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Recensione a Andrea Inglese, “Quello che si vede” (Arcipelago, 2006)

Gherardo Bortolotti

La raccolta si basa su un’evidente istanza di sintesi che risulta però sistematicamente dimidiata, diroccata. Il titolo, con l’apparente chiarezza del suo senso, ne è la cifra perfetta, tematico e rematico insieme, soprattutto una volta che ci si sia accorti che “quello che si vede”, quell’ovvia evidenza, è solo “quello che si vede”, solo una parte delle cose. Solo la superficie, cioè, e non una loro supposta essenza, e nemmeno la superficie completa, esaurientemente esplorabile. A conti fatti, è solo un qualche limite dell’occhio, un suo specchio.

Nel succedersi dei pezzi, si fonda un punto di vista e, quindi, ci si trova coinvolti in quella che si suppone essere un’operazione “forte”. Ma, appunto, alla vista ci si limita e, cioè, alla superficie: una superficie che si disfa in mille drappeggi, ornati, imperfezioni. Insomma, si dà luogo ad una presa visione che si rivela però irresolubile, essenzialmente incompleta: interminabile, cioè, per la natura specchiante e, quindi, perversa della superficie (v. testo 8: « Di qua stanno i limoni / […] Io colgo / le loro bucce deformi, strizzate, / guardo nei vani dov’era il succo, / guardo il loro piccolo vuoto / negli occhi »). Su questo tema, può essere un buon vademecum una citazione da Calvino ( Palomar. 2.1.1. Dal terrazzo ) che avrebbe funzionato benissimo da esergo: « Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, – conclude, – ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile ». Si noti, però, che l’esergo della raccolta è diverso: una citazione da Ghérasim Luca (« Je ne vois personne, je ne vois rien, je n’ai jamais rien vu. Plus j’y réfléchis, moins je vois des choses, et moins je vois des choses, plus elles me font frémir ») che ci illustra anche una dimensione ulteriore, una specie di cognizione negativa, che consuma e che ci ripiega su noi stessi, a vedere il nostro riflesso sulle superfici che percorriamo.

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