Tag: Marco Giovenale

La cognizione del meccanismo e la grammatica. Ovvero la consapevolezza del potere del mezzo

Mariangela Guatteri

Ho visto il mezzo fotografico come qualcosa che, attraverso
la luce, determina immagini che hanno valore di linguaggio.

[Feedback: scritti su e di Franco Vaccari,
Postmedia, 2007]

 

Considerando i diversi media che sempre più entrano in gioco nella scrittura, è forse utile continuare a riflettere sui linguaggi propri dei mezzi rispetto alle loro potenzialità da mettere in atto nel pensiero critico del mondo. Si tratta dunque del rapporto tra il mezzo (medium) e l’operazione estetica: quali possibilità di ricerca – esplorativa e conoscitiva – è ancora utile mettere in campo?

Esiste un rapporto di sottile tensione, un’attenzione particolare nei confronti dei mezzi di riproduzione che già da qualche decennio coincidono coi mezzi di produzione, [Angela Madesani, Le icone fluttuanti, Mondadori, 2002, pp. 93-94] e in questa attenzione è forse possibile rilevare una necessità di conoscenza specifica: una cognizione del meccanismo, intendendo, il meccanismo, come mezzo e come tutto ciò che questo mezzo incapsula in sé. Torna allora utile tentare la costruzione di un’idea di grammatica per i linguaggi delle pratiche artistiche, scrittura compresa, incapsulati nella fotografia, nel video e in tutti i media che concorrono nell’operazione estetica.

A proposito di linguaggi e grammatiche, Mario Costa, parlando dell’equivoco dell’uso artistico del video, sostiene che «non c’è videoarte se le specifiche funzioni comunicazionali o le specifiche possibilità d’immagine del medium non vengono mobilitate». [Ivi, p. 87]

Non era dunque sufficiente lavorare sulla superficie dura (l’hardware) dell’oggetto, imbrattare o rompere i televisori, come aveva fatto Wolf Vostell, per fare videoarte. Deve muoversi la superficie soffice, comunque più tramata, del linguaggio. Oggi, i linguaggi disponibili sono prevalentemente quelli incorporati nelle tecnologie più diffuse e nelle loro interfacce, ma già dalla fine degli anni Cinquanta dispositivi video e televisivi erano oggetto d’indagine artistica.

Il video è un oggetto (strumento) di per se stesso problematico, in primo luogo per una congenita impossibilità di definizione univoca; processo e prodotto, «il video rappresenta una sfida alle istituzioni dell’arte, poiché resiste alle catalogazioni degli storici, sfugge ai canoni museali, si sottrae ai criteri di valutazione dei mercanti». [Ivi, Simonetta Fadda, p. 87] Continua a leggere “La cognizione del meccanismo e la grammatica. Ovvero la consapevolezza del potere del mezzo”

Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, "Maniera nera" (Aragno, 2015)

 

Gianluca D’Andrea

La doppia direzione della materia che si frantuma per riapparire e in questa apparizione si guasta:

Due figure vengono e due vanno.

A feste, alle alberate (nome come
un altro) –
finiscono dove
finiscono loro, se pure è,
se è così, al curvamuro, a quello

strano aggettare del palazzo
da dove (verso dove) danno
ombre loro che sono, come devono,
ombre soltanto, piene per mattina
di notte, non simili, e simili

appaiate, appena

(p. 19).

 

La mezzatinta, tecnica incisoria, è approvata da Giovenale per dirozzare la scrittura: da una superficie scabra, libera dai residui del fondo, emergono figure. Scrittura compressa, allora, amalgama di segni la cui strategia poetica è l’accumulo – neologismi o a-logismi? Sarebbe un paradosso o un disegno che non aspira ad alcuna rappresentazione geometrica (siamo o non siamo fuori dalle logiche euclidee, fuori dal Novecento?) e che agonizza nelle sue linee? «L’inizio di un affresco è sempre linee» (p. 32). Continua a leggere “Un paesaggio di tracce. Recensione a Marco Giovenale, "Maniera nera" (Aragno, 2015)”

Un'annotazione su "Carta da viaggio | Alight", di Pietro D’Agostino (Benway Series)

Marco Giovenale

Siamo abituati a pensare al libro, a qualsiasi libro, diremmo alla forma stessa dell’oggetto, come al contenitore stabile o stabilizzante di un materiale pronto, fisso, preorganizzato (proprio in vista della forma cartacea o digitale). Una serie di linee date, impaginate, raffigurabili nel loro complesso come opera organizzata già a monte, incastonata in una propria storia, o “come” storia. Che, in ogni caso, preesiste, precede il libro. (E da questo è veicolata).

