Tag: poesia

Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

di Mario De Santis

“Transito all’ombra “di Gianluca D’Andrea è un libro di ricerca, senza essere sperimentalista. Definire non serva a classificare definitivamente, ma a misurare la trasformazione che un testo compie nel panorama della letteratura presente. Allora possiamo azzardare nel dire che questa raccolta va ad occupare uno spazio di sollecitazione psichica che un tempo aveva l’elegia, perché si colloca su un versante decisamente memoriale. Tuttavia l’elaborazione formale insegue anche una riflessione sul linguaggio e il tempo “in atto” – dando conto del suo titolo, cercando una costruzione “isotropica” della sintassi e delle scelte strutturali.  Tutto il libro, costruito in più sezioni (“LA STORIA, I RICORDI”; “DITTICO”;  “IMMAGINI, RICORDI” “ERA NEL RACCONTO”; ZONE RECINTATE”: “ALTRO DITTICO”; NOTTURNI”) segnate già nei titoli da questo intento di attraversamento memoriale del trentennio di storia italiana recente, ma con un accento che resta al fondo lirico, nel senso che il suo grumo percettivo è sempre di un singolo “io”, quello dissolto, disseminato del tardo novecentesco, per niente centrale e forte, che si definisce anche nel suo stesso rammemorare. Quasi travolto da questo fiume, dalla materia di realtà che – come il presente caotico – diviene per quell’io una selva oscura collettiva di cui alla fine, nell’ombra, tutti noi pure siamo della medesima sostanza (da subito accenni ad un Guerra, all’Ucraina, ai nonni non conosciuti: “questi li chiamo ricordi” scrive D’Andrea nella prima poesia “c’era un giocare che era già ricordo/e poi il futuro che si immaginava. / Tuttora vivo il brivido che vaga, /ma nel solo passato che conosco”). Continua a leggere “Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)”

Recensione a Rosaria Lo Russo, “Nel nosocomio” (Effigie, 2016)

Nadia Agustoni

Di cosa ci parla Rosaria Lo Russo nel suo nuovo libro “Nel nosocomio”? Si potrebbe pensare a un luogo ristretto, una grande casa o un condominio adibito alla cura della terza età, ma procedendo nella lettura vediamo che non è così. Libro allegorico, dà conto di alcune, molte anzi, facce del paese Italia. Paese in preda a un vivere meccanico, avulso da tutto quello che può scompaginarne l’ordine apparente. Lo Russo, spietatamente, trova il modo di incarnare sulla pagina vizi e difetti di gente che si compiace troppo di se stessa e più ancora di quello che ha. Perché nessuno sceglie di essere davvero vivo in questi quadri, che l’autrice dispone come per le scene di un teatro, ma dove gli attori potremmo essere anche noi lettori o chiunque conosciamo:

Sposiamo l’idea del nostro direttore: ogni giorno/ che dio mette in terra facciamo almeno un’ora di/ esercizi. C’è una palestra modernissima nel semi- /interrato…” p. 12

Se la saggezza un tempo apparteneva alla vecchiaia, ora è sostituita dalla routine più grigia e banale, quasi ossessiva nei rituali di brioche, cappuccino, pasticche, televisione ecc. Le persone del nosocomio-nazione temono il contatto con gli altri, hanno la fobia dello straniero “gli extracomunitari” che: “Non si lavano bene i denti, non fanno la doccia due volte al giorno… mangiano cavallette fritte e vermi… non sono liberi quelli che chiedono l’elemosina…” p.17 Continua a leggere “Recensione a Rosaria Lo Russo, “Nel nosocomio” (Effigie, 2016)”

SpecchioSereni

Italo Testa

Sereni per noi – quest’immobilità – non arrivare mai – Sereni – da nessuna parte – in nessun luogo –

Sereni – il tempo sospeso – Sereni – persi in una bolla – Sereni – lago d’ombre – Sereni – il passato che non passa –

Sereni – di noi sempre in ritardo – Sereni – il tempo irreparabile – Sereni – in ritardo sulla propria generazione – la nostra generazione – a insabbiarsi per anni –

Sereni – girare in cerchio – Sereni – la nostra Algeria – Sereni – a volte in sogno – Sereni – spalare al più presto

