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Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)

Fabio Zinelli

Dei tre tempi del libro, è l’invenzione geniale del primo che, oltre a dare il titolo all’insieme, pone le regole per la lettura di tutto il meccanismo, una sorta di giuoco dell’anitra, se pensiamo al sanguinetiano giuoco dell’oca, e che di sanguinetiano porta l’impronta forte dell’autore come grande burattinaio del caos. Il poeta/narratore, perché proprio di questa istituzione letteraria si tratta, si trova all’interno di una grande anatra cotta, luogo ad alto potenziale simbolico e accompagnato da due altri personaggi: «Siamo dentro un’anatra cotta / come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta / io Minnie e il guardiano notturno». È il cronotopo di tutta la prima parte, intitolata e firmata: «Le mie meditazioni di A. I.». La consistenza e le possibili simbologie dell’anatra si svelano per gradi ma con precisione. Disossata da una mano invisibile, l’anatra rappresenta una possibile utopia («da millenni non pensavo più all’innocenza / qui le istituzioni sono pochissime / a tutte le ore mi posso masturbare volendo»), da subito però imperfetta dato che, come sottolinea C. Bello Minciacchi nel ‘racconto critico’ che accompagna il testo, non vi sono azzerate le differenze sociali: «Il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese […] ogni volta che lo incontro cerco di capire / se siamo in un punto qualsiasi della lotta di classe // quanto riuscirà a guadagnare lo stronzo? / sono sicuro che nell’anitrone lo pagano bene». La figura femminile è termine medio e oggetto delle mire sessuali dei due: «Minnie ci gira intorno quatta come una gatta svogliata / nel suo caso direi: razza giamaicana livello educativo piccolo-borghese». Continua a leggere “Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)”

Recensione a Andrea Inglese, "La grande anitra" (Oèdipus, 2013)

Raoul Bruni

Nella nota d’autore che si legge in appendice a La grande anitra, Andrea Inglese rivolge queste parole al proprio pubblico: «Lettore, tu puoi leggere il libro come vuoi, come se si trattasse di poesie messe assieme, ad esempio. Io volevo raccontare una storia, che non ho avuto la pazienza di raccontare. Ne è venuto fuori questo libro, a tre voci. L’anitra sembrava una piega spaziale e temporale sufficientemente propizia: alla meditazione, alla visione, al poetare». L’autore fornisce in tal modo un’essenziale chiave di lettura per accostarci a una raccolta poetica complessa e polifonica, costruita attorno ad un’immagine, o meglio, ad un emblema, quello dell’anitra intitolante, che si presta, credo volutamente, alle più varie interpretazioni. Del resto, lo stesso fatto che il libro sia stato scritto e concepito come un’opera tre voci lo sottrae ad una lettura monolitica. Le tre voci che parlano nelle altrettante sezioni («Le mie meditazioni di A. I.», «Le mie visioni di Minnie» e «Le mie poesie di Guardiano Notturno»), infatti, sono dotate ognuna di un proprio timbro e di una propria modalità stilistica autonoma (diversi sono anche i ceti sociali di origine: «il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese», recita una delle meditazioni in versi di A. I.), pur nell’ambito della generale complementarità delle tre voci, che rende il libro, in definitiva, compatto. Da sottolineare, a questo proposito, il fatto che in tutti e tre i titoli delle sezioni compaia l’aggettivo «mie», quasi a voler ulteriormente rivendicare una irriducibile autonomia delle tre voci. In tal senso, se, come ricorda giustamente Cecilia Bello Minciacchi, il vocabolo meditazioni, sembra rinviare alle classiche Meditazioni metafisiche di cartesiana memoria, la ricorrenza dell’aggettivo possessivo non può non far pensare allo Zibaldone di Leopardi, chiamato dall’autore, nell’indice autografo del 1827, «il mio Zibaldone di pensieri». Al nostro massimo poeta-pensatore moderno fa inoltre pensare l’intrecciarsi, nella Grande anitra, della dimensione filosofica (delle meditazioni di A. I., in specie), con la dimensione più propriamente poetica (delle poesie del Guardiano Notturno); alle quali, però, Inglese aggiungere anche una terza dimensione: quella visiva (in particolare, delle visioni di Minnie, prose poetiche scritte in forma di quadro; ma in tutto li libro l’aspetto visivo è fondamentale, tant’è che ogni sezione è preceduta da immagini in bianco e nero del’anitra).
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Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)

