Tag: Sanguineti

Recensione a Alessandro Polcri, "Bruciare l’acqua", Edizioni della Meridiana 2008

Niccolò Scaffai

Dopo la laurea a Firenze e il PhD a Yale, Alessandro Polcri (Arezzo, 1967) è diventato Assistant Professor alla Fordham University di New York. Accanto agli studi sull’Umanesimo e il Rinascimento, coltiva da anni un interesse vivo per la poesia contemporanea: una doppia vena riconoscibile nel suo libro di poesia, Bruciare l’acqua. La tematica del corpo senziente, diffusa tra i poeti nell’ultimo ventennio, qui viene infatti elaborata e contrario attraverso un’idea dualistica della fisicità umana, a cui forse non è estranea la suggestione ficiniana: l’uomo come copula, nesso tra animalità e spiritualità. Il contrasto tra possibilità dei sensi e del pensiero e aspirazione verso l’assoluto impone tuttavia alle facoltà dell’io un undestatement decisamente postromantico (nessun excessus permetterebbe di attingere all’infinito, neppure disforicamente: «Se mi aprissi come un fico / e spellassi le mie ossa / non potrei abbracciare niente / di più grande di un’aiuola / circondata dal muro della mente / che sa a stento separare», Puteal, VIII: «Con la mano posso appena») e postsimbolista: se anche si trovasse un’«immagine definitiva», «sarebbe solo l’impronta / estremo signaculum / di quale rivelazione?» (Puteal, V: «Tremano le mie mani»). Continua a leggere “Recensione a Alessandro Polcri, "Bruciare l’acqua", Edizioni della Meridiana 2008”

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Come si fa a essere Ottonieri

Rino Genovese

Ma come si fa a distinguere un libro importante da un libro che importante non è, o è ciarpame, mero distillato di show televisivo, liquido bariccato da vendere poi appiccicando manifesti agli angoli delle strade? Semplice. Un giro di frase trito, una sintassi da medie inferiori neppure fatte troppo bene – periodetti brevi, così, per acchiappare il gonzo –, idee scemotte e tanta narratività che piace e conforta (ah, le storie, il cacciaballe che le racconta, la gente che le beve…). Invece, dall’altro lato, una sintassi che si distende e raccorcia seguendo il pensiero, una narratività non feticizzata ma sotto controllo, con ritmi, tonalità, immagini che ritornano al momento giusto, effetto di una sostanza emotiva che sa diventare geometria… Semplice, sì, ma sul piano della Letteratura1, cioè di quella letteratura che in Italia ci rende sempre tutti un po’ manzoniani. Da tempo sappiamo, però, che esiste anche una Letteratura2. Quella roba che quando la leggi non la capisci. Non è che non se ne colga il senso al primo colpo (questo può capitare anche con la 1): proprio non capisci la sintassi ondosa o contratta, la frase interrotta o sciorinata, le scelte lessicali, persino la punteggiatura e l’ortografia: tutto diverso da quello che ti hanno insegnato a scuola. Continua a leggere “Come si fa a essere Ottonieri”

Stase – Italie 1975-1985

[Un saggio ritrovato di Jean-Charles Vegliante, o della visione francese dei nostri anni ’80]

 Jean-Charles Vegliante

… or lui apparut je ne sais quoi de noir,

nuage ou terre ? Dans un éclair vaincu

par l’aube douce…

G. Pascoli, Le sommeil d’Odyssée

Toi qui me lis tu le savais, il n’y a pas de retour possible. Parfois, un instant, dans un éclair nous apparaît le territoire dévasté d’un autre âge ; illusion de la pensée qui croit se souvenir. Ou ce que l’on croit saisir convulsivement dans l’endormissement d’Ulysse (non sapea che nero…), vapeur déjà disparaissante. Ces pages, massacrées par l’éditeur d’un catalogue (Nice, 1985), ont bien sûr jauni, mais justement : les contours essentiels n’en apparaîtront que mieux à distance. Peut-être. J’essaie de réarpenter en tout cas cette contrée d’un temps révolu. Scriptor, je recopie.

« En ce qui concerne la poésie – ou plutôt, disons tout de suite – les poésies italiennes de la décennie 1970-1980, tout au plus pourrait-on rappeler que s’y inscrivent en creux, dans leur attente, les éditions en volumes des Poesie (Poèmes) de Pasolini et de Tutte le poesie (Poésies complètes) de Penna, 1970 : célébrations, déjà. Dans la sidération qui suivit 1968-69. En revanche, le léger déplacement des curseurs, de 75 à ’85, offre peut-être une vision plus articulée – non pas, certes, homogène – où se dessine davantage que notre propre reflet au miroir. Cela pour mettre en garde, d’emblée, contre l’image-repoussoir si souvent proposée des ‘choses italiennes’, tantôt presque annexées, tantôt brandies dans un miroir déformant, que l’on serait tenté d’oublier qu’une histoire, une culture, une langue surtout (et des langues) nous en séparent, aussi proches et différentes que le bien connu autre côté.

