Tag: Manuel Cohen

Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d’incanto" (Garzanti, 2012)

Manuel Cohen

Se si considerano le antologie degli ultimi decenni, comprese quelle più serie o esposte a recenti tentativi canonizzanti (Testa, 2005; Piccini, 2005) o quelle di establishment (Cucchi, Giovanardi, 1996; ed.ac. 2004) si scopre con non poco stupore che una delle voci più originali (viene da dire: irriducibili) della poesia nostrana ne sia rimasta fuori. La cosa pone qualche interrogativo e più di un dubbio su come le crestomazie siano state curate, in base a quali criteri, a quali logiche, a quale gusto; perché è lecito chiedersi come mai le vengano talvolta preferite voci palesemente più modeste, o comunque di pari dignità, quali Cavalli, Copioli, Frabotta, Lamarque, Merini, Spaziani. Certo è che dal suo tellurico, mercuriale, babelico esordio con Sciarra amara (Guanda, 1977), la nostra autrice ha continuato, dritta per la tangente, a marcare un solco di originalità e arguzia, tenendosi bellamente sopra le righe, al di fuori da orbite o linee (innamorate, orfiche, araldiche, minimaliste, neometriciste, materialiste), elaborando una lingua unica, di sostanziale diversità,  attraversata com’è in lungo e in largo da recursività, periodicità e ritorni sonori, riprese e allitterazioni, tra arcaismi, idiotismi, hapax e neologismi, innestata a continui esercizi di surrealtà e corporalità, di deformazione espressionista, mescidando scrittura in versi a teatro di parola, prosaicizzando aulicismi in lingua dell’oralità. Turbativa d’incanto, è il nuovo libro di Jolanda Insana (1937), impareggiabile traduttrice di Saffo (1985), con cui la poeta festeggia con effetti speciali tra Barlumi di storia il settantacinquesimo genetliaco ed il ponderoso traguardo di 14 libri di versi. Festeggia, a suo modo, con Versi guerrieri e amorosi, parafrasando un altro titolo di Raboni, suo grande mallevadore. Continua a leggere “Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d’incanto" (Garzanti, 2012)”

Annunci

Recensione a Mario Bertasa, "Tiro con l’arco" (Lampi di stampa, 2011)

 

Manuel Cohen 

Nel Novecento è accaduto frequentemente che gli esordi in volume abbiano coinciso con l’avvento dell’età matura degli autori: così è stato, ad esempio, per Lello Baldini, per Franco Scataglini e per Giampiero Neri e Franco Loi, per citarne alcuni tra i più notevoli, con opere prime che per quiddità di stile si rivelano compiute e mature.  Mario Bertasa, nato nel 1967, giunge al primo, interessante libro dopo un lungo apprentissage attestato da apparizioni su riviste cartacee e nel web: anche per questo, forse, più che di un esordio, si potrebbe dire di una conferma o accasamento del precipitato cartaceo di Tiro con l’arco nella interessante collana diretta da Valentino Ronchi. Ma accasarsi dove? In quale lingua? Secondo quale procedimento? Il suo accasarsi porta in sè i germi e gli stigmi della riscrittura continua, dello straniamento e della deterritorializzazione semantica e culturale, una istanza di ricerca mai appagata che valica il gioco linguistico, tra hapax e neologismi (compufonini, tacinotturno, autunnatico, grettitudini), allitterante e assillabante, che ingenera spesso ironie e bisticci verbali e de-verbali: «uno strappo negli stracci dei sensi stressati», o nel climax amplificato dall’allitterazione: « la città e il fumo/ che esala, che esalta/ che esulta nella bella luce delle alogene/ rovesciata sull’asfalto divelto». Un processo di espansione linguistica e di ‘dislocazione’ fonica e semantica della parola (e per interposta voce, dell’io repertuale, inquietamente illirico) che avviene per contrasto, per iperbole o per paradosso a forte valenza aforismatica: «espandersi provoca ristrettezze»; o si pensi alla venatura sarcastica «Mi peso spesso/ ma non ingrasso (sono 2 quinari assonanti)» che accompagna la rilettura di testi (uno su tutti: Montale) o la rivisitazione dei topos e motivi di tradizione letteraria e l’annesso frasario e vocabolario più trito: «qui/ centellinare il miele del mattino / raccogliere conchiglie /stare sulla panchina di una stazione / versi gesti omaggi faremo un Gran Finale al poetese unto e bisunto al più / scapicollato versificare occasionale pulsionale sciamannato» .  Continua a leggere “Recensione a Mario Bertasa, "Tiro con l’arco" (Lampi di stampa, 2011)”

Nel grande cretto, tra Ethos ed Epos, quasi un’allegoria

Manuel Cohen

     Di Marilena Renda, leggiamo finalmente per intero l’articolato poemetto Ruggine, un testo dalla lunga gestazione, già apparso in rete nel 2009, rappresentato a teatro, e qui proposto in una stesura ulteriormente rivista in cui si è sistematicamente provveduto a uniformare il tutto, a renderlo continuum, narrazione quanto più possibile coerente e organica: è probabilmente in ragione di ciò che l’autrice ha eliminato quegli inserti nell’idioma di Erice, che ci era stato possibile leggere precedentemente.

