Tag: Italo Testa

Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso. Continua a leggere “Le poesie italiane di questi anni”

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Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)”

Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Fabio Zinelli

Vincitore del premio intitolato a Piero Ciampi, uno che tutta la strada della canzone italiana se l’è fatta a piedi, Italo Testa dimostra, una volta di più, un’attenzione quasi scientifica nel legare un progetto a un’idea precisa della forma da adottare. Qui, il progresso dei misteriosi camminatori è calato nel ‘format’ dei versi corti, insomma pedes rapidi, come una camminata di fretta, tendenzialmente precisa, a volte resa scazonte dall’ imprevidibilità di queste macchine camminatrici – «si voltano / di scatto a un tratto / ti guardano / gli occhi grigi / campeggiano / poi scartano di lato», «ho provato a parlargli / si bloccano / all’istante sul posto / non sembrano / sentirti o non rispondono» – il cui fantastico antenato era il provinciale Campana di «Il mio passo nella notte / batte botte» (ma lì era per l’alcool). Si noti, nei versi citati, come il tracciato linguistico sia sostenuto e sincopato dall’impiego di varie parole sdrucciole (su cui l’opportuna digressione di Maccari), soprattutto verbi. Il flaneur di Baudelaire poteva procedere nella grande Parigi per passi larghi guidati dal verso lungo dell’alessandrino, anche gli inciampi servivano a produrre poesia. Nell’universo urbano di Testa, i camminatori si muovono a Berlino, Parigi, Venezia, Marsiglia che, come esprimono bene le fotografie in negativo di Riccardo Bargellini, una per testo, non sono però considerate nella loro essenza storica di città enciclopediche ma come piste e binari dove si muovono i camminatori: «e puntano / sempre in avanti / come aghi orientati / misurano / magnetici le strade». Automi su rotaie, ma anche comparse di un mondo parallelo (al modo un po’ naïf del poema dei lunatici di Cavazzoni/Fellini), forse in attesa di un segnale regolatore: «i tratti duri / si tendono / pronti a scattare / a un ordine / un cenno convenuto / se aspettano / qualcuno un segnale / un codice / per ripartire / se pensano / sempre a qualcosa / o fingono». I camminatori non sono il nostro doppio. Forse, ci si può chiedere (come fa Maccari) se«i camminatori con la loro armatura di insensibilità chiedono una reazione umanistica». Sono certamente corpi ‘senza organi’, così che la reazione, con Deleuze-Guattari, dovrà essere ‘rizomatica’, multipla, piuttosto che genealogica. Certo, a differenza di quelle ‘macchine desideranti’ che ancora speriamo di essere, le ‘macchine camminanti’ non sono soggetti libertari, sono condizionati non sappiamo esattamente da cosa o da chi. Però quello che è in gioco è in effetti la risposta (la reazione) del soggetto, si presume a sua volta camminante, che li osserva, la sua capacità di percepire un’eventuale minaccia: «ho provato a guardarli / fissandoli / parandomi di fronte / strabuzzano / meccanici gli occhi / si scansano / come di fronte / a un ostacolo / un muro imprevisto / aggiustano / la loro traiettoria / ti affiancano / senza mai dire nulla / e rigidi / in linea retta / ti passano». Ma i camminatori non sembrano pericolosi, sono sfuggenti, come il linguaggio, di cui riproducono, misteriosamente, l’atto fondamentale e sintagmatico del movimento in uno spazio. È il lavoro del poeta-camminatore di esaminare e repertoriare tracciati che non coincidono mai.

Fabio Zinelli

[già apparso in “Semicerchio”, 50, 2014, 1]

SpecchioSereni

Italo Testa

Sereni per noi – quest’immobilità – non arrivare mai – Sereni – da nessuna parte – in nessun luogo –

Sereni – il tempo sospeso – Sereni – persi in una bolla – Sereni – lago d’ombre – Sereni – il passato che non passa –

Sereni – di noi sempre in ritardo – Sereni – il tempo irreparabile – Sereni – in ritardo sulla propria generazione – la nostra generazione – a insabbiarsi per anni –

Sereni – girare in cerchio – Sereni – la nostra Algeria – Sereni – a volte in sogno – Sereni – spalare al più presto

 

Sereni – tempo speso male – Sereni – gioventù in malora – Sereni – tradire ancora – Sereni – ancora tradire –

Sereni – volto voce sogno – Sereni – sogno voce volto – Sereni – scegliere un volto – Sereni – scegliere migliaia di volti –