 

Sereni – tempo speso male – Sereni – gioventù in malora – Sereni – tradire ancora – Sereni – ancora tradire –

Sereni – volto voce sogno – Sereni – sogno voce volto – Sereni – scegliere un volto – Sereni – scegliere migliaia di volti –

Sereni – il nostro ventennio – Sereni – la nostra viltà – Sereni – le paludi del sonno – Sereni – le paludi del caimano –

Sereni – scegliere un volto per specchiarsi – Sereni – specchiarsi in un volto inesistente – Sereni – vivere tra parentesi – Sereni – insabbiarsi per anni

 

Sereni – morti alla guerra – Sereni – morti alla pace – Sereni – cono d’ombra – ripetizioni – Sereni – iterazioni –

Sereni – sbandare – perdersi in sogno – Sereni – altri frammenti – altre sconfitte –

Sereni – il tempo nebbioso – gli anni abbacinati – Sereni – swamp thing – vado a dannarmi –

Sereni – stanno sereni – i morti come noi – Sereni – in un loro limbo – ombra stagno volto – Sereni – mimetizzarsi – Sereni – mimetizzarsi e sparire

 

Sereni – questi fantasmi – adesso è finita – Sereni – stagni malvagi – epifanie di volti –

Sereni – i giorni opachi – Sereni – gli anni in proroga – Sereni – le nostre paludi – Sereni – la mente prigione –

Sereni – a crogiolarsi – Sereni – su un binario morto della storia – Sereni – a dannarsi – Sereni – la palude del caimano – Sereni – la nostra gioventù in malora –

Sereni per noi – lancette ferme – Sereni – quest’immobilità – Sereni – persi in una bolla –Sereni – espulsi dal futuro – SpecchioSereni

(già apparso nello speciale Per Vittorio Sereni (1913-1983): testimonianze delle ultime generazioni /1″, in “Nuovi Argomenti”, http://www.nuoviargomenti.net/poesie/per-vittorio-sereni-1913-1981/)

 

Jourdain, #9: Cara polvere

Andrea Cortellessa

Per puro caso, nello stesso momento sono capitati sul tavolo del Signor Jourdain i libri di due autori fra loro lontanissimi, ma che gli pare si trasmettano misteriose comunicazioni transoceaniche. Uno è Il Monumento di Mark Strand, nordamericano del ’34, del quale si è riferito il mese scorso; l’altro è I costruttori di vulcani, vero monumento (sin dal formato) eretto da Luca Sossella (pp. 495, € 20.00) a uno dei nostri poeti più «appartati», come si usa dire, cioè meno sgomitanti: il romano Carlo Bordini, classe 1938. Nel libro di Strand, Jourdain s’era segnato questa bellissima citazione da Wallace Stevens, «Nulla deve frapporsi / tra te e le forme che assumi / quando la crosta della forma è stata distrutta»; e pochi poeti italiani quanto Bordini (un altro che gli viene in mente è il toscano Attilio Lolini, non a caso suo pressoché coetaneo e sodale) gli paiono mostrare cosa succede, appunto, quando cede «la crosta della forma». Ha qualcosa di paradossale il titolo che Bordini ha voluto dare a quest’autoantologia pressoché completa delle sue poesie. Per antonomasia, infatti, quelli vulcanici ci paiono fenomeni naturali, effusivi, incontrollabili dagli esseri umani: esplodono quando s’incrina e si spezza, appunto, la «crosta» terrestre. Per Bordini, però, i poeti sono proprio coloro che lasciano scorrere la lava della lingua, con tutte le sue ctonie impurità e le sue scorie corrusche, una volta che si sia prodotto uno squarcio nell’autocontrollo razionale, ideologico, utilitario che domina l’esistenza (quella che la sua generazione amava chiamare «esistenza borghese»). Come scrive Bordini in una pagina di poetica del 2002 posta in appendice alla sua ultima raccolta, Sasso, e qui riportata, «è come se durante la scrittura ci fossero in me improvvise rotture dell’inconscio». La parola poetica è per Bordini ciò che eccede da ogni forma di controllo, a partire da quello formale esercitato dal soggetto: «Io non creo, ma sono creato. Non scrivo, ma sono scritto». Continua a leggere “Jourdain, #9: Cara polvere”

Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)

Cecilia Bello Minciacchi

Dolore e data dell’evento sono tutti calati in parole, in lettere: Come una lacrima (duemila uno) è il titolo con indicazione cronologica dell’ultimo libro di Federico Scaramuccia, vincitore della V edizione del Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo. Inconsueta l’indicazione dell’anno in lettere e non in cifre, a renderlo numero più che data, e come numero potenzialmente più aperto a una varietà di interpretazioni (a un terribile mutare, rinnovarsi in altro numero). Eppure è proprio un anno, il 2001 epocale, e il mese è settembre, e il giorno l’11. E il punto quello in cui d’improvviso «qualcosa macchia il cielo / buca l’azzurro lasciando una traccia». L’effetto è il crollo, l’implosione delle Torri, la traccia è ustoria. Non servono immagini al libro di Scaramuccia: tutto qui è risolto verbalmente; altri testi, commemorativi (e questo di Scaramuccia non lo è), hanno fatto ricorso, ancora una volta, a filmati visti, usurati, depotenziati. Come una lacrima, che riflette sui media, sulla manipolazione del dolore in chi osserva, accresciuto esponenzialmente attraverso il dolore degli altri, si affida interamente alla struttura e al dettato poetico ferreo, ossessivamente controllato. Si fonda sulla sola parola, e spesso ricorsiva, reiterata. È stata la lente d’un obiettivo a “passare” tutto il sovrabbondante materiale visivo sull’attacco alle Torri; la lacrima è dunque una secrezione dell’«occhio televisivo», anzi, «è la “macchina da presa” per eccellenza», si legge in calce nella Nota d’autore, è «un’impalpabile boule de neige (o snowdome) che tiene in scacco la globalità. […] Un “grande vetro” grandangolare che espone il dolore facendone uno strumento di controllo». Non può che soccorrerci, qui, il libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, con le sue problematiche interrogazioni su guerre servite «in forma di immagini», su quali crudeltà ci vengano mostrate e quali invece «non ci vengono mostrate», sul fatto che una fotografia «non è mai solo il trasparente resoconto di un evento». Se, come scriveva Sontag, le fotografie delle vittime di guerra sono «una sorta di retorica. Reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso», ancor più “efficaci” sono i filmati di guerra trasmessi in diretta, fin dal primo conflitto del Golfo, ed efficacissima poi, l’11 settembre 2001, quell’«ipertrofia del pathos, per così dire “montato a neve”, tanto da indurre (al)l’orripilazione», postilla Scaramuccia.

Come una lacrima adotta una soluzione binaria: Continua a leggere “Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)”

Jourdain, #5: Lapidario ebraico

Andrea Cortellessa

Non è il caso di fare troppo gli spiritosi, stavolta. Di scena infatti è Paul Celan: non solo in assoluto il maggior poeta, ma anche la voce più straziante e problematica del Novecento. La sua fuga da quello che Antonella Anedda ha definito il «secolo cane lupo» – il secolo che gli aveva sterminato la famiglia – non terminò infatti né col passaggio a Vienna né con l’approdo a Parigi, nel 1948. Non terminò scrivendo per prima cosa il suo nome (anagrammando l’originale Antschel). Terminò solo, tragicamente, a Parigi nel 1970: col salto dal ponte Mirabeau che pose fine ai suoi giorni tormentati. La prima poesia che pubblicò, Fuga di morte, era scritta in tedesco: cioè nella lingua parlata con la madre nell’originaria Bucovina, ma anche nella lingua di chi sua madre aveva ucciso con un colpo di pistola alla fronte, in un lager innevato; ma uscì tradotta da lui stesso in rumeno e venne raccolta nel suo secondo libro, Papavero e memoria, uscito in Germania nel ’52.