     Ruggine è un testo che narra, ritorna e riverbera o riparte dalle e sulle vicende drammatiche che seguirono la notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, quando una vasta area della Sicilia occidentale fu colpita dal sisma tristemente noto come ‘il terremoto del Belice’: una ventina i comuni colpiti, di cui 4 interamente distrutti: Gibellina, Salaparuta, Montevago, Poggioreale: 370 vittime, oltre 1000 feriti, 70.000 senzatetto. Ora, anche volendo sorvolare sulle numerose testimonianze in versi lasciate dai neodialettali a proposito del terremoto del Friuli del 1976, non apparirà casuale la coincidenza per cui nella poesia dell’ultimo lustro vari titoli sembrano ispirarsi o riferirsi a fatti analoghi. Come dire che l’immaginario collettivo e la memoria di numerosi autori in versi ne siano stati segnati irredimibilmente. O forse è in un presente inquieto, precario, da ricostruire quasi, che è da ricercare il tratto di similarità o di una Stimmung: l’istanza di raccordo e documento che muove e accomuna autori molto divaricati tra loro per orientamento e gusto: è il caso di Jolanda Insana, che ha scritto la suite Frammenti di un oratorio. Nel centenario del terremoto di Messina (2009); o di Domenico Cipriano, che con Novembre (2010) ritorna a fare capolino intorno ai numeri, quasi una cabala, di quella fatidica sera del 1980 del terremoto dell’Irpinia. Per non dire del Viaggio nel cratere (2003) narrazione di Franco Arminio, o dei testi carsici e lavici scritti a partire dal 1980 di un altro lucano, Salvatore Pagliuca, ed ora raccolti nel volume Lengh’ r’ terr’, Lingua di terra (Le Voci della Luna, Milano 2012). Continua a leggere “Nel grande cretto, tra Ethos ed Epos, quasi un’allegoria”

Assunta Finiguerra, Tatemije (Mursia 2010), Farfarije (Faloppio 2010)

di Manuel Cohen

All’indomani della sua scomparsa, due libri postumi tributano il dovuto omaggio ad Assunta Finiguerra (1946-2009), poeta guerriera e ‘zappatora’ (si deve la definizione ad una tesi di laurea sulla sua opera stilata da Alessia Santamaria), con Franca Grisoni ed Ida Vallerugo, una delle più autentiche ed irriducibili voci contemporanee. LietoColle accorpa due lavori editi, aggiungendo la sezione eponima di inediti, che è coeva ed adiacente, per motivi e tratto di stile, alla raccolta organica curata da Guido Oldani per Mursia. Si tratta dei versi ultimi e terminali dell’autrice, scritti durante la sua malattia devastante, e trafitti da una luce di allucinata verità di destino. Continua a leggere “Assunta Finiguerra, Tatemije (Mursia 2010), Farfarije (Faloppio 2010)”

Andrea Longega, El tempo de i basi (d’if, 2009)

di Manuel Cohen

Escono nella collana i miosotìs per le Edizioni d’if, curate a Napoli da Nietta Caridei, i versi veneziani di Andrea Longega (1967), giunto alla terza raccolta neodialettale. El tempo de i basi, Il tempo dei baci, nucleo germinale di un lavoro di più ampio spettro a cui il nostro attende, deriva e parte dal nervo scoperto della scomparsa della madre, a cui il libro è dedicato, per attraversare un tempo differente e immedicabile di affetti e relazioni. Nel corso della lettura, più volte sono stato tentato dall’accostamento a un piccolo e fecondo libro di Eduardo Galeano, Il libro degli abbracci, dove l’esperienza della scrittura coincide con la funzione terapeutica. C’è stato un tempo, per Longega, il tempo dei baci, o c’è , perdura come pratica degli affetti e del dolore lenitivo, attraversa le cliniche e le stanze nosocomiali della sofferenza familiare e privata, perché: ‘solo ciò che è ben descritto/ si potrà, dopo, cancellare’, Continua a leggere “Andrea Longega, El tempo de i basi (d’if, 2009)”

Adelelmo Ruggieri, Semprevivi

 

Manuel Cohen

 

Ti chiamerò per scambiare due parole semplici allora/ quando i giorni a venire saranno meno incerti di ora” (Dipendenza cellulare). La critica più accorta ha ampiamente registrato ‘l’impronta totalmente lirica’ (M. Raffaeli) della ‘voce rastremata ma limpida’ (B. M. Frabotta) che ‘sceglie di correre sul terreno rischiosissimo dell’immediatezza’ (M. Gezzi) di Adelelmo Ruggieri (1954), giunto all’esordio in età matura con La città lontana (2003), quindi Vieni presto domani (2006), ed ora alle stampe con Semprevivi, terza e perfetta tappa di una evidente trilogia-canzoniere o polittico in progress uscita tutta da peQuod. Eppure, il percorso di questo autore parte da molto lontano, dalla fine degli anni Settanta, quando a Fermo, assieme al narratore e sodale Angelo Ferracuti, fonda la rivista «Alias» Continua a leggere “Adelelmo Ruggieri, Semprevivi”