Tag: prosa

Recensione a Yves Pagès, "Ricordarmi di" (L'Orma, 2015)

Yves Pagès e altre ‘brevità’

Marco Giovenale

Leggendo il libro di Yves Pagès, Ricordarmi di, pubblicato da L’orma nella traduzione di Massimiliano Manganelli ed Eusebio Trabucchi, uno dei nomi che non può non affiorare è quello di Félix Fénéon, geniale figura – pressoché archetipica – di quelle scritture francesi non solo brevi brevissime ma addirittura fulminee, se non fulminanti.

Di fatto Fénéon poi sbuca davvero, improvviso, ed è collocato – per esplicita dichiarazione di Pagès – fra le voci ispiratrici della raccolta di microprose:

Di non dimenticare che, non ricordando e non avendo annotato il suo numero d’immatricolazione cineraria, non sono riuscito, nella mia ultima visita al colombario del Père-Lachaise, a ritrovare il loculo in cui riposa l’urna di mio padre, ma mentre lo cercavo ho scoperto quello di Félix Fénéon, pioniere della scrittura per frammenti, al quale devo tante «novelle in tre righe», tra cui questa.

Ecco ben chiarito di cosa si tratta: frammenti. Il libro è una sequenza di fatti, cose da non dimenticare (ogni prosa si allaccia al titolo “Ricordarmi di” iniziando con “Di non dimenticare”), disegnate in pochi tratti e offerte in felice disordine e continui bisticci fra memoria e oblio, senza che felicità o sorriso eludano né però disertino il taglio anzi la sostanza grave di alcuni brani, particolarmente se politici, o relativi alla Shoah: Continua a leggere “Recensione a Yves Pagès, "Ricordarmi di" (L'Orma, 2015)”

Annunci

Jourdain, #2: Tante microscopiche bombe a orologeria

Andrea Cortellessa

Nelle librerie d’oggidì il Signor Jourdain si trova a disagio. Non è così remoto il tempo della sua formazione: quando spesso capitava di fare, appunto in libreria, autentiche scoperte. Libri insospettati, autori incònditi, titoli sfingei. Le famose «chicche»: trouvailles che confermavano come niente di più inedito ci sia dell’edito. Erano il vanto degli editor d’antan, prove di un buon uso della serendipity. Ed erano lo spasso dei recensori, già allora aduggiati dall’ammorbante colluvie di romanzesse boccolose, programmate per sgranare gli occhioni sui divani televisivi. Ma soprattutto erano la consolazione dei lettori malinconici, quelli che davvero avevano «letto tutti i libri». Beh, borbotta accigliato Jourdain, oggi anche le «chicche» sono prodotte in serie: impilate nei pressi del sancta sanctorum della cassa.

Una volta tanto, però, si dà ancora il caso di una sorpresa «vera». È il caso dei Romanzi in tre righe di Félix Fénéon, che Matteo Codignola ha curato per la «Biblioteca minima» di Adelphi (pp. 58, euro 5,50). Fénéon, chi era costui? Gli storici della letteratura e dell’arte lo conoscono come direttore della «Revue Blanche», centrale letteraria della fin de siècle (vi vennero lanciati i giovani Schwob, Jarry, Apollinaire e Proust), e come autore di un cruciale saggio sugli Impressionisti nel 1886. Uno che non scriveva quasi mai: ma che quando si decideva a metter mano alla penna non lasciava nessuno indifferente. (L’archetipo, insomma, di uno cui Adelphi deve molto: Bobi Bazlen.) Quando nel 1944 il vecchio Fénéon – con la sua discrezione da ectoplasma – prenderà congedo, Jean Paulhan, che aveva preso il suo posto di arbiter delle lettere francesi, deciderà di raccogliere i suoi scritti (volgarità cui mai l’aristocratico Fénéon si sarebbe abbassato). Continua a leggere “Jourdain, #2: Tante microscopiche bombe a orologeria”

Ripartire dal "Lenz"

Elena Frontaloni

A Macerata nasce una nuova casa editrice, la Giometti&Antonello. Il suo testo d’esordio è il Lenz di Büchner.

