Tag: Massimo Gezzi

Massimo Gezzi, Il numero dei vivi

di Nadia Agustoni

Composto da testi scritti tra il 2009 e il 2014, come dice in nota lo stesso autore, Il numero dei vivi (Donzelli 2015) è un libro meditato, in cui i tratti discorsivi e il monologo interiore raggiungono un equilibrio perfetto. La parola stessa non piacerebbe credo a Massimo Gezzi che sembra volerci dire, tra le altre cose, l’impossibilità e l’inutilità della perfezione.

Nelle sue pagine incontriamo un’umanità un po’ spersa e a volte dolente e vi è una costante tensione a raccontare quell’essere nel numero dei vivi che impegna a un confronto: tra l’esistere subito per noi stessi, facendo i conti con la realtà e il saper accogliere gli altri, anche nella loro incapacità di vivere.  Continua a leggere “Massimo Gezzi, Il numero dei vivi”

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Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso. Continua a leggere “Le poesie italiane di questi anni”

Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Franco Fortini, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Massimo Gezzi, Italo Testa)

Maria Borio

1. Il rapporto tra la poesia italiana contemporanea e la comunicazione etica indica un percorso in cui, a partire dalla seconda metà del Novecento, la poesia ha mostrato una consapevolezza altalenante del proprio ruolo storico e della fiducia nella propria funzione lirica, soprattutto dagli anni Settanta quando, anche per il progressivo affievolirsi delle ideologie, i contenuti soggettivistici hanno iniziato ad essere predominanti. In particolare, con l’uscita di Satura di Montale, con gli epigoni della Neoavanguardia e con l’emergere dell’estetica postmoderna, il rapporto tra l’io e la profondità storica è stato generalmente, per alcuni anni, livellato su uno stato di psicologismo e di corporalismo esibiti. Non si vuole, tuttavia, affrontare il tema della comunicazione etica come riflusso di una logica idealistica che potrebbe far pensare una storia della letteratura impostata secondo il modello di De Sanctis, caratteristico della tradizione italiana, i cui cardini sono costituiti proprio dalla portata etica delle opere. La mia analisi intende, piuttosto, far uso della comunicazione etica come strumento induttivo per individuare i legami tra l’estetica della lirica e la storia, tra la poesia e i contenuti che non riguardino esclusivamente la sfera del soggetto, ma senza voler imporre giudizi di valore discriminanti e settari. Continua a leggere “Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Franco Fortini, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Massimo Gezzi, Italo Testa)”

Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea

Jacopo Grosser

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive: Continua a leggere “Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea”

Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso.

Per la ricchezza di esperienze, questo primo segmento del secolo può essere paragonato al periodo fra il 1911 e il 1925, quando compaiono le prime opere dei poeti nati negli anni Ottanta dell’Ottocento (i Colloqui nel 1911, i Frammenti lirici nel 1913, i Canti Orfici e Pianissimo nel 1914, Il porto sepolto e L’Allegria fra il 1916 e il 1919, il primo Canzoniere nel 1921, Ossi di seppia nel 1925), oppure al quindicennio 1956-1971, quando escono alcune delle opere più importanti di Bertolucci, Caproni, Fortini, Giudici, Luzi, Montale, Pagliarani, Pasolini, Raboni, Rosselli, Sanguineti, Sereni, Zanzotto. Per la poesia italiana, dunque, il primo quindicennio del Ventunesimo secolo è un periodo particolarmente vivace. Ma di cosa parlano i libri di poesia degli anni Zero? Quali modelli hanno? Che immagini dell’uomo trasmettono?

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Semprevivi, di Adelelmo Ruggieri (peQuod 2009)

Franca Mancinelli

Semprevivi sono fiori che non hanno bisogno di acqua e di cure e per questo spesso vengono posti accanto alle lapidi. Adelelmo Ruggieri intitola così il suo terzo libro di versi (Semprevivi, peQuod, 2009) riprendendo il titolo di un poemetto in tre parti dedicato proprio alla visita del camposanto e al sentimento che lo guida ad occuparsi dei morti, adempiendo piccoli e semplici gesti. La poesia è per lui un “atto di parola” (questo il titolo della prima parte del libro), un mantenersi fedeli alla vita, alla responsabilità di proteggerla con la propria attenzione, la propria presenza. I suoi versi vorrebbero dunque essere fiori freschi, un dono ripetuto contro il corrompersi, un rito che sospende l’azione del tempo. Continua a leggere “Semprevivi, di Adelelmo Ruggieri (peQuod 2009)”

