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Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)”

Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Fabio Zinelli

Vincitore del premio intitolato a Piero Ciampi, uno che tutta la strada della canzone italiana se l’è fatta a piedi, Italo Testa dimostra, una volta di più, un’attenzione quasi scientifica nel legare un progetto a un’idea precisa della forma da adottare. Qui, il progresso dei misteriosi camminatori è calato nel ‘format’ dei versi corti, insomma pedes rapidi, come una camminata di fretta, tendenzialmente precisa, a volte resa scazonte dall’ imprevidibilità di queste macchine camminatrici – «si voltano / di scatto a un tratto / ti guardano / gli occhi grigi / campeggiano / poi scartano di lato», «ho provato a parlargli / si bloccano / all’istante sul posto / non sembrano / sentirti o non rispondono» – il cui fantastico antenato era il provinciale Campana di «Il mio passo nella notte / batte botte» (ma lì era per l’alcool). Si noti, nei versi citati, come il tracciato linguistico sia sostenuto e sincopato dall’impiego di varie parole sdrucciole (su cui l’opportuna digressione di Maccari), soprattutto verbi. Il flaneur di Baudelaire poteva procedere nella grande Parigi per passi larghi guidati dal verso lungo dell’alessandrino, anche gli inciampi servivano a produrre poesia. Nell’universo urbano di Testa, i camminatori si muovono a Berlino, Parigi, Venezia, Marsiglia che, come esprimono bene le fotografie in negativo di Riccardo Bargellini, una per testo, non sono però considerate nella loro essenza storica di città enciclopediche ma come piste e binari dove si muovono i camminatori: «e puntano / sempre in avanti / come aghi orientati / misurano / magnetici le strade». Automi su rotaie, ma anche comparse di un mondo parallelo (al modo un po’ naïf del poema dei lunatici di Cavazzoni/Fellini), forse in attesa di un segnale regolatore: «i tratti duri / si tendono / pronti a scattare / a un ordine / un cenno convenuto / se aspettano / qualcuno un segnale / un codice / per ripartire / se pensano / sempre a qualcosa / o fingono». I camminatori non sono il nostro doppio. Forse, ci si può chiedere (come fa Maccari) se«i camminatori con la loro armatura di insensibilità chiedono una reazione umanistica». Sono certamente corpi ‘senza organi’, così che la reazione, con Deleuze-Guattari, dovrà essere ‘rizomatica’, multipla, piuttosto che genealogica. Certo, a differenza di quelle ‘macchine desideranti’ che ancora speriamo di essere, le ‘macchine camminanti’ non sono soggetti libertari, sono condizionati non sappiamo esattamente da cosa o da chi. Però quello che è in gioco è in effetti la risposta (la reazione) del soggetto, si presume a sua volta camminante, che li osserva, la sua capacità di percepire un’eventuale minaccia: «ho provato a guardarli / fissandoli / parandomi di fronte / strabuzzano / meccanici gli occhi / si scansano / come di fronte / a un ostacolo / un muro imprevisto / aggiustano / la loro traiettoria / ti affiancano / senza mai dire nulla / e rigidi / in linea retta / ti passano». Ma i camminatori non sembrano pericolosi, sono sfuggenti, come il linguaggio, di cui riproducono, misteriosamente, l’atto fondamentale e sintagmatico del movimento in uno spazio. È il lavoro del poeta-camminatore di esaminare e repertoriare tracciati che non coincidono mai.

Fabio Zinelli

[già apparso in “Semicerchio”, 50, 2014, 1]

Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)

Gianluca D’Andrea

Ancora non era morto.

Ma già aveva accesa in mente

la cecità del veggente

G. Caproni

 

