Tag: Petrarca

Recensione a Davide Nota, "Il non potere" (Sigismundus, 2014)

Nadia Agustoni

Questo libro riunisce l’intero lavoro poetico di Davide Nota, giovane autore, critico e blogger, classe 1981, quindi poco più che trentenne, ma con alle spalle un’attività intensa che ha trovato canali diversi per farsi conoscere, non ultimo il blog “Fonti coperte” pagina online dedicata alla poesia e alla scrittura del quotidiano “L’unità”. La stessa Sigismundus Editrice è nata dall’impegno di Davide Nota per far si che testi di autori, fuori dal circuito ufficiale della poesia, abbiano a disposizione delle alternative anche in forma di uno strumento editoriale.

Una premessa, “Il non potere” include uno scritto finale “Per una poesia del margine” che aiuta il lettore a comprendere il senso di quel titolo un po’ oscuro a tutta prima. Scrive Davide Nota: “Non sono un poeta realista, perché lunica realtà che conosco è la solitudine. Sono il tentativo mancato di resistere al disumano. Subire lepoca senza compiacersene vuol dire, anche permanere nella musica, in unarmonia pur degenere che non ceda al cinismo della prosa (se non divorandola come inserto). La tradizione classica è indispensabile: tradirla senza sanguinare è solo unaltra forma di obbedienza al dogma della dismissione”. (p.197) E subito dopo aggiunge: “… è possibile abitare la poesia come un servo in rivolta, che scappa via col cavallo del padrone e apprende da sé sorprendenti numeri di fuga. Ciò che importa è la meta raggiunta, non le cadute che la meta giustifica. Ma provate a farlo capire al padrone! Impossibile”. (ibidem) Continua a leggere “Recensione a Davide Nota, "Il non potere" (Sigismundus, 2014)”

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Ricordare Baldacci (a dieci anni dalla morte)

Andrea Cortellessa

 

Il più crudele dei mesi è luglio, altroché. La memoria pubblica, nei fatti di letteratura, è già corta, cortissima; la vacanza – in tutti i sensi – dei mezzi d’informazione, non aiuta. Fatto sta che la ricorrenza dei dieci anni dalla morte di Luigi Baldacci, uno dei grandi critici del nostro Novecento, caduta il 27 luglio, ha dovuto attendere il 12 agosto per essere ricordata. Com’era giusto e naturale, dal suo più convinto e conseguente discepolo, Massimo Onofri: sul domenicale del Sole 24 ore. L’unicità di Baldacci, suonava il titolo del suo articolo; ma fa tanto più specie, l’unicità di Massimo Onofri clamans in deserto, nel silenzio delle tante testate cui Baldacci aveva collaborato.

Il mio incontro con Baldacci fu, in tutti i sensi, tardivo. Avevo letto tanti suoi saggi, certo, come è (o era) dovere di qualsiasi studioso di Novecento in formazione. Ma erano sempre “in funzione” dell’autore cui di volta in volta – fosse Bontempelli o Papini, Tozzi o Pizzuto – erano dedicati, mai “in funzione” di chi li aveva scritti. Giustamente Onofri contrappone a Baldacci, in questo senso, Garboli. Tanto Garboli si prendeva la scena, sempre anteponendosi ai propri oggetti (strategia remunerativa se ce n’è una: almeno stando alla rispettiva fortuna, in vita e postuma), quanto Baldacci si metteva in un angolo, dietro le quinte o calato nella buca del suggeritore. Ma la sua voce a distanza di tempo, pur con tratti così poco ostentati (a differenza, ancora una volta, di quella di Garboli: tonitruante e perentoria sempre, sino alla petulanza), si riconosce eccome. Dice bene, con ossimoro barocco a lui non consueto, Onofri: «critico di parossistica intelligenza epperò di prosa sontuosamente quaresimale». E altrettanto si riconosce una linea, un Novecento di Baldacci (il quale fu studioso illustre di tanto altro, beninteso: dai petrarchisti del Cinquecento ai novellieri veristi, dall’umile musa dei libretti d’opera al prediletto – e decisivo – Leopardi).

