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Maria Grazia Calandrone, Per voce sola

di Nadia Agustoni

Un libro, Per voce sola, di testi teatrali, quattro monologhi, con cui Maria Grazia Calandrone, affilando la sua poetica, sembra consegnare ad alcune voci femminili quell’ambiguità della memoria che si dà per frammenti, ritrazioni e dialoghi coi vuoti.

Se parlare è decidere la propria lingua e farla/farsi esistere, abbiamo in questi testi, nello stesso tempo, della parola e di più quando questa ci appare come ossessione, un silenzio che nasce dalla materia dei corpi offesi e riempie la scena. La scena è occupata da figure il cui darsi travalica il senso di differenza, diversità e identità, perché con uno spostamento radicale, fanno del palcoscenico il teatro della malattia.

La scrittrice Flannery O’Connor parlò della malattia come grazia e chissà se intendeva uno spazio tra il mondo e l’interiorità, un luogo in cui la parola non agisce che in minima parte. Leggendo Maria Grazia Calandrone, in queste pagine abitate dalla fragile presenza dell’io dei personaggi chiave, si ha la netta percezione che la loro malattia sia piena di vita, ma di una vita inafferrabile. La morte non occupa il loro pensiero, non direttamente, né il loro stare in una solitudine fatta di nomi ripetuti, vocio di morti o insorgenze la cui realtà è dubbia. Percepiamo un moto circoscritto di corpi e voci che afferrano quel che in loro si agita come in un limbo dove il presente è il passato o è un tempo che non conosciamo. Continua a leggere “Maria Grazia Calandrone, Per voce sola”

Oroscopi, di Veronica Fallini (Lietocolle 2012)

di Davide Castiglione

La pulizia descrittiva e il modesto understatement del titolo (Oroscopi) e del sottotitolo (E altre minute ossessioni) dell’ultima raccolta di Veronica Fallini possono di prima battuta trarre in inganno anche il lettore di poesia più navigato: un inganno in realtà dovuto a eccesso di sincerità da parte dell’autrice. Cerco di sciogliere l’apparente paradosso, di tramutarlo da frase di facile effetto a effettivo ma difficile punto d’ancoraggio critico: se infatti – come spesso accade nei titoli dei libri di poesia – “oroscopi” è sostituzione metonimica per “poesie”, e “minute ossessioni” una loro ulteriore caratterizzazione, allora verrà di leggere queste poesie come qualcosa di irrilevante: dopotutto, complice le nostre associazioni automatizzate e perciò acritiche, per noi gli “oroscopi? sono i prodotti di un’arte divinatoria fallace, ingannatrice e commercializzata; non miglior sorte sembrano avere le “minute ossessioni? del sottotitolo, che richiamano alla pratica diaristica, all’annotazione privata e pertanto, ancora una volta e implicitamente, irrilevante. Il titolo ci dice dunque, alla lettera: “qui non troverai niente di vero, né di rilevante, passa oltre se vuoi”.

La lettura dell’intero libro inganna però almeno due volte questa attesa: da un lato, ciò che Fallini fa con la poesia è rilevante e le corrisponde un senso di verità estrema, che corteggia gli abissi della sparizione e della morte; dall’altro, queste poesie sono davvero arte divinatoria per la lucidità e l’ansia con cui interrogano il dopo, mentre ossessivamente tornano su pochi fulcri tematici che illustrerò in seguito. Infine, la loro misura sia versale sia testuale ne fa oggetti linguistici minuti, per l’appunto. Quindi, verità nell’inganno, e viceversa. Continua a leggere “Oroscopi, di Veronica Fallini (Lietocolle 2012)”

Abbandono e abbondanza. Les revenants e la ruggine

Uno sguardo su (e a partire da) Ruggine di Marilena Renda
(Edizioni Dot.com Press – Le Voci della Luna – 2012 )

Enzo Campi

Per sviluppare un pensiero cognitivo su quest’opera bisognerebbe mettersi in linea con l’autrice: giustapporre crepe a crepe, insinuarsi nelle fenditure, ri-configurare «nomi propri» e attitudini, veicolare un’apparente pacatezza espositiva che, a ben guardare, preserva in nuce un urlo rabbioso, quasi selvaggio, quello che l’autrice definisce, a più riprese, un “ruggito”, insomma e in poche parole compiere un gesto aggiuntivo che possa affiancarsi al gesto originario. Tutto ciò, naturalmente, non è quasi mai possibile. Accade raramente che una lettura critica possa donare a un’opera un vero valore aggiunto.
Concedetemi quindi l’opportunità di tracciare un percorso su cui condurre strappi e forzature, impressioni e prosecuzioni, un percorso che non aspira al raggiungimento di una meta ben precisa e delineata, ma che cerca – non sempre lucidamente – da un lato la reiterazione del «viaggio» compiuto dall’autrice, e dall’altro lato di restituire quella sorta di “realtà sospesa” che è propria del luogo cui ci si riferisce (Gibellina).
Così come spesso accade, bisogna partire dalla fine, dalla poesia che chiude il poema

Perché le cose scompaiono, e non c’è strada
per trattenerle ancora un minuto sulla linea
del cielo presente. E questo fu imparato sulla via
delle rovine, nella direttrice imbastita dalla madre
il primo giorno che disse una parola e la terra

diventò un raschio di gomiti mai sollevati
dal suolo, un modo di consolare i fantasmi
che stridono i denti, che smettano alla fine
di ruggire attorno ai piedi di chi
cammina la terra che non trema. Continua a leggere “Abbandono e abbondanza. Les revenants e la ruggine”

Recensione a "Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano", a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2010)

Niccolò Scaffai

C’è almeno un tratto che accomuna la serie dei quaderni italiani, curati da Franco Buffoni, giunti quest’anno al decimo volume: ed è la selezione di autori anagraficamente vicini, sì, ma ognuno dotato di una propria voce ben distinguibile e già modulata, senza velleità generazionali. Per questo non sembra sufficiente evocare categorie come quella di ‘poesia giovanile’ o di ‘giovane poesia’, che pure godono ancora di una loro fortuna: basti pensare alla recente (2009) Il miele del silenzio. Antologia della giovane poesia italiana, curata da Giancarlo Pontiggia per Interlinea edizioni.