Al contrario, con Carta da viaggio | Alight ci troviamo di fronte a pagine non incise, bianche: formano una freccia temporale che deve ancora mettersi in moto. Sbirciamo un luogo o meglio un’apertura o disponibilità/disposizione verso luoghi (non casuale è la parola “viaggio”) che permette – appunto – di accedere a spazi non stabili, non stabilizzati, e – meglio – non noti, non percorsi.

Tutto quello che abbiamo di fronte, aprendo e addirittura inaugurando l’esistenza stessa delle pagine del livre à venir di Pietro D’Agostino, è una sequenza di fogli impressionabili, di inizi. (È in fondo il paradosso di un testo così radicalmente lontano dall’esser testo da non esistere prima di venir aperto=scritto dai tagli luminosi aleatori del momento, e dal lettore che in sostanza vi dispone ombre, profili, al minimo movimento). Continua a leggere “Un'annotazione su "Carta da viaggio | Alight", di Pietro D’Agostino (Benway Series)”

Postfazione a "Quasi tutti", di Marco Giovenale (Polimata, 2010)

Paolo Zublena

P.Zublena_ Postfazione a QUASI TUTTI (di M.Giovenale) by Punto critico

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Il quarto incluso

Marco Giovenale

Un’esperienza recente ne conferma altre: un’esperienza in una stanza d’ospedale con quattro ospiti, di cui uno più o meno lentamente scivola nella follia, nella psicosi, effettiva, nominabile, certificabile, palese: con dialoghi immaginari, o fasi di catatonia alternate ad altre di forte emotività, falsi riconoscimenti, apostrofi, monologhi, canti, frasi appena mormorate, mugugni ad alta voce.

Gli altri pazienti, e noi parenti di questi, lungo tutta la sua discesa verso il semibuio o buio franco, onoriamo con scrupolo i doveri della più cortese convivenza, nutrendo/recitando il convincimento che tutto invece prosegua (e sia) invariato. Che sia possibile parlare con lui, il folle, come se niente fosse diverso, come parleremmo tra noi.

Ogni sua frase sconnessa o sconnessione tra frasi viene recuperata nel nostro discorrere, come battuta di dialogo normato o come conferma di altri argomenti, seri, sintatticamente legittimi. Eccetera.

Cosa fa usualmente il linguaggio umano, o meglio il processo di sociazione che anche o soprattutto nel linguaggio si esprime?

Cosa socializza, il linguaggio? Cosa mette in comune? Continua a leggere “Il quarto incluso”

“Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico

Gian Luca Picconi

Le coordinate estreme della riflessione poetica di Mesa e, di conseguenza, della sua prassi artistica sono state fissate da Mesa stesso nelle righe che seguono: «ci si imbatte in una questione cruciale della letteratura occidentale: il conflitto tra volontà-desiderio di autoannullamento, o di scomparsa, o di socializzazione della creatività – di “morte dell’arte”, per così dire “guidata” […] o di implicita vocazione al “monumento”, per antonomasia statuario e statuale»(1). Poco oltre: «se nell’abbandono dell’arte (reale, non “poetizzato”, non “estetizzato”) si annida un demone teleologico, nell’accettazione del “continuare a dire” può sempre insinuarsi – ed è forse inevitabile – la sindrome (tipica soprattutto del poeta, il produttore letterario più emarginato dal mercato) da ambizione […] al monumento»(2).