Sereni – il nostro ventennio – Sereni – la nostra viltà – Sereni – le paludi del sonno – Sereni – le paludi del caimano –

Sereni – scegliere un volto per specchiarsi – Sereni – specchiarsi in un volto inesistente – Sereni – vivere tra parentesi – Sereni – insabbiarsi per anni

 

Sereni – morti alla guerra – Sereni – morti alla pace – Sereni – cono d’ombra – ripetizioni – Sereni – iterazioni –

Sereni – sbandare – perdersi in sogno – Sereni – altri frammenti – altre sconfitte –

Sereni – il tempo nebbioso – gli anni abbacinati – Sereni – swamp thing – vado a dannarmi –

Sereni – stanno sereni – i morti come noi – Sereni – in un loro limbo – ombra stagno volto – Sereni – mimetizzarsi – Sereni – mimetizzarsi e sparire

 

Sereni – questi fantasmi – adesso è finita – Sereni – stagni malvagi – epifanie di volti –

Sereni – i giorni opachi – Sereni – gli anni in proroga – Sereni – le nostre paludi – Sereni – la mente prigione –

Sereni – a crogiolarsi – Sereni – su un binario morto della storia – Sereni – a dannarsi – Sereni – la palude del caimano – Sereni – la nostra gioventù in malora –

Sereni per noi – lancette ferme – Sereni – quest’immobilità – Sereni – persi in una bolla –Sereni – espulsi dal futuro – SpecchioSereni

(già apparso nello speciale Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /1″, in “Nuovi Argomenti”, http://www.nuoviargomenti.net/poesie/per-vittorio-sereni-1913-1981/)

 

Il castello errante di Balestrini

Italo Testa

Città utopiche. A partire dagli anni sessanta Nanni Balestrini si è mosso furiosamente tra forme artistiche diverse. E non solo nel senso delle molteplici collaborazioni con i più vari ambiti (pittura, scultura, musica, teatro, video…), ma anche giocando in prima persona, esponendosi sia come artista visivo che come artista della scrittura. Balestrini ha costantemente utilizzato all’interno di ciascuna forma espressive le procedure delle altre. Come poeta, romanziere, Balestrini ha fatto un uso costitutivo delle più disparate tecniche di manipolazione dell’immagine provenienti dall’arte d’avanguardia, ricombinandole costantemente: Continua a leggere “Il castello errante di Balestrini”

Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso.

Per la ricchezza di esperienze, questo primo segmento del secolo può essere paragonato al periodo fra il 1911 e il 1925, quando compaiono le prime opere dei poeti nati negli anni Ottanta dell’Ottocento (i Colloqui nel 1911, i Frammenti lirici nel 1913, i Canti Orfici e Pianissimo nel 1914, Il porto sepolto e L’Allegria fra il 1916 e il 1919, il primo Canzoniere nel 1921, Ossi di seppia nel 1925), oppure al quindicennio 1956-1971, quando escono alcune delle opere più importanti di Bertolucci, Caproni, Fortini, Giudici, Luzi, Montale, Pagliarani, Pasolini, Raboni, Rosselli, Sanguineti, Sereni, Zanzotto. Per la poesia italiana, dunque, il primo quindicennio del Ventunesimo secolo è un periodo particolarmente vivace. Ma di cosa parlano i libri di poesia degli anni Zero? Quali modelli hanno? Che immagini dell’uomo trasmettono?

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Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)

Gianluca D’Andrea

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione. Continua a leggere “Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)”

Storia scomposta. Su "Geologia di un padre" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2013)

Italo Testa

“Evidentemente”, scriveva Roberto Bolaño, “la storia, una volta rimontata, diventa qualcos’altro”. Sottoponendo a un procedimento di montaggio e rimontaggio una serie di appunti, frammenti testuali, micronarrazioni, versi – a volte prelevati da organismi testuali precedenti e trapiantati nel nuovo tessuto verbale – Valerio Magrelli ci offre con Geologia di un padre un originale saggio di “storia scomposta”, ove le schegge della biografia paterna, sezionate e ricomposte con cura amorevole ma allarmata, si riaggregano in forme instabile e metamorfica. Accostati come tessere musive, i lacerti della vita del padre sono dapprima attratti dall’autopsi nevrotica del figlio, trasformandosi in altrettanti capitoli di un’autobiografia sui generis. Ma questa tensione anamnestica conduce i materiali biografici a un grado d’incandescenza tale da eccedere la vicenda personale, lasciando affiorare, per scorci potenti, strati profondi, colate laviche che affondano non solo nella storia collettiva recente – come quando, negli esercizi ginnici del padre, il figlio riconosce l’eredità involontaria delle posture corporee e delle retoriche del Ventennio – ma anche nell’antropologia e nella pre-istoria psichica. Rievocando scene d’infanzia, segnate dalla predisposizione all’ira e alla noia mercuriale del padre, seguendo l’evoluzione della sua malattia senile – l’opera di decostruzione del morbo di Parkinson –, Magrelli decifra nella memoria del genitore le traiettorie ek-statiche del tempo, quel diventar altro, uscire da sé, che è proprio del divenire, degli esseri soggetti a Cronos. Continua a leggere “Storia scomposta. Su "Geologia di un padre" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2013)”