Ricordo Continua a leggere “Ricordare Baldacci (a dieci anni dalla morte)”

Recensione a Guido Mazzoni, "Sulla poesia moderna", il Mulino 2005

 Niccolò Scaffai

Non mancano, tra i libri sulla poesia moderna e contemporanea usciti negli ultimi anni, ottime raccolte di saggi e pregevoli antologie spesso arricchite da ampie trattazioni su autori e periodi, talvolta anche ben annotate. Ciò che mancava – e pour cause – era un libro appositamente ideato e organizzato per affrontare a viso aperto la storia e la collocazione del genere lirico nella letteratura e nella società moderne. Uno studio, cioè, da affiancare idealmente agli ormai storici Da Baudelaire al surrealismo di Raymond e La struttura della lirica moderna di Friedrich. Sulla poesia moderna di Guido Mazzoni è un libro che, per ambizioni ed esiti se non per metodi e conclusioni, si dispone nella schiera aperta dai primi due.

Mazzoni, già allievo della Normale di Pisa, insegna all’Università di Siena; si direbbe che, nel suo secondo volume (il primo, Forma e solitudine, è uscito da Marcos y Marcos nel 2002), confluiscano le attitudini migliori delle due scuole: l’approfondimento degli aspetti formali e la loro giustificazione in rapporto alla tradizione e alla società.

Il libro è articolato in quattro capitoli (I. La rete dei concetti, II. Un testo esemplare, III. Una storia delle forme, IV. Lo spazio letterario della poesia moderna), preceduti da un’ampia introduzione teorico-programmatica (Le forme dell’arte e la storia degli uomini) e seguiti da una conclusione sopra La poesia moderna come forma simbolica. Ne risulta un volume di proporzioni esatte, calibrato per mettere in risalto problemi e direzioni di ricerca più che per tentare sistemazioni (necessariamente provvisorie, in un campo come questo, e spesso troppo vincolanti). Continua a leggere “Recensione a Guido Mazzoni, "Sulla poesia moderna", il Mulino 2005”

Recensione a Umberto Fiori, "Voi", Mondadori 2009

Niccolò Scaffai

«…l’io, io!… Il più lurido di tutti i pronomi!» (La cognizione del dolore): la citazione gaddiana che Umberto Fiori ha collocato in epigrafe è una delle chiavi che dischiudono il senso del ‘poemetto’ Voi. Un senso da rintracciare appunto nel conflitto tra ‘io’ e ‘voi’, tra individualità del soggetto e collettività degli altri. Se fosse giusto definirli ‘altri’. Scrive infatti Fiori: «Potrei parlare da fuori, / dall’alto, da lontano. Dire: loro, / gli altri, la gente. // Invece – vedete? – vi chiamo, / vi sto di fronte». Il protagonista lirico non si percepisce infatti come persona separata dall’anonima comunità di interlocutori; non c’è insomma, nel titolo e nel progetto del libro, l’eco di una distanza modernista tra il poeta e gli uomini ‘che non si voltano’, innanzitutto perché, scrive Fiori, «anch’io sono voi. E voi siete io, si sa.» Poi perché ‘voi’ non è persona né silenziosa né indifferente, ma, al contrario, titolare di un’enunciazione inquisitoria, che provoca e giudica l’io. Se volessimo dare a questi versi una posizione nella geografia della lirica moderna, potremmo magari evocare per l’ennesima volta il senso di colpa del ‘povero poeta’ privato del mandato sociale: solo che, quel senso di colpa e quella privazione acquistano ora una specie di esistenza, diventano appunto quasi-personaggi attraverso l’artificio retorico della prosopopea. Tanto che, per l’accensione semantica delle figure pronominali e per la tendenza alla personificazione drammatica delle istanze, sarebbe anche possibile un confronto con autori italiani del secondo Novecento, in particolare Giudici e Caproni. Continua a leggere “Recensione a Umberto Fiori, "Voi", Mondadori 2009”