Proprio all’interno di questa dialettica (senza soluzione) tra volontà di autoannullamento e vocazione al monumento si muove dunque l’intera opera dell’autore, sia nel suo complesso, sia nei suoi singoli episodi. L’opera di Mesa, e in particolare l’opera poetica(3), costituita da una serie di fondamentali “libri di poesia”(4), incorpora così sia la coscienza dell’impossibilità di un’assoluta compiutezza, sia una determinazione alla perfezione e alla compiutezza “monumentale” (detto in altri termini, a una perfetta chiusura formale). Da subito questa scissione è inquadrata da Mesa entro i confini della categoria, storica al massimo grado, di “letteratura occidentale”: così da dimostrare come una simile problematica non sia un universale ma riguardi una particolare episteme storicamente determinata, la stessa che ospita le riflessioni di Mesa. E proprio questa paradossale autoinclusione (in una sorta di prigione fatta a forma di mise-en-abyme) è la principale causa di una simile dialettica tra compiutezza e incompiutezza. È una dialettica tragica: la letteratura cui si riferisce Mesa ha senz’altro il suo culmine cronologico nell’epoca del modernismo, in cui anche Mesa problematicamente sente di situarsi; e gli autori che più volte ha indicato come canonici per il suo modernismo sono tragici, come Celan, o annullano la distinzione tra comico e tragico facendo in modo che il tragico sussuma il comico (Beckett)(5). Continua a leggere ““Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico”

Sul titolo di un libro di poesie. Premessa a una recensione di Marco Giovenale, "In Rebus" (Zona, 2012)

Vincenzo Ostuni 

Che cosa sono le res nelle quali il titolo situa l’ultimo libro di Marco Giovenale? Una prima risposta è: le merci, suffragata dall’esergo debordiano: «Il capitale non è più il centro invisibile che dirige il modo di produzione: la sua accumulazione lo diffonde fino alla periferia sotto forma di oggetti sensibili. Tutta l’estensione della società è il suo ritratto». Le res dendriti del Capitale; ma di più: ogni sezione della società, e dunque tutti gli oggetti (almeno in quanto oggetti sociali) ne sono ritratto, descrizione. L’esergo mostra una sfuggente duplicità: se ogni frammento della vita associata è metonimia del suo funzionamento profondo; o meglio, se la natura di ogni frammento del Capitale nega la stessa profondità, ovvero trascendenza, del funzionamento del Capitale – se dunque il Capitale è intensamente diffuso, ogni oggetto è assieme «finestra» sul Capitale e «occhio» che tramite essa lo vede. Quest’immanenza maligna è la stessa che, con un rovesciamento quasi blochiano, fonda la possibilità di ritrarre il Capitale, e, nel campo lungo, di tradirlo. Dunque, l’oggettività non è per Giovenale una scelta d’argomento (non un Zu den Sachen selbst!), ma di posizione visiva e politica: la cancellazione o oggettificazione storica del soggetto, merce-lavoro, cosa fra le cose («ragni in scatola dieci – tutti ii, che dicono | «io» un milione di volte, per tutte distese, || miglio per miglia, migliaii – sin dubio – | mugnai, e al séguito: mulino, sinus, tit, dóppiano «io» | tit tit, un milione di volte, fino a farlo | varo vero, vetri, veste, varice», p. 15) vizia la sua legittimità epistemica; l’unica visuale sul mondo del Capitale è quella delle cose stesse (incluse le persone-fatte-cose, certo); le cose vedono noi molto meglio di quanto noi riusciamo a vederle. In rebus – e in generale molta della poesia di Giovenale – mira a presentare questa teoria (in senso etimologico) senza vedente: non solo, dunque, ambisce a togliere il soggetto lirico ma lo stesso soggetto cartesiano, la stessa posizione moderna della soggettualità. Continua a leggere “Sul titolo di un libro di poesie. Premessa a una recensione di Marco Giovenale, "In Rebus" (Zona, 2012)”

Dall’"inconclusione" la sola compiutezza. Recensione al "Faldone" di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto, 2012)

Marco Giovenale 

Recensione a
Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti. Poesie 1992-2006,
Ponte Sisto, Roma 2012, pp. 272. Postfazione di A.Inglese

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Testo inesauribile, sempre ripreso e rielaborato dunque nuovo, nastro sovrainciso, il Faldone di Vincenzo Ostuni (in edizione Faldone zero-otto presso Oèdipus, 2004; poi in rete in fieri in files separati: www.faldone.it) esce ulteriormente variato, e non solo accresciuto ma “più che raddoppiato”, come Faldone zero-venti, nella nuova collana Quaderni di poesia del Caffè illustrato, dell’editore Ponte Sisto.