Lentissimo. Sulla "Distrazione" di Andrea Inglese

Italo Testa 

Agitate visioni dal basso. Percorrere La distrazione (Luca Sossella, Roma, 2008), il libro che raccoglie e riorganizza una parte consistente della produzione poetica di Andrea Inglese, è come perlustrare un vasto campo percettivo, che si definisce e struttura nettamente di testo in testo. In questa fenomenologia della visione vi sono scorci, tratti, margini, contorni, ed ossessive coltri percettive che entrano ed escono, appaiono e scompaiono dal campo. E vi è una prospettiva prevalente, precisa: uno sguardo dal basso in alto. Qualcosa di evidentissimo, che sta già sul bordo del libro. Una prospettiva dichiarata, figurata nell’immagine di copertina di Jean Dubuffet: un grattacielo visto dal basso in alto, non necessariamente dal suolo, ma forse da qualche punto sospeso a mezz’aria, in bilico su un punto d’appoggio provvisorio, oppure in caduta. Agitate visioni dal basso organizzano esplicitamente il campo percettivo de La distrazione: “Come ogni buon organismo / hai organizzato. Tra la pioggia / e il bel tempo. Nelle agitate / visioni dal basso, di rimbalzo / nei vani o nei tempi morti”. Non manca la visione capovolta dal fondo, da terra, dal suolo. E’ il mondo ribaltato dei due “negri” che fanno break dance a Les Halles, e “[…] ballano / in un mondo a rovescio / e capovolgono anche me che passo”. Ma la prospettiva del “me” che passa e che non può non raccontare quanto gli accade, organizzando gli elementi discontinui che si presentano nel suo campo visivo, è colta sempre un attimo prima di toccare terra. In caduta libera. “Fin qui tutto bene”, dice mentalmente a se stesso lo sguardo che, in apertura de La Haine di Mathieu Kassowitz, sta precipitando da un palazzo, in caduta libera, e vede via via scorrere in alto i piani. Nella poesia di Andrea Inglese questo precipitare nel vuoto è “un salto che comincia ad ogni istante”, e riguarda sé e gli altri, l’interno e l’esterno, il passato ed il presente. E’ la prospettiva di uno che cade: “Sei nella colonna vuota, in caduta. / Passi i piani della memoria / finché ricorderai non ciò che vedevi / con imprecisi contorni e richiami”. Qui appaiono anche gli altri. Inquadrati non dall’alto, da un punto saldo e panoramico, sottratto al tempo nella sua immobilità. Ma piuttosto ai bordi, ai lati di un campo percettivo che si sposta e trascorre, essi stessi coinvolti in questo precipitare: “Guardali come ostinati scendono / e cedono ad ogni passo e dimenticano / a lato, indietro, poche cose, tutte”. Continua a leggere “Lentissimo. Sulla "Distrazione" di Andrea Inglese”

Alcuni appunti introduttivi alla serata di presentazione milanese – con interventi critici di Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena – de "i camminatori" di Italo Testa (18 dicembre 2013)

di Alessandro Broggi

Buona sera a tutti, ho il piacere di introdurre questa sera alla presentazione de “i camminatori”, raccolta di poesia vincitrice del Premio Ciampi Valigie Rosse 2013. Il libro è corredato da alcune fotografie in bianco e nero di Riccardo Bargellini e da una nota di Paolo Maccari, coordinatore del premio letterario nonché a sua volta poeta. Dal volume è stato anche tratto un video (visibile sui siti web Doppio zero e Le parole e le cose), che accosta la lettura dei testi da parte dell’autore ad alcuni scatti dell’artista Margherita Labbe.

Da un punto di vista generale, rispetto ai lavori precedenti di Testa questo libro mi pare un passo ulteriore in direzione, per così dire, della de-liricizzazione del testo, ma al contempo anche del rafforzamento della dimensione poematica, macrotestuale, qui stringente.

