Tag: romanzo in versi

Franco Buffoni, "Jucci" (Mondadori, 2014)

Stelvio Di Spigno

Jucci è un libro struggente, quasi un’altra pagina rispetto al Profilo del Rosa (2000), che pure appartiene a quella corda lirica da Buffoni accarezzata in modo tanto originale, senza cadere nei tranelli della lirica. L’ho trovato subito affabile, come se l’urgenza di ricordare e quella di raccontare si fossero fuse in un solo unico intento creativo. Le poesie non sono mai state così delicate e insieme definitive, con finali perfetti, chiusure nette, espressioni icastiche, eppure ricchissime di evocazioni, di sentimento, di pietà. Continua a leggere “Franco Buffoni, "Jucci" (Mondadori, 2014)”

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Recensione a Francesco Targhetta, ''Perciò veniamo bene nelle fotografie'' (Isbn Edizioni, 2012)

Silvia De March

Diciamo subito i meriti prima di prendere le distanze dal mainstream acclamatorio.
Francesco Targhetta si inserirà serenamente in un filone di letteratura originariamente industriale, che risale a Ottieri, Bianciardi, Parise, e che trova poi forme di aggiornamento rispetto ai cambiamenti economici, con esiti alterni, con Aldo Nove, Murgia, Venturini, etc.. Il suo romanzo in versi è una fotografia precisa di alcuni status generazionali, riconducibili all’evidente attrito tra una forma mentis impreparata e l’attuale mercato del lavoro e del consumo. Registra una mutazione antropologica, colta con maggior visibilità dal punto di vista di una provincia estrema dell’impero: la geografia si ritaglia tra una città provinciale come Treviso, la sua profonda periferia e un polo (Padova) di una metropoli diffusa che di metropolitano ha soltanto il cemento. In questo triangolo il passaggio repentino da una civiltà contadina all’industrializzazione e poi la piroetta alla terziarizzazione e alla finanza creativa hanno innescato dinamiche a velocità parallele, generando scompensi di immaginari e valori: le contraddizioni urbanistiche, ben descritte dallo sguardo in moto perpetuo di un pendolare ferroviario, sembrano riflettere paesaggi interiori profondamente dissociati. O perlomeno frammentari, quanto individualizzata è l’esperienza di ciascuno, estromesso da un qualsiasi tessuto comunitario, se non aggregazione amicali temporanee o legami familiari preconfezionati. A tratti Targhetta sembra anche assumere le vesti di un Pasolini dei giorni nostri, condizionato da un’educazione cattolica che ha perpetuato modelli di rigidità morale controproducenti, anacronistici rispetto alla secolarizzazione freudiana. Il senso di colpa segue come un’ombra il protagonista, una sorta di percezione persecutoria che istituisce un ruolo vittimistico, in quanto eredità tanto del catechismo, quanto dei padri. Questi ultimi, astratti e incombenti da una loro diversità ontologica e paradigmatica, sono una presenza latente, contigua come un’altra era ma non comunicante, eloquente in sé senza un dialogo possibile. Continua a leggere “Recensione a Francesco Targhetta, ''Perciò veniamo bene nelle fotografie'' (Isbn Edizioni, 2012)”

Recensione a Stefano Dal Bianco, "Ritorno a Planaval", Mondadori 2001

Stelvio Di Spigno

Riprongo e archivio su P.C. questo pezzo scritto in occasione della pubblicazione di Ritorno a Planaval di Stefano dal Bianco. Le categorie utilizzate sono quelle di un critico ancora in formazione, poco più che ventenne, ma che ha già ben chiaro, magari oscuramente e confusamente, ciò che gli pare essere poesia e ciò che, in poesia, intorbida solo un po’ le acque. Vogliate accoglierlo per ciò che è. Vi ringrazio.

A dispetto di quanto farebbe credere lo slabbramento formale, in bilico tra prosa e verso (come non manca di notare nel risvolto Pier Vincenzo Mengaldo), segno di una tensione forse esaurita, di una presunta mancanza di energia all’interno del singolo testo poetico come nel complesso del libro, Ritorno a Planaval sembra iscriversi nel solco di una tradizione tutta lombarda, quella del cosidetto romanzo in versi.  Tradizione inaugurata, nel 1976, dalla prima opera  di Maurizio Cucchi,  Il disperso, e ancor prima dal Raboni delle raccolte milanesi, quelle precedenti alla svolta funebre e quaresimalista dei sonetti. Questa novità espressiva, che apriva le porte alla prosa e alla quotidianità, sembrò rinnegare la rivoluzione formale del Novecento, portata avanti in primo luogo da Montale e Ungaretti, fomentando un discorso fin troppo privatistico. Ma negli ultimi decenni, in Italia, parlare di forme in poesia vuol dire alludere  alla variante poetica degli anni ’80, a un manierismo che imbelletta in quartine, centurie e sonetti la propria incapacità di espressione poetica e i contenuti di un esasperato erotismo e di un  espressionismo beckettiano privo di ogni risvolto etico. Continua a leggere “Recensione a Stefano Dal Bianco, "Ritorno a Planaval", Mondadori 2001”