Qualche anno fa parlavo della poesia di Ostuni come inquadrabile (con altre scritture) entro continue – e non pacificate – contrattazioni e appressamenti a una sorta di patto linguistico di visibilità e dicibilità del mondo (dato come intreccio, ostinato e riprovato) fra contraenti in verità indefinibili, inafferrabili per tradizione ormai secolare – riandando a due nomi che aprono anzi spalancano il Novecento: l’inventato Chandos e l’inventariante Wittgenstein (quest’ultimo citato da entrambi i prefatori dei due faldoni: Gabriele Pedullà e Andrea Inglese). La situazione di patto mancato (e di manque del collante sociale, linguistico) – di contesto che si afferra e insieme sfugge e si sfalda – è proprio tematizzata frontalmente da Ostuni come flusso verbale ininterrotto, sinusoidale, di ricerca-dubbio-ricerca, entro la cornice costante data dalla forma dialogica / monologica (indistinguibili le due, annota Inglese). Continua a leggere “Dall’"inconclusione" la sola compiutezza. Recensione al "Faldone" di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto, 2012)”

Glitch, alterazioni, disfunzioni (e addenda 'politici')

voided_Marco Giovenale

A mio avviso, nell’idea di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si raccolgono o non è insensato raccogliere – in letteratura e in arte – fenomeni singoli, separati e diversi ma non estranei l’uno all’altro, e da leggere e osservare complessivamente orientati in direzione di una particolare produzione di senso o, come direbbe Emilio Garroni, senso-non-senso. Intenderei cioè gli ambiti dell’asemic writing (= scrittura asemantica), dei video astratti (o: musica e video precisamente glitch, disturbati… e suoni lobit = a bassa qualità di produzione e riproduzione), e di alcune nuove scritture di ricerca – tra cui lo stesso flarf.

Se prendiamo l’alterazione e il malfunzionamento, la parziale non transitività, come possibili elementi unificanti, il filo comune risulta, per le aree appena nominate, evidente. Non chiede altra spiegazione che un semplice elenco.

Sono omogenei, affini, il disturbo della ricezione, un più o meno marcato ostacolo alla decodifica, l’assente o imprecisa traduzione, il fuori luogo, l’errore voluto, l’alterazione occasionale o sistematica, la ricerca intenzionale (nella sought poetry) di elementi in attrito, l’assemblaggio e riuso disturbato di fonti a loro volta magari già corrotte, e così la disposizione in sintagma ri(dis)ordinato di fenomeni in partenza già eterogenei e scomposti, l’accumulo ossessivo compulsivo che però si rastrema e riduce improvvisamente, il vuoto comunicativo (che non è vuoto di senso), la frattura che è insieme sutura.

Se si volesse aggiungere una nota sul quid di politicità che alterazione disturbo e malfunzionamento possono non vantare ma implicare o almeno suggerire, si potrebbe far cenno a (o addirittura far teoria di) Continua a leggere “Glitch, alterazioni, disfunzioni (e addenda 'politici')”

Ostendere. (Scritture di ricerca: letture pubbliche eccetera)

Marco Giovenale

temo non ci sia modo di spiegarsi se non ostensivamente, in tema di scritture dopo il paradigma.

al momento dunque si fa (si può fare) (anche) così:

si prende un oggetto testuale, o verbovisivo, oppure delle opere grafiche asemantiche, o interventi di carattere installativo, anche performativo, sonoro eccetera, e si passa alla condivisione: si mostra quanto si sta facendo, o si è fatto (magari, per esempio in Francia, negli ultimi trent’anni e più). si mostra quello che c’è.

si fa una lettura, un post, un incontro. (o, al limite, una serie di incontri, come nel caso di EX.IT). si fa un sito, un blog. si organizza un reading.

si mostra al lettore, all’osservatore, quel che c’è da vedere. (volendo vedere).

costui – il lettore – ne chiederà ragione. Continua a leggere “Ostendere. (Scritture di ricerca: letture pubbliche eccetera)”

Critica e storiografia, più che cartografia

Marco Giovenale

1.

Un falso problema si aggira per redazioni e radar di siti, blog, giornali, e nei pensieri di editor di pagine web, o critici (per fortuna non in tutti): il problema della “mappatura” delle voci poetiche. Il problema del territorio intero. Luogo da possedere, évidemment, come nozione, o corpus ghiotto, da afferrare.

Se è il territorio intero, da sondare, va pur detto che percentuale altissima del dicibile e del detto è già in rete. O, meglio, è la rete: mappa pressoché coincidente con i suoi oggetti (almeno nella porzione di mondo occidentale/occidentalizzato adsl-munita, in grado dunque di promuovere se stessa – come fa, come facciamo –  alla dignità di soggetto rammemorante e memorabile). (Il possesso di uno specchio: segno di benessere economico, di facoltà..).