“i camminatori”, mi sembra, sorprende immediatamente per la sua trasparenza progettuale, presentando – per così dire – un perfetto rispecchiamento tra la ricorsività ritmica di una metrica molto originale, costruita (di cui meglio di me potranno dire i critici che mi succederanno questa sera), e – proprio letteralmente – il ritmo del passo, implacabilmente sfuggente e quasi meccanico dei comminatori.

Da cui discenderebbe la difficoltà di rapportarsi con loro da parte dell’io poetico, che nonostante ciò – o forse proprio per questo – tenta ripetutamente un approccio, e continua ossessivamente a monitorarli (ciascuna poesia non è che il regesto di un successivo avvistamento, e/o di un mancato contatto).

Direi anzi che, più che la rappresentazione dei camminatori, tutto il libro non è in fondo altro che il resoconto di una modalità dello sguardo, più inquieta e ossessiva del loro stesso camminare; che il tema del libro è lo sguardo del poeta che osserva, immagina e quindi “individua” i camminatori come tali, che li produce quasi – in forma pseudo-paranoica – con tutto il loro spietato, fantasmatico carattere di monocorde mistero.

Lo sguardo del poeta creerebbe insomma dei propri feticci, sfuggenti e inafferrabili, con cui autocondannare allo smacco il proprio essere soggetto lirico, che, infatti – proprio ontologicamente –, non può “afferrarli” (gli è al massimo consentito di riprodurne metricamente le movenze, come in una danza modulare richiusa su se stessa), e proprio in forza di ciò è ossessionato, e indubbiamente attratto, dal loro tremendo modello di allegorica alterità, e insieme di inumana, astratta perfezione alienata.

Questo punto mi sembra segnare una rottura rispetto ai libri precedenti di Italo Testa, in cui erano ancora molto presenti, se pur spesso in modo problematico, gli elementi della corporeità/fisicità e della relazione.

Ancora rispetto ai lavori precedenti del poeta, da un punto di vista dell’ambientazione, il paesaggio, lo spazio urbano, per lo più interstiziale, quasi tipizzato e presente solo in funzione degli attanti (i camminatori e lo sguardo che li dice/produce), è psicogeograficamente prevalente. Questo carattere dominante di astrattezza metropolitana incide anche su un piano metaforico: la simbologia complessiva, evidente anche in altri lavori di Italo e spesso legata ad elementi naturali – penso alla pianta dell’ailanto di un altro suo celebre testo – se pur qui fondativa (e onnipresente), nella figura dei camminatori finisce per risultare sospesa, fertilmente aperta.

Da ultimo, dal punto di vista degli strumenti, dispositivo metrico a parte, mi è sembrato di notare –  e apprezzare – una somiglianza con alcuni dispositivi del primo Porta, quanto a incardinamento del testo su un’insistita predicazione verbale; per la poematicità, e per stilemi legati a una certa opacità referenziale, non mi sembra invece troppo fuori luogo portare l’esempio di certo ultimo Caproni.

Ma, meglio di quanto possa fare io, di queste cose e della loro lettura della raccolta parleranno con l’autore i nostri ospiti di questa serata: Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena.

Il pack della prosa s’avvicina. Durs Grünbein

Italo Testa

Cresciuto nel “ghetto della generazione perduta” della DDR, Durs Grünbein (1962), con il fulminante esordio di Zona grigia, mattina (1988), dava forma alla mitologia negativa di una giovinezza trascorsa a Dresda, “relitto barocco sull’Elba”, tra disillusione storica, distanza cinica e malcelato disprezzo dell’esistente. Trasferitosi dal 1985 a Berlino, dove assiste con soddisfazione sarcastica al crollo di un Impero come ad una rivoluzione passiva che lo coinvolge solo marginalmente ma lascia un profondo segno sul suo corpo-lingua, Grünbein diviene ben presto negli anni novanta l’esponente emblematico della nuova poesia tedesca della post-unificazione, mettendo a punto una formula espressiva che concilia la furia analitica di Benn con le diagnosi epocali sulla metropoli moderna del primo Brecht, il cosmopolitismo occidentale della Repubblica federale con il vento freddo della steppa che scorre sulle piane gelate della Germania Orientale.