I 19 testi di quest’unico poemetto che è I camminatori valgono innanzitutto come risposta audace in termini di possibilità tecniche della parola poetica in tempi di ibridazione prosaica e mescolanza dei generi. Le scelte di Italo Testa, infatti, sembrano convertire le «impurità» dell’anti-stile di marca tardo-novecentesca (questo è uno dei motivi che permettono, in epigrafe, l’inserimento di alcuni versi del Caproni postumo) in una nuova ricerca di funzione per quelle accortezze retoriche (e quindi stilistiche), riconducibili soprattutto all’aspetto ritmico e sonoro. Per questo, pur sapendo di correre un bel rischio, mi accingo a definire l’ultimo lavoro di Testa come un’operazione neo-melica, perché riesce a riconsiderare l’elemento primigenio del linguaggio, il canto, alla base dell’espressione poetica. Certo, la musica de I camminatori è litanica, sia in senso stretto, religioso (e l’ultimo componimento della raccolta, agendo da monito per il lettore, sembra confermarlo, ma lo vedremo in seguito), agendo da invocazione all’attenzione per le presenze fantasmatiche, senza nome e tratti, di questi attori urbani – eppure così concreti, infatti «abbattono/ le protezioni/ scavalcano/ i cancelli le reti/ e entrano/ dentro i cantieri» (p. 28, vv. 8-13) –, sia in senso figurato: la serie di componimenti tratta ininterrottamente di questi camminatori, cantandone ipnoticamente le gesta (il movimento ipnotico, realizzato attraverso l’utilizzo delle sdrucciole e del ritmo ternario, è stato ottimamente compreso da Paolo Maccari nella nota finale), i gesti, di questi piccoli eroi in nuce, e per questo ancora indefiniti, che si stagliano dal niente, dalla più grigia e comune dis-identificazione. Continua a leggere “Nuovi inizi: su "I camminatori" di Italo Testa (Valigie Rosse, Livorno 2013)”

Recensione a Paolo Maccari, "Fuoco amico", Passigli 2009

Niccolò Scaffai

«Fuoco amico» è un tragico ossimoro. La raffica che parte dalle file degli ‘amici’ può essere la clamorosa manifestazione di un tradimento, di una distonia: due termini che ben definiscono la condizione esistenziale del personaggio che dice «io» nel libro di Paolo Maccari. Un libro maturo, coeso nei temi ed equilibrato nella forma, che esce dieci anni dopo la prima raccolta (Ospiti).

Nella finzione narrativa che aggrega i versi della prima sezione, L’ultima voce, il personaggio è sopravvissuto a un eccidio solo per essere «tenuto sotto osservazione». Strettamente riservato, la prosa introduttiva in forma di dispaccio, dà appunto notizia della cattura e prescrive la modalità della reclusione senza precisarne i motivi. Saremmo dalle parti del montaliano Sogno del prigioniero, o di un kafkiano processo, se non fosse che i temi sono già interamente maccariani: l’esclusione da un consesso ostile, la stessa gioventù come causa o pretesto di quell’esclusione, la differenza rispetto al «secolo ordinato» voluto dai persecutori. Continua a leggere “Recensione a Paolo Maccari, "Fuoco amico", Passigli 2009”

Nota a Andrea Inglese, “Commiato da Andromeda” (Valigie Rosse, Livorno 2011)

Paolo Maccari

 

Presentiamo una versione più estesa della postfazione scritta da Paolo Maccari per Commiato da Andromeda, volumetto di Andrea Inglese pubblicato dalla casa editrice di Livorno Valigie Rosse in occasione del Premio Ciampi 2011 per la poesia italiana.

 

Commiato da Andromeda è l’anticipazione di un libro più ampio a cui Andrea Inglese sta lavorando da tempo e che, ci informa, avrà al centro la città di Parigi. Già questo intenso capitolo tuttavia espone una tenuta autonoma e conclusa che permette di fruirne, in attesa dell’opera completa, come di una felice ouverture.

Per chi coltiva la rassicurante abitudine di chiudere in una definizione il testo che ha letto, le pagine del Commiato daranno qualche grattacapo: non si tratta di un romanzo, neppure se tentiamo di specificare con un aggettivo il suo statuto (autobiografico, lirico, di memoria ecc…), non di una serie di racconti, né di racconti alternati a poesie, né di prose liriche, né di poesie stese in prosa. Deludente anche la definizione di prosimetro, che addita una categoria esterna, puramente tipologica. Da parte mia, proporrei per una volta l’astensione definitoria e categoriale. L’efficace sperimentazione di Inglese, in questo frangente, prima ancora che il dialogo con una tradizione o un apparato retorico offre del passato, e del presente che lo osserva, una figura appropriata e smarginata di monito, un’esperienza che proviene da una toccante coscienza biografica e che torna a farsi, aumentata, coscienza biografica, e letteraria, e sociale. Tutto si tiene proprio perché tutto mostra la corda e si allenta in un pulviscolo di manchevolezze che l’autore registra con una passione accuratamente dissimulata. Continua a leggere “Nota a Andrea Inglese, “Commiato da Andromeda” (Valigie Rosse, Livorno 2011)”