Recensione a "Il professor Fumagalli e altre figure" di Giampiero Neri

Massimo Gezzi

Prima di Il professor Fumagalli e altre figure (Mondadori, € 16), Giampiero Neri – che ha appena ricevuto il Premio Tirinnanzi alla carriera – aveva pubblicato una raccolta intitolata Paesaggi inospiti (2009). I due titoli suggeriscono perfettamente le due sfere di realtà che la scrittura a doppio fondo di questo poeta essenziale e misurato sonda da sempre: di qua il Teatro naturale (altro titolo di un libro del 1998), con le sue forme animali e vegetali allo stesso tempo quiete ed enigmatiche, affascinanti e altre; di là le figure umane tenacemente impresse nella memoria, con il loro alone insieme familiare e perturbante che continua a pulsare e a significare nel presente. Le prose-poesie che Neri raccoglie in queste pagine (per lo più inedite, in qualche caso provenienti da un altro esperimento in prosa pubblicato nel 2005 da Lietocolle sotto il titolo di La serie di fatti) somigliano molto al suo protagonista: “L’andatura del professor Fumagalli era piuttosto eccentrica, forse dovuta a un remoto incidente di gioco. Fumagalli era un uomo singolare”. Con andatura analogamente eccentrica, il libro di Neri si compone per lo più di brani in prosa articolati in paragrafi ‘sintattici’ che raccontano di personaggi insoliti, arguti, talvolta enigmatici, quasi sempre scomparsi e dunque tenuti in vita dalle pagine dell’autore. Al professor Fumagalli, oratore da bar dalla battuta brillante, si affiancano figure di scrittori e artisti amati: primo fra tutti il fratello di Neri, il romanziere Giuseppe Pontiggia, di cui il poeta fu primo lettore e critico; poi l’architetto Terragni, amico del padre; il poeta maceratese Remo Pagnanelli, suicida nel 1987, cui sono dedicate due delle pagine più belle del libro; o ancora il pittore Vaglieri o il poeta Gentilucci. Tutti questi personaggi, però, interessano non tanto per la loro dimensione intellettuale o artistica, quanto per un gesto, una frase, un silenzio improvviso che Neri cattura e interroga, e che non si differenziano da quelli analoghi di uno zio negoziante di vini, un cugino, un amico d’infanzia. Verrebbero in mente certe pagine di Tozzi (di Bestie, per esempio), non fosse che Neri preserva le sue ri-apparizioni da qualsiasi deformazione allucinata: il tic nervoso del giocatore argentino Oscar Massei, protagonista di uno dei testi, o il signorile distacco del tennista Courier, che nella pausa tra un game e l’altro si immerge in un libro, richiamano di più, semmai, certi curiosi personaggi delle prose di Montale, ricordate per altro con ammirazione in una pagina del libro. Continua a leggere “Recensione a "Il professor Fumagalli e altre figure" di Giampiero Neri”

Recensione a "Corpo stellare" (2010) di Fabio Pusterla

Massimo Gezzi

«La nuova raccolta di una delle voci più amate della poesia contemporanea affonda nelle sue radici e spicca il volo», recita la quarta di copertina del sesto libro organico di Fabio Pusterla (1957). E certamente la dialettica alto-basso, o meglio volo-caduta, funge da asse insieme tematico e strutturale attorno a cui cresce questo Corpo stellare (Marcos y Marcos 2010), che già dal titolo rivela il suo profondo motivo d’essere: quello di costituirsi, cioè, come libro interamente «tragico» (Raffaeli), stratificato, capace di tessere complesse relazioni tra dimensioni opposte del reale. Il titolo ricorda limpidamente quello dell’ultima e notevolissima raccolta di Vittorio Sereni (Stella variabile, 1981), uno dei sicuri maestri di Pusterla, così come uno dei versi più celebri di quel libro («Guidami tu, stella variabile, fin che puoi») è alluso da un distico di Abbozzo degli aerei e delle ali, una delle poesie più belle di Corpo stellare: «Un’altra stella, / dunque, che adesso ci chiama e ci guida?». Ma la stella di Pusterla è, appunto, anche un corpo, e il “tu” a cui egli si rivolge nella poesia eponima si incarna di volta in volta in una parola, in un «vento / di foglie e primavere» e nella «voce del cervo / vivo e ferito a morte». Come dire che questa poesia, arrivata all’apice – io credo – della sua maturità, si incarica di significare insieme la dimensione terrestre, problematica e imperfetta dell’essere umani (o semplicemente dell’esistere), e lo slancio, di natura quasi utopica, che a essa si accompagna, e che l’explicit dell’ultima poesia definisce con tre termini rischiosissimi ma in fondo necessari: «ancora un po’ di memoria, / ancora un po’ di speranza, di amore». Continua a leggere “Recensione a "Corpo stellare" (2010) di Fabio Pusterla”

La sagomatura di una nuvola. L'ekphrasis cognitiva di Franco Buffoni

Italo Testa

Muovendosi tra le polarità della descrizione e del racconto, Franco Buffoni ha da sempre praticato dall’interno della poesia l’ekphrasis, quella particolare tecnica, e figura retorica, attraverso cui un’arte rinvia internamente a un’altra, illuminandone dettagli altrimenti nascosti.