Stase – Italie 1975-1985

[Un saggio ritrovato di Jean-Charles Vegliante, o della visione francese dei nostri anni ’80]

 Jean-Charles Vegliante

… or lui apparut je ne sais quoi de noir,

nuage ou terre ? Dans un éclair vaincu

par l’aube douce…

G. Pascoli, Le sommeil d’Odyssée

Toi qui me lis tu le savais, il n’y a pas de retour possible. Parfois, un instant, dans un éclair nous apparaît le territoire dévasté d’un autre âge ; illusion de la pensée qui croit se souvenir. Ou ce que l’on croit saisir convulsivement dans l’endormissement d’Ulysse (non sapea che nero…), vapeur déjà disparaissante. Ces pages, massacrées par l’éditeur d’un catalogue (Nice, 1985), ont bien sûr jauni, mais justement : les contours essentiels n’en apparaîtront que mieux à distance. Peut-être. J’essaie de réarpenter en tout cas cette contrée d’un temps révolu. Scriptor, je recopie.

« En ce qui concerne la poésie – ou plutôt, disons tout de suite – les poésies italiennes de la décennie 1970-1980, tout au plus pourrait-on rappeler que s’y inscrivent en creux, dans leur attente, les éditions en volumes des Poesie (Poèmes) de Pasolini et de Tutte le poesie (Poésies complètes) de Penna, 1970 : célébrations, déjà. Dans la sidération qui suivit 1968-69. En revanche, le léger déplacement des curseurs, de 75 à ’85, offre peut-être une vision plus articulée – non pas, certes, homogène – où se dessine davantage que notre propre reflet au miroir. Cela pour mettre en garde, d’emblée, contre l’image-repoussoir si souvent proposée des ‘choses italiennes’, tantôt presque annexées, tantôt brandies dans un miroir déformant, que l’on serait tenté d’oublier qu’une histoire, une culture, une langue surtout (et des langues) nous en séparent, aussi proches et différentes que le bien connu autre côté.

Dix ans, cette durée moyenne d’une ‘génération poétique’ semble pour une fois s’imposer assez naturellement, car 1975 aconstitué pour l’Italie une année charnière*. D’un point de vue très général, on y verrait passer la ligne de partage des eaux entre le dernier espoir de subversion marxiste de la société (1968 et alentours) et la résignation secouée par les bombes des années de plomb (triomphe de ce que Pasolini avait nommé « nouveau fascisme »). L’assassinat de Pasolini lui-même – c’est-à-dire, avec tout ce que les media pouvaient y injecter de douteux, mais que l’intéressé avait sciemment accepté, du Poète – va laisser sans voix d’autres ‘parlants’, peu tentés par la reprise du sort de bouc émissaire. Seul Montale, hors d’atteinte, continue de subir en marmonnant les sollicitations les plus variées (mais il n’a jamais été très loquace)… Certains avant-gardistes par exemple, proches des Novissimi et de l’ex-Gruppo ’63, vont désormais se taire ou presque. La même année, d’ailleurs, voit paraître une lecture neuve de ces expérimentations récentes, les tirant à bas de leur piédestal langagier quelque peu désincarné, en incitant à une réévaluation des plus robustes d’entre elles (Pagliarani), sous le titre révélateur de Realismo dell’avanguardia (Réalisme de l’avant-garde, W. Siti, à son corps défendant). C’est justement de réalisme occulté, ou plus exactement de réalité (des référents) qu’il s’agit, dans la sélection sévère à laquelle se livre alors Majorino sur les trente années du second après-guerre : Poesie e realtà ’45-75 (Poésies et réalité : l’ouvrage paraîtra seulement deux ans plus tard chez l’éditeur Savelli). La période des illusions nées de la Résistance et de son mythe, des ‘belle bandiere’ dont Pasolini osait ricaner, est bel et bien close. Les plus jeunes, on peut le croire, lui avaient déjà tourné le dos. Continua a leggere “Stase – Italie 1975-1985”