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Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea

Jacopo Grosser

Una delle tematiche più frequentate dalla poesia del secondo Novecento, e degli ultimi trent’anni in particolare, è senz’altro quella della ‘relazionalità’ della poesia stessa, ovvero la problematizzazione della sua capacità di riattivare un circuito di senso, di comunicazione; in reazione alla marginalità della poesia nel sistema artistico e mediale contemporaneo, spesso e variamente è stata tematizzata la speranza (la tensione, talora strenua) di contrastare la percepita usura del codice poetico e di ripristinare un’efficacia intersoggettiva, vedendo dunque ristabilite le sue potenzialità – appunto – relazionali. Le ragioni di questa esigenza, che – va detto – è innanzi tutto una dichiarazione di assenza di relazionalità e di conseguente mancanza di presa sul reale da parte della parola poetica, sono state lucidamente indagate e messe a punto dallo studio di Guido Mazzoni Sulla poesia moderna, attorno al quale è nata una stimolante e fertile discussione proprio sulle pagine virtuali di questa rivista(1). Esemplificando, e senz’altro semplificando brutalmente, alcuni dei passaggi di quel lavoro e delle sue ultime sezioni in particolare, annoto qui solo la ricorrenza di formule come “l’estinzione della personalità” (T.S. Eliot); oppure, ancora, attraverso la celebre riflessione di Friedrich (che a sua volta riutilizzava categorie elaborate da Ortega y Gasset a proposito del romanzo moderno), termini come “disumanizzazione” e “spersonalizzazione” portano il critico tedesco alla diagnosi per cui “la lirica moderna elimina non soltanto la persona privata, ma anche la normale umanità”, nell’ottica di una “neutralità sovrapersonale”. Mazzoni poi scrive: Continua a leggere “Di alcune 'poetiche relazionali' nella poesia Italiana contemporanea”

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Postfazione a "Quasi tutti", di Marco Giovenale (Polimata, 2010)

Paolo Zublena

P.Zublena_ Postfazione a QUASI TUTTI (di M.Giovenale) by Punto critico

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Alcuni appunti introduttivi alla serata di presentazione milanese – con interventi critici di Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena – de "i camminatori" di Italo Testa (18 dicembre 2013)

di Alessandro Broggi

Buona sera a tutti, ho il piacere di introdurre questa sera alla presentazione de “i camminatori”, raccolta di poesia vincitrice del Premio Ciampi Valigie Rosse 2013. Il libro è corredato da alcune fotografie in bianco e nero di Riccardo Bargellini e da una nota di Paolo Maccari, coordinatore del premio letterario nonché a sua volta poeta. Dal volume è stato anche tratto un video (visibile sui siti web Doppio zero e Le parole e le cose), che accosta la lettura dei testi da parte dell’autore ad alcuni scatti dell’artista Margherita Labbe.

Da un punto di vista generale, rispetto ai lavori precedenti di Testa questo libro mi pare un passo ulteriore in direzione, per così dire, della de-liricizzazione del testo, ma al contempo anche del rafforzamento della dimensione poematica, macrotestuale, qui stringente.

“i camminatori”, mi sembra, sorprende immediatamente per la sua trasparenza progettuale, presentando – per così dire – un perfetto rispecchiamento tra la ricorsività ritmica di una metrica molto originale, costruita (di cui meglio di me potranno dire i critici che mi succederanno questa sera), e – proprio letteralmente – il ritmo del passo, implacabilmente sfuggente e quasi meccanico dei comminatori.

Da cui discenderebbe la difficoltà di rapportarsi con loro da parte dell’io poetico, che nonostante ciò – o forse proprio per questo – tenta ripetutamente un approccio, e continua ossessivamente a monitorarli (ciascuna poesia non è che il regesto di un successivo avvistamento, e/o di un mancato contatto).

