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Il romanzo e la strategia dell’inventario

Andrea Inglese

 

Spunti kunderiani 

Nel 2010, il Seminario Internazionale del Romanzo ci ha offerto uno spunto di riflessione, mettendo a confronto in maniera polemica due principi che, di per sé, dovrebbero garantire al genere romanzesco la sua vitalità: il principio architettonico, che organizza ed esplora il materiale narrativo, e il principio – come io lo definirei – della peripezia, che costituisce il materiale narrativo allo stato per così dire “grezzo”. In realtà, come Massimo Rizzante ha sottolineato, l’odierna produzione editoriale, che fa del romanzo il suo genere letterario privilegiato, contribuisce ad enfatizzare il principio della peripezia a scapito di quello compositivo, privando così il genere delle sue potenzialità conoscitive. È un tema questo, che troviamo sviluppato da Milan Kundera in un paragrafo del saggio Il sipario. Egli rileva nel Tom Jones di Fielding la prima esplicita rivendicazione dell’importanza che il romanziere assegna al principio architettonico, ossia alla forma libera e autonoma di presentazione degli avvenimenti narrati. Scrive Kundera:

Fielding intende soprattutto impedire che il romanzo si riduca a quella concatenazione causale di atti, gesti e di parole che gli inglesi chiamano story e che pretende di costituire il senso e l’essenza del romanzo; contro il potere assolutista della story egli rivendica in particolare il diritto di interrompere la narrazione, “dove e quando vorrà”, introducendo commenti e riflessioni, ovvero digressioni.”

Oggi assisteremmo, quindi, a una forma di regressione che, in ragione di strategie commerciali, riconducono e costringono il romanzo nel letto di Procuste della story. Non mi soffermo su questa diagnosi, che condivido nelle sue linee generali. Ho intenzione, invece, di esplorare uno di quei procedimenti che fa parte del bagaglio “architettonico” del romanziere, l’inventario. Si tratta, in effetti, di un procedimento che si oppone, all’interno del discorso romanzesco, alla pura concatenazione degli avvenimenti. A livello generale constatiamo che, quando l’istanza narrativa procede a un inventario, lo sviluppo dell’azione s’interrompe. L’inventario, insomma, ostacola, rallenta o differisce il resoconto delle vicende.

Il mio primo obiettivo sarà di chiarire quale possa essere la portata conoscitiva dell’inventario all’interno del romanzo. In secondo luogo, cercherò di mostrare come l’inventario da procedimento tattico, ossia circoscritto e alternativo rispetto alla story, giunga persino ad acquisire il ruolo di procedimento strategico, organizzando a partire da sé l’intero discorso romanzesco. Varrà poi la pena di chiedersi se, in tali casi, abbia ancora senso parlare di “romanzo”. Continua a leggere “Il romanzo e la strategia dell’inventario”

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Recensione alla ristampa di "Barcelona", di Germano Lombardi (Il Canneto, 2012)


Andrea Cortellessa

Finalmente Germano Lombardi torna un autore che si può vedere. Anche se, considerando lo stato delle nostre librerie, un po’ tocca aguzzare la vista. Se quest’opera di rara compattezza è comunque rientrata nel campo ottico, il merito è di due realtà culturali liguri (Lombardi era nato a Oneglia nel 1925): la storica rivista savonese «Resine», che nel 2010, per iniziativa di Pier Luigi Ferro, gli ha dedicato un ricco numero monografico; e la casa editrice genovese Il Canneto, che lo stesso anno ha ripubblicato un suo romanzo del ’77, Villa con prato all’inglese (se ne è occupato Luigi Weber sul numero 5 di «alfabeta2»), e dà ora alle stampe il suo primo libro, Barcelona, del climaterico ’63. Piccolo o grande contrappasso: per chi da subito – ventenne aveva preso il mare su un peschereccio sull’Atlantico – si presentò come un cosmopolita, un apolide, un déraciné.