Sono sette i poeti del decimo Quaderno, ciascuno introdotto da un critico o da un autore noto: Corrado Benigni (presentato da Mario Santagostini), Andrea Breda Minello (da Maria Grazia Calandrone), Francesca Matteoni (Fabio Pusterla), Luigi Nacci (Lello Voce), Gilda Policastro (Aldo Nove), Laura Pugno (Cecilia Bello Minciacchi), Italo Testa (Umberto Fiori). E sì, sono ‘giovani’ – almeno secondo i parametri della società italiana contemporanea – essendo nati negli anni Settanta. Ma si sottraggono alle ambizioni provvisorie che spesso il Novecento ha associato ai cosiddetti giovani, per esprimersi già ognuno con un proprio stile, più o meno sicuro, magari ancora in cerca di un centro ritmico, di un preciso equilibrio formale. Ma per tutti si può parlare di uno stile indubbiamente originale. Ne è una riprova, come vedremo, la capacità di far intravedere in filigrana la traccia di grandi maestri novecenteschi, senza con ciò forzarsi all’imitazione e al falsetto. Anche per questo, nessuno dei criteri che spesso tengono insieme un’antologia (vicinanza di stile, provenienza geografica, appartenenza di ‘scuola’, ecc.) sono qui attivi. Del resto, forse non si deve nemmeno parlare di ‘antologia’, perché il Quaderno contiene di fatto tante opere quasi complete quanti sono gli autori raccolti. Continua a leggere “Recensione a "Poesia contemporanea. Decimo quaderno italiano", a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2010)”

Visività. Per Mario Benedetti

Italo Testa

Interfacce percettive. Umana Gloria (Mondadori 2004) e Pitture nere su Carta (Mondadori 2008) segnano due crocevia della scrittura poetica di Mario Benedetti, e si presentano come potenti e compatti oggetti espressivi, dotati di rara energia e di una potente capacità di risonanza, di radianza. Non c’è forse miglior modo di introdurre questa poesia che un verso di un sonetto – Sur sa fièvre – di Jean de Sponde, poeta francese del secondo cinquecento che Benedetti ostende in  un distico del capitolo VIII di Pitture nere su carte: “J’ai cent peintres dans ce cerveau”. Ut pictura poesis: in Benedetti non è questione di un luogo retorico, né della ripresa di un’analogia estrinseca. Si tratta piuttosto di un innervamento del topos, di una sua cerebralizzazione.  La pittura come modalità percettiva, modo di fare contatto col mondo. L’altissimo tasso figurale della poesia di Mario Benedetti non dipende solo dalla materia ricchissima di cui sono riempiti i suoi versi, ma è anzitutto una modalità del sentire, un angolo d’incidenza neurale che si configura nei termini della visività. Non solo la “fede ottica”[1] per cui il mondo si dà nello sguardo, ma l’evidenza tattile per cui lo sguardo è del mondo, è cosa che in esso si svolge. Questa visività riconfigura la poesia come arte visiva. Non più pittura cieca, secondo il motto di Leonardo, la poesia di Benedetti si implementa, attraverso il repertorio di tecniche dell’arte visiva, come interfaccia percettiva. Il rapporto con l’arte contemporanea non si risolve quindi nella citazione – che pure abbonda in Benedetti – del quadro, della scultura, della fotografia. Continua a leggere “Visività. Per Mario Benedetti”

Il cielo è freddo, il cielo non è freddo

Marco Giovenale

La casa editrice Empiria pubblica, per cura di Sara Zanghì, un’antologia di autrici intitolata Fuori dal cielo (Roma 2006, pp.112, euro 12). Vi sono raccolte le poesie di Maria Grazia Calandrone, Laura Cingolani, Florinda Fusco, Laura Pugno, Veronica Raimo, Lidia Riviello e Sara Ventroni. I nomi sono assolutamente e giustamente noti ai lettori attenti, ma questo libro costituisce davvero una scansione e sinossi utile dei registri e temi e percorsi delle voci.

La diversità tra loro è forte, è percettibile; e allo stesso tempo si avverte una tensione spiccata – davvero in tutte le sette scritture – verso fisicità e segno materico, o meglio verso le gerarchie e antigerarchie e gli shock e ferite del soma, della parola interdetta e interrotta dove è il corpo a essere offeso, convocato, interpellato.

Corporeità e quasi ‘gestione’ oggettuale della vita biologica non da ieri brillano nei testi della poesia contemporanea, specie italiana. Del tutto pertinenti, a questo proposito, le osservazioni di Andrea Cortellessa in margine ai racconti di Laura Pugno; o a proposito della scrittura  di Elisa Biagini (in Parola plurale, Sossella, 2005), in tema di condizione post-umana, e di (percezione del) corpo come accumulo incongruo di elementi irrelati, frammenti di input negativi, sofferenza. Non a caso durante RomaPoesia 2005 era sembrato del tutto opportuno parlare di una declinazione o inclinazione “fredda” della poesia contemporanea (presente in pratica quasi tutte le scrittrici fin qui nominate). Continua a leggere “Il cielo è freddo, il cielo non è freddo”