Tag: jean-marie gleize

Novecento o post-? [“Tensioni di necessità” e scritture nuove]

Marco Giovenale

 

Forse le ipotesi che qui di séguito si fanno possono trovare verifiche anche nelle opere presenti in EX.IT – Materiali fuori contesto, volume collettivo e incontri di Albinea (12-14 aprile 2013: http://eexxiitt.blogspot.it/p/exit.html).

A mio avviso, alcune nuove scritture di ricerca possono non insensatamente venir definite non testuali. Ed essere in qualche modo distanti dal discorso e percorso anche storico della testualità (se con tale vocabolo intendiamo tessitura, campo di forze e di indagine di una prassi stilistica, in un orizzonte di “poetiche”). Alcune nuove scritture portano cioè in italiano traccia e senso (e mutazioni) del vocabolo francese écriture. Interrogano e si interrogano su una collocazione di se stesse all’interno o all’esterno del Novecento.

Se giusto di écriture propriamente si parla, a proposito di opere, esperimenti, luoghi o insomma ‘ambienti’ noti e già perimetrati da una parte – ancorché estrema – del secolo XX, sarà tentazione logica restare al Novecento. Ossia ricondurre al secolo passato=presente le pratiche attuali, quelle che costituiscono per chi qui scrive un riferimento implicito: in breve googlism, flarf, opere ‘glitched’, scrittura concettuale, prosa in prosa, letteralismo, scritture della “nudità integrale”, interazione fra codici, loose writing. (Pratiche in certi casi assai lontane fra loro; per certi aspetti o in certi autori addirittura quasi avverse una all’altra. Oppure no. Cfr. http://puntocritico.eu/?p=952).

Ma, Continua a leggere “Novecento o post-? [“Tensioni di necessità” e scritture nuove]”

Annunci

Documenti. (Un'annotazione)

Marco Giovenale

Come rammenta Jean-Marie Gleize [prefaz. a Nioque de l’avant-printemps, tr. it. di M. Zaffarano, Benway Series, 2013], cura di Ponge è o può essere – semplicemente – questa:  fare una «scrittura documentale invece che monumentale». Le datazioni sono parte del documento. Dei frammenti passati (da parte a parte: dalla punta della data).

Stessi anni (Cinquanta) di Nioque:

primi scritti italiani di Rosselli, e prime datazioni dei testi confluiti nel Diario ottuso.

Inoltre: Rosselli, Documento. (Poi ancora diverso il discorso, o meglio il discorrere).

Parentesi: diario “ottuso” anche perché non ego/centrato (se pure il soggetto dell’inconscio c’è, è espresso [e non “si esprime”], e in quanto tale si ottunde, è barrato: ottuso).

_

[ già in http://recognitiones-ii.blogspot.it/2013/09/documenti-differx-2013.html
dal 25 sett. 2013 ]

*
Sul tema cfr. anche
http://www.puntodisvista.net/2013/12/discorsi-sulla-fotografia-foto-documento-monumento/

_

Costa volta il nastro. (Un'origine delle 'scritture nuove')

Marco Giovenale

 

È noto: Retro (1990/91) è una pagina sonora in cui Corrado Costa per minuti e minuti ripete quasi solo la parola «retro», appunto, e dà di tanto in tanto altre (esilaranti e pensose) indicazioni. Afferma – fra innumerevoli iterazioni di «retro, retro, retro, questo è il retro, state ascoltando il retro», che si tratta precisamente del retro del nastro, e che gli ascoltatori, i lettori, sono dei «testoni» che non hanno capito, che cocciutamente non intendono, non vogliono intendere, di star perdendo tempo con il lato B della cassetta, quello sbagliato, il lato dove non c’è niente, «il retro del discorso» e «della poesia», e che dovrebbero semmai girare il nastro, andare a cercare sul “davanti” del discorso e della poesia, se mai avessero intenzione di capire qualcosa, orientarsi. Per oltre sette minuti Costa insiste a rammentarci che ci troviamo sul retro e abbiamo dunque sbagliato tutto.