Dix ans, cette durée moyenne d’une ‘génération poétique’ semble pour une fois s’imposer assez naturellement, car 1975 aconstitué pour l’Italie une année charnière*. D’un point de vue très général, on y verrait passer la ligne de partage des eaux entre le dernier espoir de subversion marxiste de la société (1968 et alentours) et la résignation secouée par les bombes des années de plomb (triomphe de ce que Pasolini avait nommé « nouveau fascisme »). L’assassinat de Pasolini lui-même – c’est-à-dire, avec tout ce que les media pouvaient y injecter de douteux, mais que l’intéressé avait sciemment accepté, du Poète – va laisser sans voix d’autres ‘parlants’, peu tentés par la reprise du sort de bouc émissaire. Seul Montale, hors d’atteinte, continue de subir en marmonnant les sollicitations les plus variées (mais il n’a jamais été très loquace)… Certains avant-gardistes par exemple, proches des Novissimi et de l’ex-Gruppo ’63, vont désormais se taire ou presque. La même année, d’ailleurs, voit paraître une lecture neuve de ces expérimentations récentes, les tirant à bas de leur piédestal langagier quelque peu désincarné, en incitant à une réévaluation des plus robustes d’entre elles (Pagliarani), sous le titre révélateur de Realismo dell’avanguardia (Réalisme de l’avant-garde, W. Siti, à son corps défendant). C’est justement de réalisme occulté, ou plus exactement de réalité (des référents) qu’il s’agit, dans la sélection sévère à laquelle se livre alors Majorino sur les trente années du second après-guerre : Poesie e realtà ’45-75 (Poésies et réalité : l’ouvrage paraîtra seulement deux ans plus tard chez l’éditeur Savelli). La période des illusions nées de la Résistance et de son mythe, des ‘belle bandiere’ dont Pasolini osait ricaner, est bel et bien close. Les plus jeunes, on peut le croire, lui avaient déjà tourné le dos. Continua a leggere “Stase – Italie 1975-1985”

La sindrome di Rorschach e la griglia dell’originalità

Antonio Loreto

1. Nel 1969 Alfredo Giuliani premette al suo Tautofono una nota significativa che si apre così: «Il tautofono è un test psicologico, l’equivalente auditivo delle macchie di Rorschach»[1]. A parlare di Rorschach era già stato Sanguineti[2] analizzando la prima sezione della balestriniana Non smettere. Il ricorso alle famose macchie rientra nell’orizzonte dell’opera aperta, almeno nella sua declinazione à la Valéry – il n’y a pas de vrai sense d’un texte – che è poi la declinazione meno innovativa, di tipo solo semantico.

La declinazione più avanzata per parte sua «fa consistere il godimento estetico […] nel riconoscimento di quel processo continuamente aperto che permette di individuare sempre nuovi profili e nuove possibilità di una forma»[3]. Incontriamo qui la possibilità che il significato estetico dell’opera sia riducibile alla sua descrizione. Se ne parla sulle pagine del «verri»: nelle Due ipotesi sulla morte dell’arte di Eco (8, 1963), in Come agisce Balestrini di Sanguineti (10, 1963) e, pochi anni dopo, nella Logica della finzione di Marina Mizzau (20, 1966). La stessa idea di opera come metafora epistemologica, che suggerisce un modo di vedere il mondo, di descriverlo, richiede che ci si soffermi non tanto sui contenuti descrivibili quanto sulla descrizione in sé. In certi casi la reductio ad descriptionem mostra di essere una vera e propria necessità pratica: esistono altre possibilità per parlare di opere come i Cent mille milliards de poèmes di Queneau?

La pertinenza ed esaustività estetica della descrizione ha origine in Continua a leggere “La sindrome di Rorschach e la griglia dell’originalità”

Il movente reale. Considerazioni sui “ritorni di fiamma” di Sereni

Umberto Fiori

Nel 1961, in un breve intervento intitolato Due ritorni di fiamma[1], Vittorio Sereni proponeva e commentava le nuove stesure di due poesie del Diario d’Algeria: Lassù dove di torre, E tu così leggera e rapida sui prati. Eccole nelle due versioni (a sinistra il testo del 1947; a destra la nuova stesura con -in corsivo- i versi aggiunti e le variazioni):

Lassù dove di torre
in torre balza e si rimanda
ormai vano un consenso
il chivalà dell’ora,
chi va nella tetra mezzanotte
dei fiocchi veloci, chi l’ultimo
brindisi manca su nere
soglie di vento sinistre
d’attesa, chi va…
E’ un’immagine nostra
stravolta, non giunta
alla luce. E d’oblio
solo un’azzurra vena abbandona
tra due epoche morte dentro noi.Sainte-Barbe du Thélat, Capodanno 1944
Lassù dove di torre
in torre balza e si rimanda
ormai vano un consenso
il chivalà dell’ora,
come quaggiù di torretta in torretta
dai vertici del campo nei richiami
tra loro le scolte marocchine-
chi va nella tetra mezzanotte
dei fiocchi veloci, chi l’ultimo
brindisi manca su nere
soglie di vento sinistre
d’attesa, chi va…
E’ un’immagine nostra
stravolta, non giunta
alla luce. E d’oblio
solo un’azzurra vena abbandona
tra due epoche morte dentro noi.

*** Continua a leggere “Il movente reale. Considerazioni sui “ritorni di fiamma” di Sereni”