Cecilia Bello Minciacchi

Dolore e data dell’evento sono tutti calati in parole, in lettere: Come una lacrima (duemila uno) è il titolo con indicazione cronologica dell’ultimo libro di Federico Scaramuccia, vincitore della V edizione del Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo. Inconsueta l’indicazione dell’anno in lettere e non in cifre, a renderlo numero più che data, e come numero potenzialmente più aperto a una varietà di interpretazioni (a un terribile mutare, rinnovarsi in altro numero). Eppure è proprio un anno, il 2001 epocale, e il mese è settembre, e il giorno l’11. E il punto quello in cui d’improvviso «qualcosa macchia il cielo / buca l’azzurro lasciando una traccia». L’effetto è il crollo, l’implosione delle Torri, la traccia è ustoria. Non servono immagini al libro di Scaramuccia: tutto qui è risolto verbalmente; altri testi, commemorativi (e questo di Scaramuccia non lo è), hanno fatto ricorso, ancora una volta, a filmati visti, usurati, depotenziati. Come una lacrima, che riflette sui media, sulla manipolazione del dolore in chi osserva, accresciuto esponenzialmente attraverso il dolore degli altri, si affida interamente alla struttura e al dettato poetico ferreo, ossessivamente controllato. Si fonda sulla sola parola, e spesso ricorsiva, reiterata. È stata la lente d’un obiettivo a “passare” tutto il sovrabbondante materiale visivo sull’attacco alle Torri; la lacrima è dunque una secrezione dell’«occhio televisivo», anzi, «è la “macchina da presa” per eccellenza», si legge in calce nella Nota d’autore, è «un’impalpabile boule de neige (o snowdome) che tiene in scacco la globalità. […] Un “grande vetro” grandangolare che espone il dolore facendone uno strumento di controllo». Non può che soccorrerci, qui, il libro di Susan Sontag, Davanti al dolore degli altri, con le sue problematiche interrogazioni su guerre servite «in forma di immagini», su quali crudeltà ci vengano mostrate e quali invece «non ci vengono mostrate», sul fatto che una fotografia «non è mai solo il trasparente resoconto di un evento». Se, come scriveva Sontag, le fotografie delle vittime di guerra sono «una sorta di retorica. Reiterano. Semplificano. Scuotono. Creano l’illusione del consenso», ancor più “efficaci” sono i filmati di guerra trasmessi in diretta, fin dal primo conflitto del Golfo, ed efficacissima poi, l’11 settembre 2001, quell’«ipertrofia del pathos, per così dire “montato a neve”, tanto da indurre (al)l’orripilazione», postilla Scaramuccia.

Come una lacrima adotta una soluzione binaria: Continua a leggere “Recensione a Federico Scaramuccia, "Come una lacrima" (d'if, 2011)”

Recensione a Giulia Niccolai, "Il grande angolo" (Oèdipus, 2014)

Fiammetta Cirilli

Il primo dei testi rari del Novecento letterario riproposti nella collana à rebours, diretta da Cecilia Bello Minciacchi per l’editore Oèdipus, è Il grande angolo di Giulia Niccolai: «romanzo limbo», come lo ha definito per un ventennio l’autrice; oppure – è sempre Niccolai a suggerirlo nella nota che chiude/commenta il libro a quarantasette anni dalla sua uscita – sorta di «confessione» (p. 189), frutto dell’incastro di frammenti di vissuto molto distanti nel tempo e nei luoghi, sì, ma anche ben “distanziati” rispetto a una eventuale prospettiva di racconto piattamente autobiografica. Il grande angolo, scritto e pubblicato la prima volta in piena stagione di sperimentalismo, per troppe ragioni non può del resto che sottrarsi a modalità canoniche di narrazione: per il contesto letterario di origine, appunto, come pure per le ragioni a monte della scelta dell’autrice – in precedenza, fotoreporter – di tentare la scrittura letteraria. Ancora, per l’incidenza – dichiarata – che su Niccolai ha esercitato un antecedente come Barcelona di Germano Lombardi. «Da parte mia, dopo dieci anni di lavoro come fotografa […] desideravo impegnarmi anch’io nella scrittura, in una scrittura letteraria, non giornalistica […]. Mi chiedevo quale potesse essere una scrittura attuale, non banale, in sintonia con il momento» (pp. 169-70), spiega Niccolai. Che individua poi nello sforzo di ridurre l’io fino ad annullarlo – giusta la lezione dell’École du regard – l’elemento più coinvolgente (e più significativo da riprendere/rielaborare/riproporre) del libro di Lombardi: Continua a leggere “Recensione a Giulia Niccolai, "Il grande angolo" (Oèdipus, 2014)”