O meglio, come si dice dalle sue parti, un «madrogne» (l’emblema d’inquietudine del mare tornerà nel suo ultimo romanzo, L’instabile Atlantico, uscito un anno dopo la morte, caduta a Parigi nel 1992). Certo la sua narrativa, come la salutò Angelo Guglielmi all’esordio, ha anzitutto il pregio di non essere «provinciale». E non tanto, ovviamente, perché l’opera prima si snodi fra Londra, Parigi, Port Bou e la città che le dà il titolo; ma perché da subito appare sintonizzata sulle coordinate del nouveau roman e, in generale, della grande sperimentazione narrativa di quegli anni. Continua a leggere “Recensione alla ristampa di "Barcelona", di Germano Lombardi (Il Canneto, 2012)”

Recensione a Mariano Bàino, ''Dal rumore bianco'' [Ad est dell'equatore, 2012]

Daniele Claudi

 

Finita la lettura del nuovo libro di Bàino – un giallo poliziesco, come vedremo, ambientato negli anni nebbiosi del dopoguerra – si ha l’impressione profonda che all’origine del libro ci sia una azione di rottura, ma che la scelta del giallo non esaurisca il senso irregolare del romanzo.
Sotto il romanzo che vedremo – e che è quello che costituisce la tranquilla facciata dell’edificio – si agita un doppio romanzo.
E ad esso rimanda indubbiamente il titolo: dove l’immagine del “rumore bianco” restituisce la condizione di un’interferenza – la disfunzione percettiva del piccolo individuo autistico scollato dalla Realtà.
Ma procediamo con ordine. Tutto il libro ruota attorno a un personaggio che ha robuste dimensioni narrative, con risultati tali da rivelare ancora Bàino come un modo di concepire la letteratura. In fuga da grane sentimentali, Ottone Ingravoglia è un vicecommissario giovane che abbandona l’Irpinia per Napoli – città battuta stranamente dalla pioggia –, sede del comando militare della Nato (con i boriosi marines); a lui tocca ben presto il caso di una giovane donna scomparsa della zona del vesuviano. Qui, dove vive il principe della risata Tito de Cortis, per un misterioso fenomeno di telepatia, stabilita con un bambino malato di “rumore bianco”, egli porta alla luce qualcosa, ma che è senza legami con le indagini. Trasferito per intervento delle alte sfere in Sardegna – la causa scatenante è un “incidente diplomatico” con alcuni marines –, l’Ingravoglia decide di non allinearsi: “Non sa se ridere o piangere; ma sa che quelli che lo aspettano per domani, fra cento anni staranno ancora aspettando”. Continua a leggere “Recensione a Mariano Bàino, ''Dal rumore bianco'' [Ad est dell'equatore, 2012]”

Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)

 Cecilia Bello Minciacchi

«Solo a chiudere gli occhi si sente ancora l’odore delle terapie, delle macchine, dei parenti. Ogni cosa diventava un odore, in quel posto». Quel posto è un ospedale del sud, grande, senza nome, in cima a tornanti di montagna dove è freddo anche d’estate, coi caloriferi accesi sempre, a far sudare. L’odore resta attaccato a chi legge, come il senso di fastidio e d’infezione. Il romanzo è l’esordio narrativo di Gilda Policastro, Il farmaco (Fandango, «Galleria Fandango», pp. 234, € 15). L’autrice arriva alla prosa dopo un lungo apprendistato di critica letteraria e un recente esordio poetico nel X Quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2010). Arriva armata, dunque, non innocente (se mai innocenza possa darsi). Eppure la prima impressione, stante l’universo costrittivo, dolente in cui il romanzo è ambientato – un ospedale con reparto di chirurgia oncologica, una teoria di rapporti personali asfittici e coatti –, è quella di una vulnerabilità disarmante. La vulnerabilità di chi muore e di chi perde gli affetti in una progressione discenditiva, manganelllianamente l’unica possibile, qui non liberatoria e umiliante. Umilianti sono le cure ai malati, la pulizia degli escrementi, la nutrizione assistita, i colloqui dei medici con i parenti malfidati e disperati; e il «vestito rigido della cassa», e i capelli che in chi resta si diradano per il dolore. Umiliante è soprattutto la concezione del sesso, motore instancabile del romanzo. Pulsione pari a quella di morte. Dove il tessuto del romanzo è saldo, tenace, è nell’intreccio dei riferimenti culturali e letterari volontari e involontari. Pur non dichiarato e non alluso, determinante appare il Freud tardo di quell’anomalo, altissimo saggio che è Al di là del principio di piacere (1920), Continua a leggere “Recensione a Gilda Policastro, "Il farmaco" (Fandango, 2010)”