La storia è quella della pazzia dello scrittore Lenz (1751-1791), amico e rivale di Goethe e anima dello Sturm und Drang, ritratto in una splendida e incompiuta “novella” di Georg Büchner (1813-1837) mentre perde il senno tra i monti Vosgi, presso il rassicurante pastore Oberlin, dopo aver disquisito del rapporto tra arte e realtà e dopo aver toccato il disperante vuoto insufflato in uomini natura e cose intorno dalla morte certa di un dio che non fa nulla contro il dolore del mondo. E la tentazione è di definire questo libro anzitutto una magistrale prova d’editoria: per le scelte tecniche e dei contenuti, che recuperano l’autorevole noto e al contempo aggiungono importante materiale inedito, e per il dosaggio degli apparati e delle illustrazioni, che prendono grandi distanze dall’orpello e forniscono chiavi di lettura plurime, mai perentorie, dell’opera e della sua storia esterna. Ma il Lenz di Büchner pubblicato un mese fa come titolo inaugurale e paradigmatico della nuova casa editrice maceratese Giometti&Antonello non è solo questo. O meglio dimostra nel suo complesso, in un momento di crisi identitaria piuttosto drammatico per gli editori, come anche i libri più grandi – che spesso non sono i più noti, i più rifiniti dall’autore o ancora i meglio pubblicati nelle loro precedenti apparizioni – abbiano bisogno di qualcuno che periodicamente  li dia o restituisca al lettore per quel che sono: “grandi”, appunto, con qualcosa da dire al loro tempo come a quello di chi volta volta li legge nel proprio presente, anche per il tramite di operazioni culturali che dipendono in larga parte dalla capacità tecnica e di pensiero dei lavoratori dell’editoria.

Il Lenz in effetti è un oggetto di rilievo ma difficile da maneggiare: opera postuma (1839), forse edulcorata e senz’altro interrotta almeno nella revisione, è tutto sommato celebre, in termini assoluti e per la ricezione, tanto da rappresentare per molti l’inizio della scrittura letteraria moderna (Heiner Müller lo ha segnalato come “prosa del ventunesimo secolo”). Eppure Continua a leggere “Ripartire dal "Lenz"”

Il quarto incluso

Marco Giovenale

Un’esperienza recente ne conferma altre: un’esperienza in una stanza d’ospedale con quattro ospiti, di cui uno più o meno lentamente scivola nella follia, nella psicosi, effettiva, nominabile, certificabile, palese: con dialoghi immaginari, o fasi di catatonia alternate ad altre di forte emotività, falsi riconoscimenti, apostrofi, monologhi, canti, frasi appena mormorate, mugugni ad alta voce.

Gli altri pazienti, e noi parenti di questi, lungo tutta la sua discesa verso il semibuio o buio franco, onoriamo con scrupolo i doveri della più cortese convivenza, nutrendo/recitando il convincimento che tutto invece prosegua (e sia) invariato. Che sia possibile parlare con lui, il folle, come se niente fosse diverso, come parleremmo tra noi.

Ogni sua frase sconnessa o sconnessione tra frasi viene recuperata nel nostro discorrere, come battuta di dialogo normato o come conferma di altri argomenti, seri, sintatticamente legittimi. Eccetera.

Cosa fa usualmente il linguaggio umano, o meglio il processo di sociazione che anche o soprattutto nel linguaggio si esprime?