L’intera opera di Costa – in particolare dopo Pseudobaudelaire – è precisamente il nastro voltato – e apparentemente sbagliato – della scrittura. Il lato nuovo, in effetti, in verità: la strada che ad esempio la scrittura di ricerca francese stava già imboccando. È il nastro/testo dell’altro lato: quello in cui ricorrenze e tessiture non sono “più” così importanti; il luogo in cui l’autore ha perso ogni ruolo di cocchiere millimetrico del suono, di retore onnisciente/legiferante, soggetto-guida, pre-ordinatore delle relazioni fra lettore e pagina, fra sguardo e immagine:

Si potrebbe dire che l’immagine occupa esattamente lo spazio che il poeta si è destinato, e il poeta, come soggetto del discorso, non si è destinato nessuno spazio nel testo poetico, anche se il testo poetico si ritma del suo respiro. A questo limite, oltre il quale arriviamo al soggetto, finisce tutta la storia del sogno del fantastico del surreale. Il limite è fra l’inconoscibilità del soggetto e tutto il mondo nella sua realtà. / Qui l’immagine non ha per sé nessun territorio, è un segno che non si sa dove scrivere, tutto il territorio è il territorio della realtà.

C. Costa, Il territorio alle spalle (in «Tam Tam», 3, 1973), § 4,
ora in Id., The Complete Films, a cura di Eugenio Gazzola,
Le Lettere, Firenze 2007, p. 86

L’invenzione Retro è poi molto altro.

Continua a leggere “Costa volta il nastro. (Un'origine delle 'scritture nuove')”

Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum

Marco Giovenale

Una serie di appunti, schematica come quella che segue, può valere non come rapporto/supporto di poetica o campitura di un’area, ma forse come sequenza – per quanto prolissa – scarabocchiata sul notes proprio velocemente, quasi frettolosamente, prima di avventurarsi nel dialogo di Poesia13. Sul tema – o  problema – della scrittura di ricerca o delle “scritture nuove” di ricerca. (E sui modi e motivi che ha la mia di ritenersi in queste inclusa).

Se di schema rapido si tratta, non ne verrà negata la natura distratta-provvisoria, niente affatto sistematica (nemmeno in quanto distratta). (Forse la regola è: essere talmente distratti da mandare a monte la regola[rità] della distrazione).

Magari di queste pagine si apprezzerà o non disdegnerà – in ordine a una qualche riduzione di disorganizzazione – il tentato raggruppamento per zone o micronuclei: 1, lettura in pubblico (esecuzione pubblica del testo); 2, tecniche o modi di costituzione del testo; 3, struttura dei testi; 4, rapporto con testi o meglio con modi e forme già noti (cioè con qualche “tradizione”).

Per altro, tutte le notille valgono per taluni autori che nominerò; e – stando a testi miei – solo per le prose che leggerò a Rieti.

Una premessa – ultima: non si intende e non si intenda l’aggettivo “nuove” come “migliori di” altre (che sarebbero “vecchie”).

 

1. In termini di lettura in pubblico

— Carattere non (necessariamente) performativo dei nuovi testi. Un’esecuzione può non essere performance. In termini concreti la delimitazione di tale “non essere” cambia di volta in volta (in ciò, alcune scritture nuove di ricerca non offrono al momento appigli definitori, riferimenti a stili noti di esecuzione di partiture: altrimenti non sarebbero nuove nel senso di inattese; o: non ancora studiate, non ampiamente studiate. È logico).

— Se “performativo” vuol dire Continua a leggere “Draft e notille su alcune scritture di ricerca + un post scriptum”

Sul titolo di un libro di poesie. Premessa a una recensione di Marco Giovenale, "In Rebus" (Zona, 2012)