Recensione a Andrea Afribo e Emanuele Zinato (a cura di), "Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi" (Carocci, 2011)

 Niccolò Scaffai

Modernità italiana. Cultura, lingua e letteratura dagli anni settanta a oggi  è un libro di cui vale la pena discutere, perché invita a porsi domande importanti. Che cosa significa ‘moderno’? Il volume si concentra sul periodo dagli anni settanta (in realtà dal ’68) a oggi: un’epoca, cioè, che è più usuale definire ‘postmoderna’. Sennonché – lasciano intendere Afribo e Zinato nella Premessa – la modernità o la tardiva «modernizzazione» italiana interagiscono con i caratteri del postmoderno. A meno che il moderno non fosse «già postmoderno fin dall’inizio». Se è così, c’è un problema di fondo: come conciliare la consustanzialità di moderno e postmoderno con l’idea di una crisi, di una svolta collocata «a cavallo del 1970»?

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Il declino del romanzo

Giorgio Mascitelli

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua in suo intervento in occasione del convegno internazionale L’immaginario contemporaneo, tenutosi a Ferrara nel maggio del 1999, ha lamentato la tendenza di molta parte della letteratura contemporanea a porre come oggetto dei propri interessi la famiglia. Naturalmente Yehoshua non criticava certo l’attenzione tout court alla famiglia, che come tutti sanno può vantare una tradizione letteraria nobilissima, quanto il fatto che  “In queste opere [ quelle della letteratura contemporanea] la famiglia non è un’entità politica e sociale, diventa piuttosto un elemento sostitutivo della critica sociale”. In altri termini la centralità tematica della famiglia sarebbe un palliativo per una letteratura sempre più incapace di affrontare il lavoro di scavo e conoscenza della società e del senso della storia che la tradizione occidentale le assegna. Continua a leggere “Il declino del romanzo”

Recensione a Mariano Bàino, "L'uomo avanzato" (Le Lettere, 2008)

Massimilano Manganelli

L’esordio narrativo di un poeta è sempre un fatto curioso, per alcuni aspetti eccezionale, soprattutto se, come in questo caso, il poeta è, nell’opinione di chi scrive, uno dei nostri maggiori. La curiosità sta nel vedere a quale plot il poeta affiderà la propria prosa e quali debiti questa contrarrà (ammesso che lo faccia) nei confronti della scrittura in versi, mentre l’eccezionalità è determinata semplicemente dal fatto che la scrittura narrativa costituisce un evento anomalo all’interno di un flusso diverso, quello della poesia, appunto. Continua a leggere “Recensione a Mariano Bàino, "L'uomo avanzato" (Le Lettere, 2008)”

Nella galleria degli specchi. Recensione a Walter Siti, "Autopsia dell'ossessione" (Mondadori, 2010)

Gianluigi Simonetti

. «Uscire e svagarsi, raffreddare: ci sarebbero il beato Angelico in Campidoglio e il tradizionale concerto di San Giovanni. Danilo si stringe svogliatamente nel pigiama Frette a righe bianche e viola e nella giacca da camera Derek Rose – vestirsi da notte anche per il sonnellino pomeridiano è un segno di protesta, ma bisogna pur decidersi ad affrontare l’esterno». Leggendo Autopsia dell’ossessione si pensa a volte ad American Psycho di Bret Easton Ellis: non solo perché il protagonista, Danilo Pulvirenti, gallerista, si rivela essere un killer col pallino dell’eleganza e del perfezionismo, come l’omologo Patrick Bateman; e nemmeno soltanto per la quantità di competizione frustrata, misantropia e rancore che li muovono, accuratamente mascherati da bon ton (c’è anche una comune passione per la buona tavola e per i topi in trappola). Continua a leggere “Nella galleria degli specchi. Recensione a Walter Siti, "Autopsia dell'ossessione" (Mondadori, 2010)”