Cosa socializza, il linguaggio? Cosa mette in comune? Continua a leggere “Il quarto incluso”

Recensione a Alice Ceresa, "La morte del padre" (et al., 2013)

 Andrea Cortellessa

Si registra un curioso cortocircuito, in queste prime avvisaglie di cinquantennale del 63. Nella celebre foto di Ugo Mulas che vede Ungaretti, a Venezia, allegramente circondato dai neoavanguardisti, non è stato riconosciuto il volto luminoso di Carla Vasio (appena compiuti novant’anni e ancora in piena attività). E ci si ricorda che Edoardo Sanguineti, in un suo Atlante del Novecento, accolse cento intellettuali italiani. Cento maschi. Il Gruppo aveva un problema col femminile? Più verosimile che ce l’avesse, in generale, la cultura degli anni Sessanta… (si tende a dimenticare che il diritto di voto c’era da meno di vent’anni). Di certo manca, per la seconda avanguardia italiana, una ricerca simile a quella di Cecilia Bello Minciacchi sulla prima (Scrittrici della prima avanguardia, Le Lettere, pp. 506, € 38) o a quella pionieristica sulle arti visive, di Lea Vergine trent’anni fa, L’altra metà dell’avanguardia. Ma scrittrici importanti, al Gruppo, parteciparono eccome. In uno studio sulla narrativa del periodo (Prose dal dissesto, Mucchi, pp. 269, € 20), Massimilino Borelli ha dedicato due dei suoi dieci medaglioni – accanto agli Arbasino, ai Balestrini e ai Malerba – appunto a Carla Vasio e ad Alice Ceresa.

Nata a Basilea, morta a 78 anni nel 2001, Ceresa ha pubblicato Continua a leggere “Recensione a Alice Ceresa, "La morte del padre" (et al., 2013)”

Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)

Marco Giovenale

Quello che è stato sempre in evidenza (e ha rappresentato e rappresenta la ricchezza) del particolare timbro di voce della scrittura di Andrea Raos, trova una conferma addirittura paradigmatica nel compatto, breve testo i cani dello Chott el-Jerid, ospitato dalla collana ChapBook diretta da M. Zaffarano e G. Bortolotti per l’editore Arcipelago. In cosa consiste la natura esemplare del libro? Nel portare a un estremo di incandescenza tutte le punte solo apparentemente divergenti dell’arco di stili che Raos ha presenti e impiega: lirica d’aspetto lineare, felicità aforistica, microracconto, scrittura della crudeltà (che registrava un picco verticale nel precedente Le api migratori, Oèdipus, 2007), espressionismo in nessun caso gratuito, elencazioni, gioco linguistico. Tutte linee, queste appena citate, a cui si aggiunge una netta presenza di (e forse fede nel) paradosso, e nella contraddizione.

Partiamo proprio da quest’ultima marca stilistica (singolarmente sottolineata in questo caso). Il libretto – composto di prose e poesie – prende avvio da un testo che, pur sintetico, agisce precisamente da vero e proprio accumulatore di contrasti, asserzioni in guerra fra loro (ma non con la lettura che è comunque possibile darne): “racchiudeva il dolore all’esterno”, “implodendo, schiuso in sé”, “accanto e ritornavi, accanto e stavi”. L’appressamento all’area desertica del Chott el-Jerid, in Tunisia, e il fissarvi sguardo tanto attento quanto indugiante e però mobile (come da telecamera, come nel video dedicato al medesimo luogo da Bill Viola nel 1979), sono atti e assenze di atti che ben si attagliano alla “linea del sale”, all’aridità del dolore, del male, del pane altrui, e all’attraversamento della mancanza, di un affetto scomparso, che il testo di Raos sembra avere nel centro, lacuna nodale, non detta in pieno e – proprio per paradosso – sempre in apice, esposta. La sofferenza – entità costante e costantemente paradossale nel suo motivare la percezione disintegrandola – trova proprio in un “paradossale sirratte” il correlativo e oggetto allegorico pressoché ideale. (Il sirratte è un uccello che ha il paradosso inscritto fin nel proprio nome scientifico: syrrhaptes paradoxus). Quella che si profila è la scultura o incisione in effetti indelimitabile di una solitudine, in buona sostanza. Così è il deserto, coi suoi margini imprecisi. Il deserto come cangiante elemento installativo chiama dunque le parole ad appropriarsi del suo proprio senso non in veste di simbolo, o codice e sintesi già dati, ma come struttura allegorica prensile, capace di molti vettori di significato. Continua a leggere “Recensione a Andrea Raos, "i cani dello Chott el-Jerid" (Arcipelago, 2010)”