Direi anzi che, più che la rappresentazione dei camminatori, tutto il libro non è in fondo altro che il resoconto di una modalità dello sguardo, più inquieta e ossessiva del loro stesso camminare; che il tema del libro è lo sguardo del poeta che osserva, immagina e quindi “individua” i camminatori come tali, che li produce quasi – in forma pseudo-paranoica – con tutto il loro spietato, fantasmatico carattere di monocorde mistero.

Lo sguardo del poeta creerebbe insomma dei propri feticci, sfuggenti e inafferrabili, con cui autocondannare allo smacco il proprio essere soggetto lirico, che, infatti – proprio ontologicamente –, non può “afferrarli” (gli è al massimo consentito di riprodurne metricamente le movenze, come in una danza modulare richiusa su se stessa), e proprio in forza di ciò è ossessionato, e indubbiamente attratto, dal loro tremendo modello di allegorica alterità, e insieme di inumana, astratta perfezione alienata.

Questo punto mi sembra segnare una rottura rispetto ai libri precedenti di Italo Testa, in cui erano ancora molto presenti, se pur spesso in modo problematico, gli elementi della corporeità/fisicità e della relazione.

Ancora rispetto ai lavori precedenti del poeta, da un punto di vista dell’ambientazione, il paesaggio, lo spazio urbano, per lo più interstiziale, quasi tipizzato e presente solo in funzione degli attanti (i camminatori e lo sguardo che li dice/produce), è psicogeograficamente prevalente. Questo carattere dominante di astrattezza metropolitana incide anche su un piano metaforico: la simbologia complessiva, evidente anche in altri lavori di Italo e spesso legata ad elementi naturali – penso alla pianta dell’ailanto di un altro suo celebre testo – se pur qui fondativa (e onnipresente), nella figura dei camminatori finisce per risultare sospesa, fertilmente aperta.

Da ultimo, dal punto di vista degli strumenti, dispositivo metrico a parte, mi è sembrato di notare –  e apprezzare – una somiglianza con alcuni dispositivi del primo Porta, quanto a incardinamento del testo su un’insistita predicazione verbale; per la poematicità, e per stilemi legati a una certa opacità referenziale, non mi sembra invece troppo fuori luogo portare l’esempio di certo ultimo Caproni.

Ma, meglio di quanto possa fare io, di queste cose e della loro lettura della raccolta parleranno con l’autore i nostri ospiti di questa serata: Biagio Cepollaro, Paolo Giovannetti e Paolo Zublena.

“Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico

Gian Luca Picconi

Le coordinate estreme della riflessione poetica di Mesa e, di conseguenza, della sua prassi artistica sono state fissate da Mesa stesso nelle righe che seguono: «ci si imbatte in una questione cruciale della letteratura occidentale: il conflitto tra volontà-desiderio di autoannullamento, o di scomparsa, o di socializzazione della creatività – di “morte dell’arte”, per così dire “guidata” […] o di implicita vocazione al “monumento”, per antonomasia statuario e statuale»(1). Poco oltre: «se nell’abbandono dell’arte (reale, non “poetizzato”, non “estetizzato”) si annida un demone teleologico, nell’accettazione del “continuare a dire” può sempre insinuarsi – ed è forse inevitabile – la sindrome (tipica soprattutto del poeta, il produttore letterario più emarginato dal mercato) da ambizione […] al monumento»(2).

Proprio all’interno di questa dialettica (senza soluzione) tra volontà di autoannullamento e vocazione al monumento si muove dunque l’intera opera dell’autore, sia nel suo complesso, sia nei suoi singoli episodi. L’opera di Mesa, e in particolare l’opera poetica(3), costituita da una serie di fondamentali “libri di poesia”(4), incorpora così sia la coscienza dell’impossibilità di un’assoluta compiutezza, sia una determinazione alla perfezione e alla compiutezza “monumentale” (detto in altri termini, a una perfetta chiusura formale). Da subito questa scissione è inquadrata da Mesa entro i confini della categoria, storica al massimo grado, di “letteratura occidentale”: così da dimostrare come una simile problematica non sia un universale ma riguardi una particolare episteme storicamente determinata, la stessa che ospita le riflessioni di Mesa. E proprio questa paradossale autoinclusione (in una sorta di prigione fatta a forma di mise-en-abyme) è la principale causa di una simile dialettica tra compiutezza e incompiutezza. È una dialettica tragica: la letteratura cui si riferisce Mesa ha senz’altro il suo culmine cronologico nell’epoca del modernismo, in cui anche Mesa problematicamente sente di situarsi; e gli autori che più volte ha indicato come canonici per il suo modernismo sono tragici, come Celan, o annullano la distinzione tra comico e tragico facendo in modo che il tragico sussuma il comico (Beckett)(5). Continua a leggere ““Non vorrà venirmi a dire che Tiresia è Lei?”. Tiresia, narratività e tragico”