A ben vedere in questi titoli, in queste lingue, in questi luoghi e in queste date sta tutto il viluppo di aporie che mai Celan intese evitare: la sua ostinazione, la sua non meno che eroica divisa etica, fu al contrario di risiedere proprio nell’inabitabile. Il più citato dei suoi aforismi suona «La poesia non s’impone più, si espone». La poesia si espone, e ci espone, all’irreparabile; è l’irreparabile, in effetti. Todesfuge si può tradurre sia come «Fuga dalla morte» che «Fuga della morte»: la vita come allontanamento dal trauma d’origine o come inesorabile sprint verso l’abisso. Sono vere, ovviamente, entrambe le versioni. Così come, di questo componimento, conta non solo la «morte» di cui è intriso ma anche la «fuga» – cioè la prodigiosa struttura musicale – con cui si «espone» alla lettura. Conta la «memoria», cioè, ma anche l’allucinazione onirica – il «papavero» stupefacente – che quella memoria micidiale pare dissimulare mentre, in realtà, provvede a incidere per sempre: sia in chi scrive che in chi legge. L’opera di trascendentale «traduzione» che del trauma la poesia è dunque chiamata a compiere: e lo spazio inabitabile di Celan, traduttore straordinario, si colloca per l’appunto tra le lingue. Continua a leggere “Jourdain, #5: Lapidario ebraico”

Jourdain, #1: Stivali di occhi neri

Come si ricorda nel primo di questi pezzi, il signor Jourdain è un personaggio di Molière preso per i fondelli nel Borghese gentiluomo per la sua infatuazione per la “prosa”; un’infatuazione che, da allora, certo non m’è passata. Questo e i nove pezzi successivi in cui prende la parola questo avatar, e che grazie alla gentilezza di Marco Giovenale verranno qui riproposti (in considerazione della scarsa circolazione di allora – nonché appunto della testardaggine del signore in questione) con cadenza quindicinale (in qualche caso in versioni un po’ più ampie di quelle originariamente pubblicate, a loro volta comunque scritte all’epoca), uscirono dunque per la prima volta, dal febbraio al dicembre del 2010, in una rubrica che mi aveva chiesto di tenere Gianni Bonina sulla nuova serie di «Stilos». Dal 2002 al 2005 avevo già collaborato una quindicina di volte a una testata con questo nome, Continua a leggere “Jourdain, #1: Stivali di occhi neri”

Recensione ad Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)

Marco Giovenale

Andrea Inglese, nel suo libro di versi e prose La grande anitra (Oèdipus, 2013), elabora e articola=ramifica una struttura intenzionalmente contraddittoria più che complessa; un ecosistema chiuso e insieme infinito, pieno di cose: la struttura o teatro in cui tutto si ambienta è una sorprendente grande «anitra cotta» dentro il cui ventre svuotato e reso abitabile tre personaggi non solo si muovono fra gesti ed elucubrazioni ma anche scrivono (scrive «meditazioni» il primo, A.I.; scrive «visioni» la seconda, Minnie; scrive «poesie» il terzo, Guardiano notturno), e si impossessano – da auctores – delle tre sezioni in cui il volume appunto si divide.

Questo ecosistema (o anti-egosistema) prende le distanze dall’allegorizzare e metaforizzare; non perché eviti di accumulare in sé (e sia in sé) allegoria, figura, metafore. È inevitabile che accumuli rinvii e profili così pensati. Il linguaggio ne è tessuto, di fatto, e così questo libro. Ma il loro accatastamento è scientemente quasi scientificamente finalizzato proprio alla vaporizzazione di ogni tensione rigida all’allegorizzare (e metaforizzare) solito, transitivo, diretto. È semmai una freccia lanciata contro le frecce biunivoche troppo facili che in qualsiasi manuale uniscono due punti A e B noiosamente distanti.

L’efflorescenza verbale ossessiva, la lista, l’elencazione (fin dalla prima raccolta organica, Inventari, 2001), l’irraggiamento semantico, i frequenti rapidi spostamenti di focus dell’attenzione: Continua a leggere “Recensione ad Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)”

"Ho questa carne scomposta in molte vite" : sulla poesia di Francesca Matteoni

di Cristina Babino

I bambini non buttano mai nulla. Si affezionano agli oggetti come a parti di sé, non ne percepiscono il deteriorarsi, la perdita di utilità, li accumulano in modo caotico, apparentemente indiscriminato.  La scrittura di Francesca Matteoni, che di infanzia vive e si alimenta, è piena di oggetti, di richiami e associazioni, di immagini conseguenti e sovrapposte, di suoni inseguiti, ricercati: io la ascolto come il tonfo profondo e cupo del sasso lanciato in uno specchio mosso d’acqua, la leggo come il rincorrersi concentrico dei cerchi che quella caduta eccita, produce.