Antonio Porta. Fra prosa e poesia “nel momento della fuoriuscita totale”

Tommaso Di Dio

Parlare del rapporto fra prosa e poesia in Antonio Porta significa discutere di quella che potremmo chiamare, per usare un termine di origine sereniana, “una costante oscillazione”. Chi decida infatti di lasciarsi tentare dalla dicotomia di genere nell’analisi dell’esperienza artistica del nostro autore, si troverebbe a dover innanzitutto decidere se si voglia, o no, considerare prosa e poesia due generi distinti nell’opera di uno scrittore in cui la poesia sembra germinare dal cuore stesso della prosa e la prosa sembra essere l’orizzonte di tensione sotto il quale il verso si piega.

Del resto, l’abolizione di ogni confine, così come di ogni norma di decodifica predefinita, è proprio il baluardo sotto il quale l’esordio di Antonio Porta sembra immerso, aderendo, fin da subito, alla spinta riformistica della Neo-avanguardia. Tralasciando il giovanile e limpidissimo esordio (Calendario, 1956), la prima opera che pubblicherà con lo pseudonimo che lo renderà poeta sarà La palpebra rovesciata, nel 1961, medesimo anno in cui compare nell’antologia de I Novissimi. Cresciuto sotto l’egida anceschiana e nell’ambiente del “Verri”, gli anni che precedono l’esordio editoriale sembrano già presagire la nascita di un autore che intende fare della distinzione di genere una critica consapevole.

La palpebra rovesciata già presenta, infatti, caratteristiche di ispirazione che rimandano ad “eventi spesso desunti dalla cronaca”, rivelando una scrittura “radicata nella concretezza del mondo” che documenta “eventi bloccati nello loro immediata fatticità e allontanati da possibili rinvii metaforici e simbolici”[1]. É proprio l’abolizione del sistema metaforico e la superfetazione verbale, a discapito dell’uso nominale o aggettivale[2], che mostrano come, fin dalle sue prime prove, la ricerca di Porta si indirizzi verso un modello di scrittura fortemente innovativo, il quale rasenta la scrittura in prosa, sia nei modi di applicazione, sia nei luoghi da cui sorge. Continua a leggere “Antonio Porta. Fra prosa e poesia “nel momento della fuoriuscita totale””

Il pack della prosa s’avvicina. Durs Grünbein

Italo Testa

Cresciuto nel “ghetto della generazione perduta” della DDR, Durs Grünbein (1962), con il fulminante esordio di Zona grigia, mattina (1988), dava forma alla mitologia negativa di una giovinezza trascorsa a Dresda, “relitto barocco sull’Elba”, tra disillusione storica, distanza cinica e malcelato disprezzo dell’esistente. Trasferitosi dal 1985 a Berlino, dove assiste con soddisfazione sarcastica al crollo di un Impero come ad una rivoluzione passiva che lo coinvolge solo marginalmente ma lascia un profondo segno sul suo corpo-lingua, Grünbein diviene ben presto negli anni novanta l’esponente emblematico della nuova poesia tedesca della post-unificazione, mettendo a punto una formula espressiva che concilia la furia analitica di Benn con le diagnosi epocali sulla metropoli moderna del primo Brecht, il cosmopolitismo occidentale della Repubblica federale con il vento freddo della steppa che scorre sulle piane gelate della Germania Orientale.

A metà partita, titolo della fortunata raccolta con cui Anna Maria Carpi presentava nel 1999 al pubblico italiano un profilo complessivo della produzione di Grünbein sino alla fine del millennio, avevamo incontrato un poeta dotato di una sovrana padronanza della lingua e di una capacità associativa quasi prodigiosa, progressivamente incapsulata, dopo il libro di esordio, che scorreva ancora in una versificazione libera e allegoricamente frammentata, nella potente corazza formale e metrica di una “lingua-panzer”.