Politiche del sentirsi in vita: “Tecniche di basso livello” di Gherardo Bortolotti

Paolo Zublena

C’è la rappresentazione dell’infra-ordinario al centro di Tecniche di basso livello (Lavieri, Caserta 2009) di Gherardo Bortolotti, senza dubbio uno degli oggetti letterari – tra quelli dell’ultimo decennio – destinati a suscitare un interesse più duraturo per novità sostanziale e capacità di mettere in figure il proprio tempo. Ma non si pensi di trovare in questa raccolta di brevi prose numerate in modo non progressivo – impaginate a coppie binarie – un’antropologia o una fenomenologia dell’infra-ordinario, e nemmeno un’ontologia del quotidiano: semmai una politica del sensibile.

Di una condizione politica generazionale si parla anche al livello tematico più esteriore. Ma questa rassegna dell’evenemenziale non è rappresentata – come è avvenuto in tanta letteratura recente – come una fenomenologia dell’esperienza sensibile, e prima di tutto della corporalità: bensì viene descritta nei termini di una ratio che è già ideologica: «197. Ci riunivamo di frequente attorno ai concetti di “sabato sera”, di “locale alla moda”, e ci spiegavamo gli eventi della vita sulla base di tradizioni narrative di genere, ereditate dalla programmazione televisiva, dai dipendenti delle agenzie pubblicitarie. Davamo ascolto a chi amavamo, cercavamo di capire l’altro lato delle cose, ci inoltravamo sempre più a fondo in un esterno che non aveva fine, che non potevamo consumare né con lo sguardo né con le parole» (p. 28). A essere rappresentata è appunto una politica della percezione e dell’interpretazione del reale, quindi della costruzione del discorso ideologico: «73. Mentre, al di sopra delle nostre interpretazioni incongruenti, alcune questioni economiche di larga scala rimanevano ignote alle masse, uscivamo in serate infrasettimanali, trovandoci tra amici a fare qualche punto della situazione, a collaborare nella stesura di una qualche morale. Era usuale che le nostre conversazioni si perdessero in regioni di frasi generiche, schemi ipotetici, espressioni approssimative dello stato delle cose e ripiegassero, dopo una breve pausa, verso ricordi condivisi, citazioni televisive, giudizi di gusto sulle ultime proposte dell’industria musicale e cinematografica» (p. 29). Continua a leggere “Politiche del sentirsi in vita: “Tecniche di basso livello” di Gherardo Bortolotti”