A metà partita, titolo della fortunata raccolta con cui Anna Maria Carpi presentava nel 1999 al pubblico italiano un profilo complessivo della produzione di Grünbein sino alla fine del millennio, avevamo incontrato un poeta dotato di una sovrana padronanza della lingua e di una capacità associativa quasi prodigiosa, progressivamente incapsulata, dopo il libro di esordio, che scorreva ancora in una versificazione libera e allegoricamente frammentata, nella potente corazza formale e metrica di una “lingua-panzer”.

Magistero metrico-formale e vertiginosa erudizione connotavano e potenziavano il materialismo linguistico del primo Grünbein, il cui titolo più significativo, Lezione sulla base cranica (1991), denunciava un serrato confronto teorico con Georg Büchner, riguadagnato alla luce della recente rivoluzione neurobiologica. Il corpo quale punto di vista insostituibile, sia fisico che metafisico: un principio di individuazione avente il suo limite inferiore nella idiosincrasia fisiologica e il suo limite superiore nella lingua-corpo idiomatica della poesia. Continua a leggere “Il pack della prosa s’avvicina. Durs Grünbein”

Intrattenere i fantasmi

Italo Testa

1. Dietro la tenda

Considera un’interruzione di 23 anni. Tra la nuova edizione 2003 de I novissimi e la quinta ristampa Einaudi del 1979. Un lungo intercorso fantasmatico. Conta gli anni della tua formazione. Coincidono. Considera le parole di Alfredo Giuliani sull’ultima edizione del 1979: «il libro era diventato un piccolo classico». Considera laPrefazione 1965: «per capire la poesia contemporanea, piuttosto che alla memoria delle poesie del passato, conviene riferirsi alla fisionomia del mondo contemporaneo».

Fasi di trasformazione. L’antologia, «libro settario», così Giuliani nel 1961, formula, così Anceschi su Il verri (1, 1962), l’«orizzonte significante» di un nuovo tempo della poesia. Fase 2: un classico, così Giuliani: oggetto della memoria. Fase 3: un fantasma. Dietro la poesia: l’antologia. Alle loro spalle. Entri in quel tratto. Del bosco solo l’apparenza. Di fronte gli alberi. Considera l’incipit dell’Introduzione alla prima edizione del 1961: «scopo della “vera contemporanea poesia”, annotò Leopardi nel 1829, è di accrescere la vitalità».

«Sagome dietro la tenda/[…]/dietro la tenda/sagome». Le sagome appaiono su un’antologia scolastica. Alle scuole medie inferiori. E’ il controcanto, così Giuliani nella nota al testo su I novissimi, delle figure dell’inconscio della ragazza Carla. Tu non lo sai, e vedi solo le sagome, ti ossessionano, non riesci ad afferrarle, le lasci scorrere e guardi avanti. Poi, nel giro di un paio d’anni, accidentalmente, da un fondo di magazzino, non sai più bene come, ne appaiono altre: «Dietro la porta nulla, dietro la tenda,/l’impronta impressa sulla parete, sotto». Dietro la tenda. E’ Aprire, il mantra di Antonio Porta. Il secondo albero. Secondo avvistamento individuale. Ne seguono altri. Con sfasatura temporale. PostkartenBlackout.

Fuga in avanti. E’ il 2011. Hai in mano I novissimi, l’oggetto letterario, lo leggi dall’inizio alla fine. La ragazza Carla Aprire stanno ai due estremi dell’antologia, ne delimitano lo spazio. Considera le parole di Giuliani nella Prefazione 2003:«Ricercavamo procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (questo il compito e il piacere di chi scrive poesie)».

Quando entri in scena, ci sono solo gli individui. I loro corpi testuali. Sono tali proprio perché sono esistiti altrimenti, hanno sterzato in una la loro direzione idiosincratica, non sempre prevista dal «libro iniziale». Proprio così possono essere contemporanei, accrescere la vitalità. L’antologia, il corpo collettivo, ha già iniziato un’altra sua forma di esistenza, sotto traccia, fantasmatica. Come dispositivo ideologico. Giuliani è il dispositivo. Non ce n’è altra traccia.

Inizi a pensare a I novissimi come a un trattato sui fantasmi.  Il dispositivo sono le prefazioni, le introduzioni, le note di Giuliani. E la sezione  di saggi Dietro la poesia. Dietro la tenda. Ti chiedi se Ghostbusters abbia giocato un ruolo. «Non si può fare poesia pensando in direzione della poesia se non come tecnica» (Prefazione 1965). Gli anni ottanta in mezzo.«Procedimenti utili a intrattenere i fantasmi (Prefazione 2003). Continua a leggere “Intrattenere i fantasmi”