Le cose popolano le case, le abitano come/insieme a noi. Lasciano segni, evidenze, di presenza come assenza. Il loro ingombro è un corpo che esibisce il suo esserci pacato, che ci rammenta il trascorrere del tempo, il suo agire silenzioso e necessario. La bellezza delle cose che ogni giorno ci circondano sta nel rapporto che con esse instauriamo, nell’allaccio stretto dei ricordi con cui a queste ci agganciamo. Nel modo che abbiamo di renderle familiari, addomesticarle.

Se le cose non si buttano, allora si accantonano. Tra i motivi ricorrenti nella poesia di Francesca, rintracciabile in più di un testo e in più di un libro, c’è allora quello del ripostiglio[1], del posto dove si accatastano gli oggetti smessi, i giochi, i quaderni esauriti, gli indumenti: deposito del tempo che può assumere le forme più diverse: il vecchio cassettone di Appunti dal parco[2] e di Un’altra Alice[3], la cantina, un armadio, la soffitta. Pure la borsa (di Mary Poppins verde[4]), purché capiente abbastanza da perderci dentro almeno un braccio, le tasche, gli astucci delle matite colorate, le giare, i barattoli di vetro. Contenitori che non si accontentano di figurare per metonimia, affermando il contenente e intendendo il contenuto, ma che nell’apparire elencano, inventariandoli, gli oggetti di cui sono custodi e nascondigli. Le cose rimosse, scansate e messe via, eppure mai buttate, sono ancora e sempre parti di noi stessi: sono stratificazioni materiali che ci costruiscono come persone, ci rammentano le nostre identità. Continua a leggere “"Ho questa carne scomposta in molte vite" : sulla poesia di Francesca Matteoni”

Storia scomposta. Su "Geologia di un padre" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2013)

Italo Testa

“Evidentemente”, scriveva Roberto Bolaño, “la storia, una volta rimontata, diventa qualcos’altro”. Sottoponendo a un procedimento di montaggio e rimontaggio una serie di appunti, frammenti testuali, micronarrazioni, versi – a volte prelevati da organismi testuali precedenti e trapiantati nel nuovo tessuto verbale – Valerio Magrelli ci offre con Geologia di un padre un originale saggio di “storia scomposta”, ove le schegge della biografia paterna, sezionate e ricomposte con cura amorevole ma allarmata, si riaggregano in forme instabile e metamorfica. Accostati come tessere musive, i lacerti della vita del padre sono dapprima attratti dall’autopsi nevrotica del figlio, trasformandosi in altrettanti capitoli di un’autobiografia sui generis. Ma questa tensione anamnestica conduce i materiali biografici a un grado d’incandescenza tale da eccedere la vicenda personale, lasciando affiorare, per scorci potenti, strati profondi, colate laviche che affondano non solo nella storia collettiva recente – come quando, negli esercizi ginnici del padre, il figlio riconosce l’eredità involontaria delle posture corporee e delle retoriche del Ventennio – ma anche nell’antropologia e nella pre-istoria psichica. Rievocando scene d’infanzia, segnate dalla predisposizione all’ira e alla noia mercuriale del padre, seguendo l’evoluzione della sua malattia senile – l’opera di decostruzione del morbo di Parkinson –, Magrelli decifra nella memoria del genitore le traiettorie ek-statiche del tempo, quel diventar altro, uscire da sé, che è proprio del divenire, degli esseri soggetti a Cronos. Continua a leggere “Storia scomposta. Su "Geologia di un padre" di Valerio Magrelli (Einaudi, Torino 2013)”

Recensione a "Canto e demolizione. 8 poeti spagnoli contemporanei" (Thauma, 2013)