L'ultimo dei modernisti

Paolo Zublena 

Con Giuliano Mesa se ne è andato forse l’ultimo dei modernisti. E – intendiamoci – non si vuol dire “l’ultimo” secondo la vulgata di un’elegia della fine che vede dappertutto epigoni esausti o svagati postmodernisti: “l’ultimo” intende designare colui che, con radicalità, ha compiuto un estremo tentativo di rappresentare l’istanza modernista in modo adeguato ai tempi.
Al centro di ogni modernismo sta un progetto di ricerca della verità, verità ontologica in primo luogo. Secondo una movenza non certo maggioritaria in questi anni, Mesa non ha dissolto il concetto di verità in una semplice accoglienza nei confronti della venuta dell’altro, ma ha preteso che la poesia dicesse quel che il linguaggio ordinario non sembra più in grado di dire: non la verità dell’oggetto, ma la verità dell’evento: una verità etica. Nell’indistinzione ontologica dei fatti, la scrittura punta a risemantizzare con cura le tessere del linguaggio per restituirle a una nuova vita relazionale, etica.
La poesia di Mesa è una poesia materialista (corporale), politica (etica) e tragica (dolorosa). L’ultimo attributo può sembrare il più scabroso: è possibile il tragico nel tempo – sancito dalle avanguardie – dell’impossibilità del tragico (al limite proponibile solo con la maschera del grottesco)? Si direbbe di sì: perché Mesa mette in forma la negatività inconsolabile e inconciliabile della vita offesa. Del resto è proprio Adorno, spesso citato – e pour cause – da Mesa, a garantire (nella Dialettica negativa) il diritto di espressione artistica della sofferenza. Il rispetto della dialettica negativa per la contraddizione, per l’aconcettuale è esattamente quanto di adorniano Mesa usa per correggere il pur amato finale “mistico” del Tractatus di Wittgenstein. Su ciò di cui non si è in grado di parlare, si deve tacere: ma la poesia può tacerne rappresentandolo, articolandolo dialetticamente attraverso il suo peculiare silenzio scritto. Tragedia dolorosa della dialettica, tragedia del soccombente: «Tragico è soltanto quel soccombere che deriva dall’unità degli opposti, dal ribaltamento di una cosa nel suo contrario, dall’autoscissione. Ma tragico è anche soltanto il soccombere di qualcosa cui perire non è consentito, dopo il cui allontanarsi la ferita non si chiude». Così Szondi nel Saggio sul tragico, e allo stesso modo il Tiresia di Mesa: «devi tenerti in vita, Tiresia, / è il tuo discapito».
Il tragico di Mesa nasce dal tentativo di attingere una verità etica, Continua a leggere “L'ultimo dei modernisti”

In margine a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)

Gian Maria Annovi

 

Sin dal volume di esordio, Spostamento (2000), ma con più forza nel successivo e già maturo Datità (2001), Giovanna Frene ha rivelato di saper far convivere – ben bilanciate – due diverse modalità compositive. Da un lato, lo scavo linguistico, fatto, più che di sprofondamenti carsici, di ripetute incisioni o graffiature sulla superficie del linguaggio [“il cadere nullo (il non cadere) nel vallo”], dall’altro l’articolarsi di una poesia che procede per estesi segmenti sintattici di addizioni spesso negative (“Negare di preferire qualsiasi / preferenza fingere di fingere la finzione / del non sentire”, Datità), come tra l’infinità della selva d’invisibili parentesi di una funzione matematica: un’operazione complessa di sapere. Si potrebbe dire, con Paolo Zublena, prefatore attento del recente Il noto, il nuovo (Transeuropa, 2011), che quella di Giovanna Frene è una “poesia di pensiero”, rigorosa e a tratti algida nella sua coerenza sperimentale. L’impulso è però quello di circoscrivere ulteriormente quel giudizio e di parlare piuttosto di “poesia ragionativa”, per dare risalto alla modalità, al processo – o procedere – con cui il pensiero si esercita ed manifesta nei testi che formano questa raccolta. Non è insomma la linearità o la compattezza di un pensiero definitivo quella che Il noto, il nuovo punta a incarnare, ma l’articolarsi dei modi con cui il pensiero arriva a darsi, un protendersi vettoriale di micro-ragionamenti che fanno di questa raccolta una stella nera dalle infinite punte, acuminate quanto gli aculei di un riccio marino, così che anche reggendola tra le mani non se ne sfiora mai direttamente il centro. Continua a leggere “In margine a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)

Marco Giovenale

A pochi anni di distanza da un’opera breve quanto articolata sul piano allegorico, come Sara Laughs (D’if, 2007), Giovanna Frene pubblica una plaquette che è in realtà libro ampio a tutti gli effetti, ossia opera estesa: si tratta de Il noto, il nuovo, testo che esce nella collana Inaudita delle edizioni Transeuropa accompagnato da due note critiche, di Paolo Zublena e di Silvia De March, e da fotografie di Laura Callegaro. Il volumetto si presenta anche tipograficamente assai denso, arricchito inoltre da una traduzione dei testi in inglese a cura di Jennifer Scappettone e Joel Calahan: da ricordare che sia Zublena in un numero monografico di “Nuova Corrente” dedicato ai poeti, sia Scappettone in un fascicolo della rivista “Aufgabe”, sia Calahan in un numero della “Chicago Review”, hanno ospitato e annotato poesie dell’autrice.