Vincenzo Ostuni 

Che cosa sono le res nelle quali il titolo situa l’ultimo libro di Marco Giovenale? Una prima risposta è: le merci, suffragata dall’esergo debordiano: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto». Le res dendriti del Capitale; ma di più: ogni sezione della società, e dunque tutti gli oggetti (almeno in quanto oggetti sociali) ne sono ritratto, descrizione. L’esergo mostra una sfuggente duplicità: se ogni frammento della vita associata è metonimia del suo funzionamento profondo; o meglio, se la natura di ogni frammento del Capitale nega la stessa profondità, ovvero trascendenza, del funzionamento del Capitale – se dunque il Capitale è intensamente diffuso, ogni oggetto è assieme «finestra» sul Capitale e «occhio» che tramite essa lo vede. Quest’immanenza maligna è la stessa che, con un rovesciamento quasi blochiano, fonda la possibilità di ritrarre il Capitale, e, nel campo lungo, di tradirlo. Dunque, l’oggettività non è per Giovenale una scelta d’argomento (non un Zu den Sachen selbst!), ma di posizione visiva e politica: la cancellazione o oggettificazione storica del soggetto, merce-lavoro, cosa fra le cose («ragni in scatola dieci – tutti ii, che dicono | «io» un milione di volte, per tutte distese, || miglio per miglia, migliaii – sin dubio – | mugnai, e al séguito: mulino, sinus, tit, dóppiano «io» | tit tit, un milione di volte, fino a farlo | varo vero, vetri, veste, varice», p. 15) vizia la sua legittimità epistemica; l’unica visuale sul mondo del Capitale è quella delle cose stesse (incluse le persone-fatte-cose, certo); le cose vedono noi molto meglio di quanto noi riusciamo a vederle. In rebus – e in generale molta della poesia di Giovenale – mira a presentare questa teoria (in senso etimologico) senza vedente: non solo, dunque, ambisce a togliere il soggetto lirico ma lo stesso soggetto cartesiano, la stessa posizione moderna della soggettualità. Continua a leggere “Sul titolo di un libro di poesie. Premessa a una recensione di Marco Giovenale, "In Rebus" (Zona, 2012)”

Mimesi/Benjamin

Marco Giovenale

 

La natura produce somiglianze. Basta pensare al mimetismo animale. Ma la più alta capacità di produrre somiglianze è propria dell’uomo. Il dono di scorgere somiglianze, che egli possiede, non è che un resto rudimentale dell’obbligo un tempo schiacciante di assimilarsi e condursi in conformità. Egli non possiede, forse, alcuna funzione superiore che non sia condizionata in modo decisivo dalla facoltà mimetica.
Ma questa facoltà ha una storia, e in senso filogenetico come in senso ontogenetico.
[…] Bisogna tener presente che né le forze mimetiche, né gli oggetti mimetici, sono rimasti gli stessi nel corso dei millenni. Bisogna invece supporre che la facoltà di produrre somiglianze – per esempio nelle danze, la cui più antica funzione è appunto questa –, e quindi anche quella di riconoscerle, si è trasformata nel corso della storia.
[…]
Tutto ciò che è mimetico nel linguaggio può […] – come la fiamma – rivelarsi solo in una sorta di sostegno. Questo sostegno è l’elemento semiotico. Così il nesso significativo delle parole e delle proposizioni è il portatore in cui solo, in un baleno, si accende la somiglianza. Poiché la sua produzione da parte dell’uomo – come la percezione che egli ne ha – è affidata, in molti casi, e soprattutto nei più importanti, a un baleno. Essa guizza via. Non è improbabile che la rapidità dello scrivere e del leggere rafforzi la fusione del semiotico e del mimetico nell’ambito della lingua.
«Leggere ciò che non è mai stato scritto». Questa lettura è la più antica: quella anteriore a ogni lingua – dalle viscere, dalle stelle o dalle danze. Più tardi, si affermarono anelli intermedi di una nuova lettura, rune e geroglifici. È logico supporre che furono queste le fasi attraverso le quali quella facoltà mimetica che era stata il fondamento della prassi occulta fece il suo ingresso nella scrittura e nella lingua. Così la lingua sarebbe lo stadio supremo del comportamento mimetico e il più perfetto archivio di somiglianze immateriali: un mezzo in cui emigrarono senza residui le più antiche forze di produzione e ricezione mimetica, fino a liquidare quelle della magia.

Walter Benjamin, Sulla facoltà mimetica, in Angelus Novus,
a c. di R.Solmi, Einaudi, Torino 1962, 19939, pp. 71-74.



L’archivio delle somiglianze, dopo il cambio di paradigma, si sposta dal versante grafico e fonico a quello dei rapporti invisibili frasali e di paragrafo/periodo? È un’ipotesi. Continua a leggere “Mimesi/Benjamin”

Disinstallare il “come”. Una raccolta recente di Michele Zaffarano

Marco Giovenale

Il titolo Bianca come neve (La camera verde, 2009), non diversamente da altri titoli di Michele Zaffarano, mette immediatamente sul piano e nel campo dell’ironia e del distacco la particolare scrittura di ricerca da lui perseguita. Il sorriso non è assenza di peso, tuttavia; né lo spessore consiste solamente nel materiale testuale, nelle poesie: semmai si moltiplica e diffonde a partire dai dispositivi stessi (accumulo, elencazione) che quel materiale si incaricano di trasmettere. Vedremo come.