In Roma (Guanda, 2009) l’ekphrasis forniva i materiali da costruzione di moltissimi versi, con la descrizione di graffiti rupestri, tele, sculture, architetture, di un ricco campionario di oggetti di arti ‘minori’ (arazzi, vasellami, arte sacra e funeraria…), e quindi con quadri narrativi in cui prendevano corpo pittori del passato (tra gli altri Michelangelo, Pinturicchio, Leonardo e il Salaino, Giovanni Serodine e alcuni ‘minori’ del seicento lombardo).

Ma l’ekphrasis era anche il principio strutturale del libro, organizzando l’impianto delle dieci sezioni attraverso cui questa galleria romana prendeva forma. Fino a comporsi come un vero e proprio poema ecfrastico.

Non si trattava però di una questione meramente formale e di tecnica compositiva, ma di un principio di organizzazione dell’esperienza, perfettamente colto da questi versi: “Nei momenti in cui Roma ti vivo / Come una gran quadreria / Qui a veder nascere la critica d’arte / L’accademia, il museo”.

L’ekphrasis in Buffoni travalica dunque la polarità retorica della descrizione e del racconto. Essa non solo amplia la percezione estetica ma rifigura ed espande l’esperienza. Rivelando la trama temporale della città, l’esposizione ecfrastica dischiude un rapporto con il tempo vissuto (“come se i quadri sfumassero nella realtà, e la realtà nei quadri”, scrive l’autore nelle note al testo). Continua a leggere “La sagomatura di una nuvola. L'ekphrasis cognitiva di Franco Buffoni”

Recensione a Guido Mazzoni, "I mondi" (Donzelli 2010)

Massimo Gezzi

Conosciuto finora soprattutto come critico e teorico della letteratura (Forma e solitudine, Marcos y Marcos 2002; Sulla poesia moderna, il Mulino 2005), Guido Mazzoni dà conto, con questo suo primo libro, di una ricerca decennale di cui solo alcune riviste e il Terzo quaderno italiano curato da Franco Buffoni (Guerini 1992) serbavano le tracce. Valeva la pena di aspettare: I mondi rappresenta infatti uno degli esordi più notevoli e perentori degli ultimi dieci anni di poesia.

La poesia di Mazzoni è piuttosto anomala: ragiona in modo lucidissimo, talvolta persino dichiarando il proprio contenuto di verità, senza concedere risarcimenti estetici al lettore (al contrario, per esempio, del grande archetipo leopardiano); si innesta su una linea e una poetica, quelle del classicismo moderno studiato a fondo dall’autore, cancellandone però tutte le prospettive di salvezza (la metafisica montaliana; il sollievo e «la gioia» di Sereni; le allegorie a sfondo palingenetico di Fortini); accetta lo stato delle cose sia in termini storici che letterari, adottando il genere della lirica ma svuotandolo dal di dentro della sua ragion d’essere. Illuminare meglio quest’ultimo punto significherà rendere conto del libro. Continua a leggere “Recensione a Guido Mazzoni, "I mondi" (Donzelli 2010)”

Recensione a Massimo Gezzi, "L'attimo dopo" (Sossella, 2009)

Niccolò Scaffai

Talvolta chi vive in due luoghi, o chi per lavoro si divide tra due paesi non si abitua del tutto né all’uno né all’altro, cosicché anche i gesti e gli oggetti familiari richiedono una continua riscoperta, una reinvenzione che ne fissi la consistenza e la successione, fino al viaggio successivo. Il nuovo, notevole libro di poesie di Massimo Gezzi, già autore di Il mare a destra (2004), mette appunto in luce la situazione dislocata di un soggetto per il quale l’hic e il nunc non sono dimensioni di effettiva presenza, ma fulcri teorici di un’esistenza centrifuga. Il titolo della raccolta e della sua prima parte, L’attimo dopo, così come quello della quinta e ultima sezione, Poco prima, sono in tal senso rivelatori. Continua a leggere “Recensione a Massimo Gezzi, "L'attimo dopo" (Sossella, 2009)”