Il noto, il nuovo si presenta come testo inedito e allo stesso tempo Continua a leggere “Recensione a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)”

Caproni, la lingua e la filosofia

Paolo Zublena

È stato detto, da molti e variamente, che Caproni non è un poeta-filosofo. Lui stesso, d’altronde, ha voluto definirsi, tra il serio e il faceto, «fautore dell’afilosofia», in quanto «il suo pensiero» non si può dire «sia / composto di idee ben chiare» (OV 827). Ora, non è ragionevole rovesciare l’asserzione satiricamente autointerpretante. Effettivamente la poesia di Caproni, quella dell’ultimo Caproni in particolare (in quanto più vicina – rispetto alle precedenti stagioni sensuali-esistenziali – a un côté di poesia pensante), configura sì un orizzonte di pensiero, ma in larga parte per mezzo di figurazioni allegoriche o di elementi pragmatici e testuali: non attraverso un lessico concettuale che esorbita fin dal principio dall’usus caproniano. Non si confanno alla nettezza della lingua del Muro della terra e delle raccolte successive i tecnicismi filosofici usati – in modo affatto diverso – da un Luzi o da uno Zanzotto. La (a)telogia negativa, la meontologia al centro delle ultime raccolte è messa in figura dalla ripetizione tematica di un esiguo lotto di allegoremi (la partenza, il ritorno, il congedo, il borgo, il bosco, la foresta, la notte, l’alba, il lucore, il gelo, l’osteria, lo sdoppiamento, la reversibilità, la caccia) la cui alternanza in un continuo giroscopio di affermazione e negazione rappresenta la vera posta in gioco teoretica. In questo senso Caproni non è un poeta-filosofo, ma è senza dubbio un poeta per filosofi, cioè incline a essere filosoficamente intepretato: l’attenzione di Giorgio Agamben è la prova più cospicua, non certamente l’unica. Continua a leggere “Caproni, la lingua e la filosofia”

Esiste (ancora) la poesia in prosa?

Paolo Zublena

Come al solito, quando si maneggiano categorie ambigue come poesiaprosa, il problema è innanzitutto di definizione. Siccome non è pacifico né che cosa sia la poesia, né che cosa sia la prosa, tanto meno sarà facile definire la “poesia in prosa”, operazione con ogni evidenza preventiva all’atto di predicarne l’eventuale (mancata, o non più attuale) esistenza.Semplificando al massimo, e limitando altresì al minimo i rimandi alle innumerevoli possibili autorità, nel concetto di poesia coesistono una definizione sostanziale e una definizione formale: poesia insomma come scrittura letteraria che si differenzia dal resto per una sua quiddità, oppure poesia come scrittura in versi. In entrambi i casi il concetto di poesia si oppone a quello di prosa. E in entrambi i casi la prosa parrebbe definirsi per un deficit rispetto alla poesia: per una minore “altezza”, oppure per l’assenza della versificazione (in primo luogo, dell’a capo). In un caso e nell’altro questa differenzialità della poesia come ci viene presentata dalla tradizione “teorica” riposa su un’inversione ideologica del rapporto genetico presunto dal senso comune. La distinzione stessa è, evidentemente, dovuta a una volontà di sottrarre uno scopo (rituale, estetico, ecc.) alla comunicazione quotidiana.

D’altra parte lo stesso concetto di prosa può essere Continua a leggere “Esiste (ancora) la poesia in prosa?”