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Pia Pera, Al giardino ancora non l'ho detto

Raffaella D’Elia

“A primavera la vita è spingere. I bulbi da sottoterra spingono per uscire alla luce del sole. Le gemme premono, escono dalla corteccia che si ammorbidisce per permettere loro di farsi strada, di trapassarle, di aprirsi. Le gemme spingono, spingono, disserrano le prime scaglie. (…) Sul gelso sono tante piccole more vedi che forse si apriranno poi in piccoli fiori. Questa è la primavera, è la vita”. Pia Pera isola l’esperienza della malattia che le cade addosso  e ne ricava una bussola con cui, al netto della mancanza di forze, delle gambe che cedono, della fatica nel movimento, ridisegna il suo mondo. Non può che avvenire nel segno di una riscrittura della propria vita e di ciò che la rende tale: la natura, la botanica, i fiori, il giardino. Al giardino ancora non l’ho detto  (Ponte alle Grazie, 2016) porta il titolo di una poesia di Emily Dickinson, e si muove fra diario intimo, frammenti di una quotidianità lieve e feroce in cui di fronte alla natura, l’indagine sul mistero dell’esistenza si fa se possibile ancora più incandescente. Gli spazi coltivati, quelli incolti, quelli selvaggi: l’intervento di una mano che tutto ordina o lascia crescere in un disordine buono, creativo, produttivo, si aprono davanti all’autrice in un paesaggio allegro, doloroso, fatale. Come possono convivere i susini, i cedri, i limoni, le violette, la bellezza faticosa della natura che nasce e muore con l’impossibilità di chi li cura di continuare a farlo, un domani?  Continua a leggere “Pia Pera, Al giardino ancora non l'ho detto”

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Clarice Lispector, l'accidente del vivere

di Raffaella D’Elia

Il  mondo di Clarice Lispector, la visione da cui riemerge “come in trance” la scrittrice brasiliana originaria dell’Ucraina, non può che vivere di dettagli, particolari, occhiali dalle lenti sgranate al massimo, perché  tutti i frammenti di un paesaggio muto, opaco, possano risaltare, e sopravvivere alla loro stessa natura labile, fragile. Non potrebbe essere altrimenti, forse: perché il nucleo della sua indagine esistenziale ed artistica, il suo ferro da battere e mantenuto caldo  fino alla morte, il Destino umano indagato nei suoi vibrati più soavi, atroci, rischierebbe di annacquare lo sguardo, e rendere ogni individuo sostituibile all’altro, ogni condizione sovrapponibile o facilmente riducibile a un’altra. Continua a leggere “Clarice Lispector, l'accidente del vivere”