Da Leibniz all’asfalto: "I mondi" di Guido Mazzoni (Donzelli, 2010)

Diego Bertelli

C’è una parola ne I mondi di Guido Mazzoni (Roma: Donzelli 2010, pp. 66) che non riesce a passare inosservata; si tratta di «monadi». Non solo per l’implicito richiamo a Leibniz, il sostenitore del «migliore dei mondi possibili», ma anche perché monadi, usata al plurale, sembra un’estensione del titolo, una sua correzione di senso. «Sostanza semplice che entra nei composti», secondo la definizione dello stesso Leibniz, la monade è la condizione del molteplice che si rivela attraverso la singolarità degli elementi. Erede dell’atomo democriteo, essa appare sin dal primo componimento de I mondi e proprio con l’atomo si lega: «Ricordo sempre più spesso gli atomi compiuti / la vita presso di sé / così perfetta nelle monadi» (Questo sogno, p. 13). È dunque la dimensione del ricordo quella che caratterizza I mondi; ricordo preso nel suo numero singolare, il cui monadico nitore riconduce lo sguardo indietro nel tempo, a una sua purezza possibile, perché I mondi sono anche questo: i «puri» momenti di una vita che appare spesso ingiusta nel suo svolgimento, così come lo è ogni discorso sul passato.
Sin dalle citazioni in esergo, Mazzoni sa che ricordare richiede attenzione: da una parte, bisogna, secondo la prospettiva di Kafka, «vedersi come una cosa estranea, dimenticare quello che si vede, mantenere lo sguardo», poiché il cuore, quando è «messo a nudo», subisce sempre contaminazioni continue. Dall’altra, è necessario tenere a mente il fatto che «vivere e essere ingiusti sono una cosa sola». Specie questo secondo memento nietzscheano, tratto dal saggio Sull’utilità e il danno della storia per la vita, è però soggetto a una correzione: laddove il filosofo tedesco afferma la necessità di far violenza al passato, traendolo «innanzi a un tribunale, interrogandolo minuziosamente e alla fine condannandolo», poiché «ci vuole molta forza per poter vivere e poter dimenticare», Mazzoni sostituisce il senso critico. È pur sempre un «processo» quello che avviene, sebbene indotto e non dogmatico, come nel caso di K. Mazzoni «procede» compiendo stazioni, che sono non a caso anche stagioni della vita; a volte assumono la forma di tappe e passaggi, estensioni (Prato Est, Parcheggio, Luxembourg, Rogoredo, AZ 626, Rettilineo Dearborn Bridge), di spazi ben oltre il dominio della dimensione (Questo sogno, Il cielo, La forma del ricordo, Territori, Superficie, Gli esseri), di tempi interni ed esterni (Quando si smette di cercare, Gli anni, Bambino, L’istante che è appena trascorso, Generazioni). Continua a leggere “Da Leibniz all’asfalto: "I mondi" di Guido Mazzoni (Donzelli, 2010)”

Recensione a Luigi Socci, "Il rovescio del dolore" (Pequod, 2013)

Andrea Cortellessa

In copertina – così discreta da poter passare per un logo astratto – c’è un’immagine che vale invece, per il libro, come un’impresa perfetta. Una caffettiera rossa, dipinta col sussiego anodino di Magritte, che ha però manico e beccuccio dallo stesso lato.

La Caffettiera per masochisti fa parte degli Oggetti introvabili dell’artista francese Jacques Carelman: oggetti non solo antifunzionali ma deliziosamente persecutorî (una clessidra a ciottoli che non passano per il suo collo; un martello ricurvo su se stesso; una poltrona fatta di tubi di termosifone; una sedia a dondolo che dondola da destra a sinistra – eccetera).

Così è la scrittura di Luigi Socci, quarantasettenne marchigiano: masochista perché nel rovesciare il fiotto bruciante dell’esistere, ben lungi dal liberarsene, se lo versa ogni volta addosso. La prima volta che lessi suoi versi (poi apparsi, nel 2004, anche sull’Ottavo quaderno di poesia contemporanea curato da Franco Buffoni, con presentazione di Aldo Nove) fu addirittura sedici anni fa: e che solo ora venga alla luce l’opera prima la dice lunga, circa il Socci, tanto nell’antifunzionalità quanto nell’(auto)persecuzione. Continua a leggere “Recensione a Luigi Socci, "Il rovescio del dolore" (Pequod, 2013)”

Dall’"inconclusione" la sola compiutezza. Recensione al "Faldone" di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto, 2012)