Recensione a "Materiali di un'identità" di Mario Benedetti (Transeuropa 2010)

di Massimo Gezzi

«L’esperienza è la messa in questione (alla prova), nella febbre e nell’angoscia, di ciò che un uomo sa del fatto di essere». Così scriveva Georges Bataille nelle prime pagine dell’Esperienza interiore (1943) e così, semplificando un po’, potremmo definire questi Materiali di un’identità di Mario Benedetti (Transeuropa 2010), libro spurio e composito che segue l’enigmatico Pitture nere su carta del 2008. Partendo dal pensiero di Bataille e dell’amato Michelstaedter, nonché dai versi e dalle esperienze umane e tragiche di Apollinaire, Rilke, Celan, Salvia, Benedetti compone in queste pagine un mosaico di riflessioni, versi inediti, prose o materiali ibridi come l’intervista, disponendoli in una forma al contempo conchiusa e inafferrabile, in un progetto che nega se stesso nel momento in cui si realizza. Lo sfondo teorico da cui emerge questo libro è da una parte, dunque, il concetto di dépense di Bataille (l’erotismo e la poesia – e per Benedetti tutti i Materiali che compongono questa opera – come sacrificio di sé o della parola nel dispendio improduttivo); dall’altra la «pretesa dell’assoluto» di Michaelstaedter che conduce alla persuasione, distruggendo le illusioni della rettorica, prima fra tutte l’«illusione della persuasione». Continua a leggere “Recensione a "Materiali di un'identità" di Mario Benedetti (Transeuropa 2010)”

Visività. Per Mario Benedetti

Italo Testa

Interfacce percettive. Umana Gloria (Mondadori 2004) e Pitture nere su Carta (Mondadori 2008) segnano due crocevia della scrittura poetica di Mario Benedetti, e si presentano come potenti e compatti oggetti espressivi, dotati di rara energia e di una potente capacità di risonanza, di radianza. Non c’è forse miglior modo di introdurre questa poesia che un verso di un sonetto – Sur sa fièvre – di Jean de Sponde, poeta francese del secondo cinquecento che Benedetti ostende in  un distico del capitolo VIII di Pitture nere su carte: “J’ai cent peintres dans ce cerveau”. Ut pictura poesis: in Benedetti non è questione di un luogo retorico, né della ripresa di un’analogia estrinseca. Si tratta piuttosto di un innervamento del topos, di una sua cerebralizzazione.  La pittura come modalità percettiva, modo di fare contatto col mondo. L’altissimo tasso figurale della poesia di Mario Benedetti non dipende solo dalla materia ricchissima di cui sono riempiti i suoi versi, ma è anzitutto una modalità del sentire, un angolo d’incidenza neurale che si configura nei termini della visività. Non solo la “fede ottica”[1] per cui il mondo si dà nello sguardo, ma l’evidenza tattile per cui lo sguardo è del mondo, è cosa che in esso si svolge. Questa visività riconfigura la poesia come arte visiva. Non più pittura cieca, secondo il motto di Leonardo, la poesia di Benedetti si implementa, attraverso il repertorio di tecniche dell’arte visiva, come interfaccia percettiva. Il rapporto con l’arte contemporanea non si risolve quindi nella citazione – che pure abbonda in Benedetti – del quadro, della scultura, della fotografia. Continua a leggere “Visività. Per Mario Benedetti”

Recensione a "Voi" di Umberto Fiori (Mondadori, 2009)

Massimo Gezzi

Il poeta che più ha condizionato la poesia lirica degli ultimi settecento anni, Francesco Petrarca, scelse di iniziare il suo canzoniere con un pronome che è anche un vocativo assoluto. Non “io” o “tu”, però, ma «Voi ch’ascoltate»: così l’io lirico si distingue immediatamente dal suo immaginario uditorio, che sarà spettatore e giudice del suo «giovenile errore». Non è che Petrarca c’entri poi tanto, con l’ultima raccolta di Umberto Fiori, intitolata proprio Voi (Mondadori, € 14). Eppure la trovata dell’ex-cantante degli Stormy Six in qualche modo nasce anche come dialogo con una tradizione e un genere che da quelle parti trovano le loro robuste e longeve radici. Il libro di Fiori si configura come un poemetto insieme coerente e imprevedibile (un canzoniere?), in cui dialogano (o monologano) due personaggi, o meglio due persone, ovvero un “io” e un “voi” che si escludono ma anche si fondano a vicenda: «Senza di voi, / io sarebbe una spinta vuota nel vuoto», scrive Fiori; oppure: «Voi siete tutti. // Meno uno, è vero». Continua a leggere “Recensione a "Voi" di Umberto Fiori (Mondadori, 2009)”