglietto di cortesia che gli ho mandato subito, e non hanno altra pretesa se non di ripetere tale cortesia di lettura, dovuta, a me pare, a ogni testo che ci tocca nel profondo. Tanto più in quanto la poesia, come sappiamo, ne ha davvero bisogno.

Quelle sobrie pagine stampate mi raggiungono dopo lungo periplo, dunque, mentre sto cercando, difficilmente, di stendere un articolo sul “realismo” in poesia (si legga il termine con doppie o triple virgolette), ricerca di cui – a me pare – a scapito delle apparenze (ma, si badi, qui la superficie È profondità!) le poesie di Philippe Denis vanno avvicinandosi oggi sempre di più. Ma, se si vuole, al modo in cui degli haiku potessero sembrare “realisti”: quasi per ossimoro quindi… come prospettando un mondo oltre la pagina stampata. Si tratta in ciò, per me, e solo in prima istanza, di semplici impressioni… ma da dove partire, se non si sappia dire altro[1] che l’effetto che la parola “fa” su di noi? Continua a leggere “Leggendo l’ultimo « si cela peut s’appeler quelque chose » di Philippe Denis (ed. La ligne d’ombre, 2014)”

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Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea

Jacopo Grosser

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive: Continua a leggere “Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea”

Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d’incanto" (Garzanti, 2012)

Manuel Cohen

Se si considerano le antologie degli ultimi decenni, comprese quelle più serie o esposte a recenti tentativi canonizzanti (Testa, 2005; Piccini, 2005) o quelle di establishment (Cucchi, Giovanardi, 1996; ed.ac. 2004) si scopre con non poco stupore che una delle voci più originali (viene da dire: irriducibili) della poesia nostrana ne sia rimasta fuori. La cosa pone qualche interrogativo e più di un dubbio su come le crestomazie siano state curate, in base a quali criteri, a quali logiche, a quale gusto; perché è lecito chiedersi come mai le vengano talvolta preferite voci palesemente più modeste, o comunque di pari dignità, quali Cavalli, Copioli, Frabotta, Lamarque, Merini, Spaziani. Certo è che dal suo tellurico, mercuriale, babelico esordio con Sciarra amara (Guanda, 1977), la nostra autrice ha continuato, dritta per la tangente, a marcare un solco di originalità e arguzia, tenendosi bellamente sopra le righe, al di fuori da orbite o linee (innamorate, orfiche, araldiche, minimaliste, neometriciste, materialiste), elaborando una lingua unica, di sostanziale diversità,  attraversata com’è in lungo e in largo da recursività, periodicità e ritorni sonori, riprese e allitterazioni, tra arcaismi, idiotismi, hapax e neologismi, innestata a continui esercizi di surrealtà e corporalità, di deformazione espressionista, mescidando scrittura in versi a teatro di parola, prosaicizzando aulicismi in lingua dell’oralità. Turbativa d’incanto, è il nuovo libro di Jolanda Insana (1937), impareggiabile traduttrice di Saffo (1985), con cui la poeta festeggia con effetti speciali tra Barlumi di storia il settantacinquesimo genetliaco ed il ponderoso traguardo di 14 libri di versi. Festeggia, a suo modo, con Versi guerrieri e amorosi, parafrasando un altro titolo di Raboni, suo grande mallevadore. Continua a leggere “Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d’incanto" (Garzanti, 2012)”

Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Perdura diretto e scabro, il piglio di Jolanda Insana, e acre lo «sciarroso risentimento» che da sempre abita i suoi versi. La poesia, per lei, è un gesto brusco che non lascia spazio a lusinghe; il dire è dialogo serrato, più spesso scontro inconciliabile, che provoca e spiazza. Sono «versi arrochiti» quelli di Turbativa d’incanto, che raccoglie poesie dal 2003 al 2010 (Garzanti, pp. 131, € 16,60), versi pronunciati da «voce scura di contralto». Vengono in scena, si espongono come manovra illecita, reato: la “turbativa d’asta” dello splendido titolo, amplificata semanticamente dall’incanto che ha significato secondo e getta luce all’indietro, rendendo “turbamento” la turbativa. E se d’incantamento non si può parlare, se le trame indebite si fanno più fitte, allora s’impone e spadroneggia il reale, spoglio d’ornamento e d’inganno. La prima sezione, Le foglie del decoro, col suo dettato aspro «tra mine e minareti» nella «Valle delle grida», si muove in una desolazione assoluta – «la luce è malata / internamente fratturata // malati i campi / malati gli animali» – e si chiude con uno smascheramento che lascia alberi attorti e pietrificati, luttuosi e infecondi: «caddero alla prima sciroccata / le foglie d’oro del decoro affettato / e dai rami ingrovigliati pendono / cartigli anneriti di terribili vergogne / bacche svuotate / ovai senza semi».