Valerio Nardoni 

L’associazione culturale Thauma, attiva come casa editrice dal 2008, ha recentemente arricchito il suo catalogo con una molto interessante “collana poetica internazionale”; il referente per la Spagna, Lorenzo Mari, propone un’antologia di poeti nati fra il 1969 e il 1986 (Canto e demolizione. 8 poeti spagnoli contemporanei, a cura di Alessandro Drenaggi, Lorenzo Mari, Luca Salvi, Pesaro, Thauma Edizioni, 2013) il cui – giusto – scopo è quello di scalfire lo schermo della moda e dei giochi di potere che spesso orienta il nostro sguardo verso le letterature straniere. L’attenzione, più che all’aspetto generazionale, va qui allo spirito e all’atteggiamento poetico dei vari autori che, ognuno a suo modo, oppongono un canto alla generale demolizione della quotidianità e della coscienza collettiva che sta affossando l’Europa. Continua a leggere “Recensione a "Canto e demolizione. 8 poeti spagnoli contemporanei" (Thauma, 2013)”

In cerca dell'uomo invisibile. Trovare Corrado Costa

Andrea Cortellessa

poesiaoscura

 

Ivanna Rossi
Poesia oscura con presa. Leggere Corrado Costa
Consulta Libri e Progetti, 2013, 272 pp., € 15,00

 

sadisfazione

 

Corrado Costa
La sadisfazione letteraria. Manuale per l’educazione dello scrittore
con la traduzione in inglese di Paul Vangelisti

Tielleci «Benway Series», 2013, 96 pp., € 10,00

 

iltitolo

 

Il titolo lo mettiamo dopo. I libri d’artista di Corrado Costa
Catalogo della mostra (Reggio Emilia, Biblioteca Panizzi, 7 luglio-1 settembre 2012)

a cura di Mario Bertoni e Chiara Panizzi
Biblioteca Panizzi Edizioni, 2012, 97 pp., € 10,00

 

Suona banale dire quanto ci manchi, Corrado Costa. Tanti protagonisti dell’arte e della poesia di quegli anni, infatti, sono scomparsi prematuramente. Ma in molti altri sensi Costa è mancante. Si sottrae, intanto, agli organigrammi della nostra sicumera storiografica. Dopo un periodo in cui del Gruppo 63 si diceva per lo più peste e corna, condannandolo tutto al dimenticatoio, la vulgata odierna – solo in apparenza più moderata – pare averci regolato i conti, e deciso cosa resterà (e cosa no). Ma neppure il più generoso dei canoni include uno come Costa: che per tutta la vita ha giocato proprio col paradosso della sua assenza-presenza. Il titolo del suo libro forse più bello e introvabile (stampato oltreoceano dall’amico Paul Vangelisti), The Complete Films, è il suo gioco di prestigio per eccellenza. Nessuna biblioteca d’avanguardia potrà mai dirsi «completa» se priva di questo libro; Continua a leggere “In cerca dell'uomo invisibile. Trovare Corrado Costa”