Magistero metrico-formale e vertiginosa erudizione connotavano e potenziavano il materialismo linguistico del primo Grünbein, il cui titolo più significativo, Lezione sulla base cranica (1991), denunciava un serrato confronto teorico con Georg Büchner, riguadagnato alla luce della recente rivoluzione neurobiologica. Il corpo quale punto di vista insostituibile, sia fisico che metafisico: un principio di individuazione avente il suo limite inferiore nella idiosincrasia fisiologica e il suo limite superiore nella lingua-corpo idiomatica della poesia. Continua a leggere “Il pack della prosa s’avvicina. Durs Grünbein”

Qualche giustificazione storica per il non-verso

Paolo Giovannetti 

Come spiegare l’enigmatica nota di Eugenio De Signoribus alla sua ultima opera, Ronda dei conversi (Garzanti, 2005), che è detta composta “di versi, nonversi e quasiprose”? Come giustificare Cronaca perduta di Tiziano Rossi che nel 2006 esce nella collana dello Specchio con una raccolta di sole prose, per giunta spesso simili a racconti? E che dire di un libro come Versi del malanimo (sempre Specchio, ora 2007), di Mario Santagostini, che a dispetto del titolo contiene un numero nient’affatto esiguo di prose prive di ogni intima scandibilità? Ha ragione in effetti Lelio Scanavini quando nel fenomeno della poesia in prosa (e fa davvero piacere rilevare che l’etichetta solo in parte coincidente, in realtà ingannevole, di “prosa poetica” comincia a essere abbandonata) coglie un’evidente emergenza della poesia italiana recente e recentissima, una soluzione ritmica o antiritmica che appare, oggi, sempre più necessaria. E tuttavia le domande restano: in che modo si è giunti a trattare con naturalezza un istituto con ogni evidenza ossimorico, contraddittorio, com’è appunto quello che costringe a fare i conti con l’esistenza di un genere di discorso (la poesia) per contratto in versi, e tuttavia realizzato senza i versi?

A volere essere sintetici, la storia della poesia occidentale suggerisce per lo meno tre temi,  ci permette di dare qualche risposta a partire da tre grandi episodi. Continua a leggere “Qualche giustificazione storica per il non-verso”

Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)

Marco Giovenale

Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.

Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.

Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta Continua a leggere “Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)”

Il cinismo estetico di Alessandro Broggi

Antonio Loreto

 Alessandro Broggi, presente in diverse antologie e in volumi collettanei, è autore di quattro plaquette nonché di una delle sezioni di Prosa in prosa, il “fuoriformato” di Le Lettere (se n’è parlato sul “verri” n. 43) che nel 2009 radunava parte del lavoro non in versi dei sei curatori del sito di ricerca artistica e letteraria <gammm.org>: Gherardo Bortolotti, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Andrea Raos, Michele Zaffarano, e appunto Broggi[1]. Per il quale la prosa non è solo una delle due forme di scrittura da praticare (l’altra è la quartina, come in Total Living, del 2007, e come in questo Coffee-table book, uscito alla fine dell’anno passato per la collana “Inaudita” di Transeuropa), ma è piuttosto l’orizzonte estetico di riferimento, al di là delle forme. Perché infatti all’autore ciò che interessa è la dimensione estetica orizzontale, lo schiacciamento di tutte le punte espressive, la riduzione a zero del tropo complessivo della scrittura letteraria, allo scopo di scagliarsi non tanto (o non soltanto) contro la poesia più tradizionale quanto contro l’uso comune corrente massmediatico del linguaggio, secondo l’attitudine critica del primo Balestrini, esplicitamente delineata con lo scritto Linguaggio e opposizione. Secondo quell’attitudine, certamente, ma anche secondo un opposto vettore: Continua a leggere “Il cinismo estetico di Alessandro Broggi”

“Dentro i ferocissimi mali del mondo”. Sulla poesia di Andrea Inglese

 Fabio Moliterni

 