Marco Giovenale 

Recensione a
Vincenzo Ostuni, Faldone zero-venti. Poesie 1992-2006,
Ponte Sisto, Roma 2012, pp. 272. Postfazione di A.Inglese

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Testo inesauribile, sempre ripreso e rielaborato dunque nuovo, nastro sovrainciso, il Faldone di Vincenzo Ostuni (in edizione Faldone zero-otto presso Oèdipus, 2004; poi in rete in fieri in files separati: www.faldone.it) esce ulteriormente variato, e non solo accresciuto ma “più che raddoppiato”, come Faldone zero-venti, nella nuova collana Quaderni di poesia del Caffè illustrato, dell’editore Ponte Sisto.

Qualche anno fa parlavo della poesia di Ostuni come inquadrabile (con altre scritture) entro continue – e non pacificate – contrattazioni e appressamenti a una sorta di patto linguistico di visibilità e dicibilità del mondo (dato come intreccio, ostinato e riprovato) fra contraenti in verità indefinibili, inafferrabili per tradizione ormai secolare – riandando a due nomi che aprono anzi spalancano il Novecento: l’inventato Chandos e l’inventariante Wittgenstein (quest’ultimo citato da entrambi i prefatori dei due faldoni: Gabriele Pedullà e Andrea Inglese). La situazione di patto mancato (e di manque del collante sociale, linguistico) – di contesto che si afferra e insieme sfugge e si sfalda – è proprio tematizzata frontalmente da Ostuni come flusso verbale ininterrotto, sinusoidale, di ricerca-dubbio-ricerca, entro la cornice costante data dalla forma dialogica / monologica (indistinguibili le due, annota Inglese). Continua a leggere “Dall’"inconclusione" la sola compiutezza. Recensione al "Faldone" di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto, 2012)”

Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Perdura diretto e scabro, il piglio di Jolanda Insana, e acre lo «sciarroso risentimento» che da sempre abita i suoi versi. La poesia, per lei, è un gesto brusco che non lascia spazio a lusinghe; il dire è dialogo serrato, più spesso scontro inconciliabile, che provoca e spiazza. Sono «versi arrochiti» quelli di Turbativa d’incanto, che raccoglie poesie dal 2003 al 2010 (Garzanti, pp. 131, € 16,60), versi pronunciati da «voce scura di contralto». Vengono in scena, si espongono come manovra illecita, reato: la “turbativa d’asta” dello splendido titolo, amplificata semanticamente dall’incanto che ha significato secondo e getta luce all’indietro, rendendo “turbamento” la turbativa. E se d’incantamento non si può parlare, se le trame indebite si fanno più fitte, allora s’impone e spadroneggia il reale, spoglio d’ornamento e d’inganno. La prima sezione, Le foglie del decoro, col suo dettato aspro «tra mine e minareti» nella «Valle delle grida», si muove in una desolazione assoluta – «la luce è malata / internamente fratturata // malati i campi / malati gli animali» – e si chiude con uno smascheramento che lascia alberi attorti e pietrificati, luttuosi e infecondi: «caddero alla prima sciroccata / le foglie d’oro del decoro affettato / e dai rami ingrovigliati pendono / cartigli anneriti di terribili vergogne / bacche svuotate / ovai senza semi».

I dialoghi che costituiscono alcune sezioni del libro sono alterchi, sciarre in dialetto Continua a leggere “Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)”

Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)

Marco Giovenale

Dopo un lavoro di oltre dieci anni di ricerche, viaggi in Italia, traduzioni, revisioni e confronti, letture e dialoghi, studio delle poetiche e della critica, consultazioni e raffronti in archivi, Jennifer Scappettone offre al lettore anglofono una straordinaria messe di testi di Amelia Rosselli, sotto il titolo complessivo (e rosselliano) di Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli, che l’editore (Chicago University Press) ha il merito di aver accettato di pubblicare con testo a fronte, permettendo dunque al volume di continuare il dialogo interlinguistico (anzi il nodo di dialoghi) che di fatto già è una radice forte dell’immaginazione e della poesia rosselliane.

Scappettone, poeta lei stessa (principalmente in inglese), e autrice in grado di dominare e intendere in ogni sfumatura l’italiano ereditato e vissuto, è la traduttrice ideale di una scrittura densa e internamente/intrinsecamente molteplice come quella di Rosselli.