Lentissimo. Sulla "Distrazione" di Andrea Inglese

Italo Testa 

Agitate visioni dal basso. Percorrere La distrazione (Luca Sossella, Roma, 2008), il libro che raccoglie e riorganizza una parte consistente della produzione poetica di Andrea Inglese, è come perlustrare un vasto campo percettivo, che si definisce e struttura nettamente di testo in testo. In questa fenomenologia della visione vi sono scorci, tratti, margini, contorni, ed ossessive coltri percettive che entrano ed escono, appaiono e scompaiono dal campo. E vi è una prospettiva prevalente, precisa: uno sguardo dal basso in alto. Qualcosa di evidentissimo, che sta già sul bordo del libro. Una prospettiva dichiarata, figurata nell’immagine di copertina di Jean Dubuffet: un grattacielo visto dal basso in alto, non necessariamente dal suolo, ma forse da qualche punto sospeso a mezz’aria, in bilico su un punto d’appoggio provvisorio, oppure in caduta. Agitate visioni dal basso organizzano esplicitamente il campo percettivo de La distrazione: “Come ogni buon organismo / hai organizzato. Tra la pioggia / e il bel tempo. Nelle agitate / visioni dal basso, di rimbalzo / nei vani o nei tempi morti”. Non manca la visione capovolta dal fondo, da terra, dal suolo. E’ il mondo ribaltato dei due “negri” che fanno break dance a Les Halles, e “[…] ballano / in un mondo a rovescio / e capovolgono anche me che passo”. Ma la prospettiva del “me” che passa e che non può non raccontare quanto gli accade, organizzando gli elementi discontinui che si presentano nel suo campo visivo, è colta sempre un attimo prima di toccare terra. In caduta libera. “Fin qui tutto bene”, dice mentalmente a se stesso lo sguardo che, in apertura de La Haine di Mathieu Kassowitz, sta precipitando da un palazzo, in caduta libera, e vede via via scorrere in alto i piani. Nella poesia di Andrea Inglese questo precipitare nel vuoto è “un salto che comincia ad ogni istante”, e riguarda sé e gli altri, l’interno e l’esterno, il passato ed il presente. E’ la prospettiva di uno che cade: “Sei nella colonna vuota, in caduta. / Passi i piani della memoria / finché ricorderai non ciò che vedevi / con imprecisi contorni e richiami”. Qui appaiono anche gli altri. Inquadrati non dall’alto, da un punto saldo e panoramico, sottratto al tempo nella sua immobilità. Ma piuttosto ai bordi, ai lati di un campo percettivo che si sposta e trascorre, essi stessi coinvolti in questo precipitare: “Guardali come ostinati scendono / e cedono ad ogni passo e dimenticano / a lato, indietro, poche cose, tutte”. Continua a leggere “Lentissimo. Sulla "Distrazione" di Andrea Inglese”

Costa volta il nastro. (Un'origine delle 'scritture nuove')

Marco Giovenale

 

È noto: Retro (1990/91) è una pagina sonora in cui Corrado Costa per minuti e minuti ripete quasi solo la parola «retro», appunto, e dà di tanto in tanto altre (esilaranti e pensose) indicazioni. Afferma – fra innumerevoli iterazioni di «retro, retro, retro, questo è il retro, state ascoltando il retro», che si tratta precisamente del retro del nastro, e che gli ascoltatori, i lettori, sono dei «testoni» che non hanno capito, che cocciutamente non intendono, non vogliono intendere, di star perdendo tempo con il lato B della cassetta, quello sbagliato, il lato dove non c’è niente, «il retro del discorso» e «della poesia», e che dovrebbero semmai girare il nastro, andare a cercare sul “davanti” del discorso e della poesia, se mai avessero intenzione di capire qualcosa, orientarsi. Per oltre sette minuti Costa insiste a rammentarci che ci troviamo sul retro e abbiamo dunque sbagliato tutto.

L’intera opera di Costa – in particolare dopo Pseudobaudelaire – è precisamente il nastro voltato – e apparentemente sbagliato – della scrittura. Il lato nuovo, in effetti, in verità: la strada che ad esempio la scrittura di ricerca francese stava già imboccando. È il nastro/testo dell’altro lato: quello in cui ricorrenze e tessiture non sono “più” così importanti; il luogo in cui l’autore ha perso ogni ruolo di cocchiere millimetrico del suono, di retore onnisciente/legiferante, soggetto-guida, pre-ordinatore delle relazioni fra lettore e pagina, fra sguardo e immagine:

Si potrebbe dire che l’immagine occupa esattamente lo spazio che il poeta si è destinato, e il poeta, come soggetto del discorso, non si è destinato nessuno spazio nel testo poetico, anche se il testo poetico si ritma del suo respiro. A questo limite, oltre il quale arriviamo al soggetto, finisce tutta la storia del sogno del fantastico del surreale. Il limite è fra l’inconoscibilità del soggetto e tutto il mondo nella sua realtà. / Qui l’immagine non ha per sé nessun territorio, è un segno che non si sa dove scrivere, tutto il territorio è il territorio della realtà.

C. Costa, Il territorio alle spalle (in «Tam Tam», 3, 1973), § 4,
ora in Id., The Complete Films, a cura di Eugenio Gazzola,
Le Lettere, Firenze 2007, p. 86

L’invenzione Retro è poi molto altro.

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