Il libro esce nella collana Calliope della Camera verde, dopo alcune apparizioni in riviste, e si compone di un incipit e dieci testi (di cui due in prosa) divisi in due sezioni: Bello come un principe, la prima e Rosso come una mela, la seconda.

È evidente il raddoppiamento del gioco ironico proprio nei nomi di sezione. “Bianca-neve”, “principe”, “mela”: l’ironia del/sul candore, attraverso le chiavi svuotate della fiaba, entra all’interno del volumetto. Ed appare chiaramente intenzionata ad aggredire anche il meccanismo stesso del paragonare, della metafora, dello slittamento da segno a segno, o insomma di tutte quelle figure connettive, leganti, presuntivamente ‘poetiche’, spesso incapaci di far altro che spostare il discorso su un ‘alto’ secondo piano di senso, fatto di banalità assertive né più né meno del primo, quello letterale.

Il “come” del titolo e delle sezioni della raccolta, dunque, è esposto in evidenza per essere più facilmente revocato in dubbio – e anzi schernito – come marcatore lirico.

Non a caso Zaffarano è tra i più attivi traduttori di poesia di ricerca francese contemporanea Continua a leggere “Disinstallare il “come”. Una raccolta recente di Michele Zaffarano”

Quattro categorie più una: "loose writing"

Marco Giovenale

 

Come esistono spostamenti del continente “testo narrativo”, quando accade che blocchi interi di romanzi, o famiglie di autori, che nel tempo e con lo smarginarsi o vicendevole divorarsi delle teorie fanno massa coesa o si disintegrano e – in una ideale deriva dei continenti alfabetici – assumono una diversa configurazione in quello che pensiamo essere un buon rilievo cartografico delle scritture, così si può dire che le teorie stesse, scogliere intere di definizioni, rupi di criticism, possono compattarsi, franare, emergere, collidere (non nella realtà-realtà, fortuna vuole; sì nella più concreta realtà dei segni che ci costruiamo, a proposito della realtà-realtà).

A questo proposito – con io meno critico che autoriale – vorrei suggerire (o dire che vedo, vedrei, penso di vedere) proprio un conflittuale compattamento.

In questi tempi vedo, osservo – e suggerisco – il darsi di una imperfetta ma forse non infelice unione tra categorie o schegge di generi che, considerate poi singolarmente, possono anche non aver ricevuto di fatto una organizzazione e definizione condivisa, ed essere al limite in movimento, addirittura “all’avanguardia”, o perfino di là da venire, in sostanza inespresse. E tuttavia, ancora non espresse e allineate dai critici in elenco, unirsi. Si uniscono. O possono esser passibili di presentazione di gruppo.

Allora ne assommo / accorpo / unisco – o vedo unite – cinque, ora: Continua a leggere “Quattro categorie più una: "loose writing"”

Su e per «Théorie des prépositions» di Claude Royet-Journoud

Alessandro De Francesco

«Ce qui fait problème, c’est la littéralité (et non la métaphore).C’est mesurer la langue dans ses unités “minimales” de sens.»
Claude Royet-Journoud, La poésie entière est préposition, Éric Pesty éditeur, Marseille 2007

Claude Royet-Journoud è, con la scarsa quantità e l’alta qualità del suo lavoro, una delle figure di punta della poesia francese contemporanea. Nato a Lione nel 1941, vive oggi a Parigi. In Italia, salvo le coraggiose operazioni di Uccio Esposito Torrigiani (cfr. C. Royet-Journoud, Errore di localizzazione degli avvenimenti nel tempo, Room 106 Ltd., Kamilari 1990, e Id., Un metodo descrittivo, Edizione fuori commercio, Kamilari 2005, traduzione di Uccio Esposito Torrigiani; tre libri di Royet-Journoud sono stati inoltre tradotti in italiano da Maria Obino Ducros, ma, purtroppo, mai pubblicati), la sua poesia non è finora mai stata pubblicata in volume ed è apparsa raramente in rivista. Se ciò dipendesse esclusivamente dalla proverbiale discrezione che caratterizza l’autore o dall’altrettanto proverbiale caduta libera della centralità della cultura francese, non sarebbe possibile spiegarne il peso e l’influenza, oltre che in Francia, in numerosi altri Paesi esteri. Continua a leggere “Su e per «Théorie des prépositions» di Claude Royet-Journoud”