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Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)

 Cecilia Bello Minciacchi

«Solo a chiudere gli occhi si sente ancora l’odore delle terapie, delle macchine, dei parenti. Ogni cosa diventava un odore, in quel posto». Quel posto è un ospedale del sud, grande, senza nome, in cima a tornanti di montagna dove è freddo anche d’estate, coi caloriferi accesi sempre, a far sudare. L’odore resta attaccato a chi legge, come il senso di fastidio e d’infezione. Il romanzo è l’esordio narrativo di Gilda Policastro, Il farmaco (Fandango, «Galleria Fandango», pp. 234, € 15). L’autrice arriva alla prosa dopo un lungo apprendistato di critica letteraria e un recente esordio poetico nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Arriva armata, dunque, non innocente (se mai innocenza possa darsi). Eppure la prima impressione, stante l’universo costrittivo, dolente in cui il romanzo è ambientato – un ospedale con reparto di chirurgia oncologica, una teoria di rapporti personali asfittici e coatti –, è quella di una vulnerabilità disarmante. La vulnerabilità di chi muore e di chi perde gli affetti in una progressione discenditiva, manganelllianamente l’unica possibile, qui non liberatoria e umiliante. Umilianti sono le cure ai malati, la pulizia degli escrementi, la nutrizione assistita, i colloqui dei medici con i parenti malfidati e disperati; e il «vestito rigido della cassa», e i capelli che in chi resta si diradano per il dolore. Umiliante è soprattutto la concezione del sesso, motore instancabile del romanzo. Pulsione pari a quella di morte. Dove il tessuto del romanzo è saldo, tenace, è nell’intreccio dei riferimenti culturali e letterari volontari e involontari. Pur non dichiarato e non alluso, determinante appare il Freud tardo di quell’anomalo, altissimo saggio che è Al di là del principio di piacere (1920), Continua a leggere “Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)”

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