Locomotrix, dopo un’Introduzione attraverso cui la curatrice affronta un’attenta, dettagliata disamina del percorso biografico dell’autrice, scandendolo con puntuali interpretazioni dei libri di volta in volta usciti, presenta Continua a leggere “Su “Locomotrix. Selected Poetry and Prose of Amelia Rosselli” (traduzione e cura di J.Scappettone, University of Chicago Press, 2012)”

Recensione a Carlo Bordini, "I costruttori di vulcani" (Sossella, 2010)

Marco Giovenale

Il libro di Carlo Bordini I costruttori di vulcani (Luca Sossella Editore, pp. 496) raccoglie sostanzialmente tutte le sue poesie, uscite presso vari editori dal 1975 a oggi. Lo accompagnano una bella nota di Roberto Roversi e una non meno bella prefazione di Francesco Pontorno.

Bordini non è ‘poeta a contratto’, inquadrato in un ruolo, iper-presente, sovraesposto: anzi per molti anni non ha pubblicato (quasi) nulla. Ha – inoltre, e semmai – fatto politica, da militante, fuori partito, fuori solco. E ha insegnato Storia moderna all’università; ha scritto anche prosa, come i romanzi Manuale di autodistruzione (Fazi) e Gustavo. Una malattia mentale (Avagliano), e la raccolta di frammenti Pezzi di ricambio (Empiria). Semplicemente, ha vissuto – contrastando per quanto possibile la deriva (in)civile dei tre decenni italiani ultimi. (Con la coscienza che i precedenti, di fatto, ne erano fondazione).

La poesia in incipit di Costruttori di vulcani  termina con l’ironia amara di un riferimento all’«analisi di gruppo». Segnale netto. È quasi come se Bordini ci dicesse: foto di gruppo: «…questa discesa negli abissi / profondi di se stessi / l’analisi – l’analisi di gruppo». Il volume è dunque anche una fotografia abissale degli anni tra il 1975 e il 2010, appunto: molte pagine suggeriscono o raccontano la realtà della finis Italiae, nera. Allo stesso tempo, in virtù del sale antigrazioso delle poesie, degli scatti su interni e gesti e visi, attraversiamo quegli (=questi, nostri) anni giovandoci della compagnia di una comunità fotografata – a colori – fatta di comparse e silhouettes e autori e attori e folli selvaggi della piccola metropolis capitale. Non ci lasciano soli a osservare la china. Continua a leggere “Recensione a Carlo Bordini, "I costruttori di vulcani" (Sossella, 2010)”

Postmoderno postsovietico

Stefano Garzonio



Un’idea della letteratura come pratica della resistenza morale, spirituale, ma anche fisica: resistenza ai cataclismi della storia, alla violenza della quotidianità, ma anche alle insopportabili condizioni climatiche e sociali del continente eurasiatico, resistenza ai condizionamenti dell’ideologia prima, e del mercato poi, alle rigidità della lingua, ma anche alla temperatura, alla fame, alla consunzione. È questo il filo da cui sono legati idealmente due libri che, usciti quasi contemporaneamente, aiutano a comprendere meglio il sofferto rapporto tra scrittore e potere nella cultura russa degli ultimi decenni, dalla stagnazione alla perestrojka, dalla Russia di El’cin a quella di Putin.

Il primo, Letteratura russa contemporanea di Mario Caramitti (sottotitolo – appunto – La scrittura come resistenza), uscito da Laterza, farà la gioia di molti, specie di coloro i quali vogliano accostarsi al mondo letterario russo dall’interno, facendosi strada nel suo coacervo di carne, midollo e liquidi. Chiuso in sé e incurvato, quasi volesse difendersi dal mondo in una corazza a mo’ di testuggine, pronto a nascondere la testa, ma capace di non lasciare la presa quando la sua mandibola afferra qualcosa, il libro di Caramitti non ha il respiro della storia letteraria (non è certo un manuale, privo com’è di apparato e di un impianto «didattico e scientifico»), ma ha l’acuto sguardo del rapace che individua e afferra quanto c’è di più vitale per poi sezionarlo, spolparlo, mostrarlo in tutta la sua vitale perfezione e poi plastificarlo in una galleria di installazioni.

Le vie clandestine del samizdat

Ed ecco sfilare una sequela di opere e autori in un lasso di tempo reso convenzionale dalla precipua percezione dello scorrere russo dei giorni e degli anni: il bezvremen’e, l’assenza di tempo, della stagnazione brezhneviana, quando la scrittura è destinata a restare esercizio ignoto, quasi monastico, o diffuso per le vie clandestine del samizdat, per giungere agli anni dell’implosione del regime e poi oltre fino alla nuova Russia Continua a leggere “Postmoderno postsovietico”