I dialoghi che costituiscono alcune sezioni del libro sono alterchi, sciarre in dialetto Continua a leggere “Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)”

Nota a Andrea Inglese, “Commiato da Andromeda” (Valigie Rosse, Livorno 2011)

Paolo Maccari

 

Presentiamo una versione più estesa della postfazione scritta da Paolo Maccari per Commiato da Andromeda, volumetto di Andrea Inglese pubblicato dalla casa editrice di Livorno Valigie Rosse in occasione del Premio Ciampi 2011 per la poesia italiana.

 

Commiato da Andromeda è l’anticipazione di un libro più ampio a cui Andrea Inglese sta lavorando da tempo e che, ci informa, avrà al centro la città di Parigi. Già questo intenso capitolo tuttavia espone una tenuta autonoma e conclusa che permette di fruirne, in attesa dell’opera completa, come di una felice ouverture.

Per chi coltiva la rassicurante abitudine di chiudere in una definizione il testo che ha letto, le pagine del Commiato daranno qualche grattacapo: non si tratta di un romanzo, neppure se tentiamo di specificare con un aggettivo il suo statuto (autobiografico, lirico, di memoria ecc…), non di una serie di racconti, né di racconti alternati a poesie, né di prose liriche, né di poesie stese in prosa. Deludente anche la definizione di prosimetro, che addita una categoria esterna, puramente tipologica. Da parte mia, proporrei per una volta l’astensione definitoria e categoriale. L’efficace sperimentazione di Inglese, in questo frangente, prima ancora che il dialogo con una tradizione o un apparato retorico offre del passato, e del presente che lo osserva, una figura appropriata e smarginata di monito, un’esperienza che proviene da una toccante coscienza biografica e che torna a farsi, aumentata, coscienza biografica, e letteraria, e sociale. Tutto si tiene proprio perché tutto mostra la corda e si allenta in un pulviscolo di manchevolezze che l’autore registra con una passione accuratamente dissimulata. Continua a leggere “Nota a Andrea Inglese, “Commiato da Andromeda” (Valigie Rosse, Livorno 2011)”

Poesia della prosa e prosa della poesia in Giovanni Raboni

Prose tra i versi

Concetta Di Franza

Una poesia a bassa concentrazione di liricità, qual è quella di Giovanni Raboni, con i suoi toni smorzati, che mimano la colloquialità del parlato anche nella selezionata adozione di una terminologia settoriale e specialistica, attrae irresistibilmente la prosa nella sua orbita, in un sottile equilibrio tra analogia e contrasto. La scrittura prosastica appare infatti, nella sua autonomia da vincoli metrici, affine a quel verso libero, che nell’arco della produzione raboniana predomina ampiamente, e al quale si mescola apportandovi il suo bagaglio di «temi tradizionalmente allotri» e «di registri stilistici tradizionalmente propri di generi prosastici».(1) La commistione prosa-poesia potrebbe peraltro indurre al sospetto che la prosa creativa, come esercizio autonomo, costituisca nella scrittura di Raboni un’attività collaterale, a cui dedicarsi nelle more dell’ispirazione: l’unica raccolta di «racconti (o prose o frammenti di romanzo)»(2) pubblicata da Raboni, La fossa di Cherubino (1980), si dice infatti «nata da una crisi di scrittura poetica (…) e dalla voglia di applicarsi comunque alla scrittura».(3) La prosa narrativa e artistica ne risulterebbe allora ristretta tra lo spazio ufficiale della poesia da un lato, quello della prosa di traduzione dall’altro. Continua a leggere “Poesia della prosa e prosa della poesia in Giovanni Raboni”