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…continua in Samgha (5 apr. 2013)

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Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)

Marco Giovenale

Quello che è stato sempre in evidenza (e ha rappresentato e rappresenta la ricchezza) del particolare timbro di voce della scrittura di Andrea Raos, trova una conferma addirittura paradigmatica nel compatto, breve testo i cani dello Chott el-Jerid, ospitato dalla collana ChapBook diretta da M. Zaffarano e G. Bortolotti per l’editore Arcipelago. In cosa consiste la natura esemplare del libro? Nel portare a un estremo di incandescenza tutte le punte solo apparentemente divergenti dell’arco di stili che Raos ha presenti e impiega: lirica d’aspetto lineare, felicità aforistica, microracconto, scrittura della crudeltà (che registrava un picco verticale nel precedente Le api migratori, Oèdipus, 2007), espressionismo in nessun caso gratuito, elencazioni, gioco linguistico. Tutte linee, queste appena citate, a cui si aggiunge una netta presenza di (e forse fede nel) paradosso, e nella contraddizione.

Partiamo proprio da quest’ultima marca stilistica (singolarmente sottolineata in questo caso). Il libretto – composto di prose e poesie – prende avvio da un testo che, pur sintetico, agisce precisamente da vero e proprio accumulatore di contrasti, asserzioni in guerra fra loro (ma non con la lettura che è comunque possibile darne): “racchiudeva il dolore all’esterno”, “implodendo, schiuso in sé”, “accanto e ritornavi, accanto e stavi”. L’appressamento all’area desertica del Chott el-Jerid, in Tunisia, e il fissarvi sguardo tanto attento quanto indugiante e però mobile (come da telecamera, come nel video dedicato al medesimo luogo da Bill Viola nel 1979), sono atti e assenze di atti che ben si attagliano alla “linea del sale”, all’aridità del dolore, del male, del pane altrui, e all’attraversamento della mancanza, di un affetto scomparso, che il testo di Raos sembra avere nel centro, lacuna nodale, non detta in pieno e – proprio per paradosso – sempre in apice, esposta. La sofferenza – entità costante e costantemente paradossale nel suo motivare la percezione disintegrandola – trova proprio in un “paradossale sirratte” il correlativo e oggetto allegorico pressoché ideale. (Il sirratte è un uccello che ha il paradosso inscritto fin nel proprio nome scientifico: syrrhaptes paradoxus). Quella che si profila è la scultura o incisione in effetti indelimitabile di una solitudine, in buona sostanza. Così è il deserto, coi suoi margini imprecisi. Il deserto come cangiante elemento installativo chiama dunque le parole ad appropriarsi del suo proprio senso non in veste di simbolo, o codice e sintesi già dati, ma come struttura allegorica prensile, capace di molti vettori di significato. Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)”

glitches brew

Marco Giovenale

 

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1. uno dei problemi o forse solo luoghi della scrittura, nello spazio di sovrapposizione degli insiemi cartaceo e digitale, è quello della trascrizione.

2. un autore con formazione nata in contesto gutenberghiano può realizzare testi in primis in formato cartaceo, come inventati e scritti a mano, o – indifferentemente o meno – come appunti tratti da fonti diverse e semplicemente presi da queste. in entrambi i modi, sia che si tratti di rilavorarli perché solo a penna, o di rielaborarli perché ‘rough’, deve spostarli da un contesto grafico a un altro, da un sistema di segni idiomatici e strettamente legati all’identità, a un contesto astratto e comunque riconfigurante, come è quello della pagina elettronica. senza questo spostamento è quasi impossibile pubblicare (se non nella forma della pagina manoscritta fotografata) il testo.

3. la trascrizione è una traduzione. (come tradurre è in assoluto trascrivere assai male). (tanto male da cadere in un’altra lingua, … infine in qualche modo contortamente pertinente).

4. nella traduzione, come nella trascrizione/edizione e rielaborazione di un testo ‘handwritten’, possono intervenire errori, deviazioni, anche tradimenti coscienti, e riscritture. manipolazioni – volontarie o meno – di segni che diventano altro da una pura traslazione linguistica A–>B.

5. traduciamo continuamente, e continuamente spostiamo di campo e di luogo tracce, segni. Continua a leggere “glitches brew”