Nel precisare i contenuti del suo percorso di ricerca estetica, Roland Barthes annotava in un saggio del 1968 (L’Effet de Réel, in Il brusio della lingua) la presenza nei testi realistici di «residui irriducibili» all’analisi funzionale, che «denotano quella che per solito viene chiamata “realtà concreta” (piccoli gesti, sensazioni transeunti, oggetti privi di valore, parole ridondanti)». E concludeva: «La “rappresentazione” pura e semplice del “reale”, il suo mero riportare “quello che è” (o è stato) appare così come una resistenza al senso». L’illusoria riproduzione dell’esistente, alla base delle poetiche realistiche, si dà per Barthes nella tensione all’esatta conoscenza della realtà esterna e, insieme, nella resa opaca e sterile di quella indefessa attitudine fenomenologica. I «residui irriducibili» alla possibile cattura di significato – «piccoli gesti, sensazioni transeunti, oggetti privi di valore, parole ridondanti» – si presenterebbero come cascami inerti o statici «effetti» di reale, avviluppati senza scatti nella ripetizione dell’esistere. Il portato più consistente di quelle poetiche sarebbe da rintracciare in un impoverimento sostanziale del senso: destino e sbocco inevitabili di una rappresentazione mimetica dell’essere che, per dirla con Gadda, si limita ad assicurare, della realtà, la mera definizione del suo «morto corpo», «il residuo fecale della storia». È la dialettica irrisolta tra percezione e rappresentazione, parole e cose, codice letterario e realtà fenomenologica (ordinaria e «infra-ordinaria»), al centro della riflessione estetica della modernità e sfondo teoretico della poesia di Inglese.

Continua a leggere ““Dentro i ferocissimi mali del mondo”. Sulla poesia di Andrea Inglese”

Un "informale freddo". Note da una lettura di Fortini (2004)

 Marco Giovenale

 

1.

Franco Fortini ha scritto, con I cani del Sinai, un testo d’avanguardia? Probabilmente sì, anche se l’autore avrebbe certo rifiutato l’azzardo di una definizione simile (e si vedrà presto, quattro righe avanti, da un suo tocco polemico e ironico).

Quelle pagine avevano la pretesa dichiarata di «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee, insensibili alla luce normale. La forma autobiografica, dovrebbe capirlo anche un critico di avanguardia, non è che modesta astuzia retorica. Parlo anche dei casi miei perché certo che anche miei non sono. Della mia “vita” non me ne importa quasi nulla» [1]

Non sostengo che un finalismo (come quello che presiederebbe a una fantomatica usefulness della letteratura) controlli o pre-scriva la elaborazione di un libro come I cani del Sinai. Ma certo un intento conoscitivo si forma durante la costruzione materiale del testo, l’itinerario che immagina. Allora in Fortini il «suggerire l’esistenza di alcune macchie lutee» significa cercare non una illuminazione di parti non chiare in una storia dolorosa che è di tutti e di un individuo, né forse la delimitazione del loro perimetro, ma semmai l’operazione di offrire o ricomporre l’esperienza-certificazione del fatto che esse esistono. E fanno resistenza. (In ciò che è reale). (Eco parlerebbe di linee di resistenza dell’essere).

Nei Cani si vede in azione non un realismo, né una costruzione allegorica, o anzi puramente memoriale, né la narrazione dei fatti del ’67; non l’architettura del pamphlet politico. Il Fortini che sul piano religioso negli anni di discriminazione razziale e guerra era «costretto ad aprirsi sui due versanti delle cose invisibili»[2] non è – scrivendo – schiacciato in un angolo di dualismo di forme. (Ammesso che nella fede lo fosse). Allora I cani del Sinai è un testo d’avanguardia anche perché dimostra che ci si può misurare con la violenza del tempo (storico) senza impedirsi di imporre al tempo una forma che non è la sua. Continua a leggere “Un "informale freddo". Note da una lettura di Fortini (2004)”