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Il gesto di chi fa poesia: Stefano Raimondi

Livio Rabboni

Prima di entrare nel concreto dei testi proposti in Restare fedeli,(Transeuropa, 2013), mi sembra opportuno  condividere alcune considerazioni sul fare poesia, su quella cosa delicata che è la poesia che mi sembrano emergere in modo decisivo nelle liriche si Stefano Raimondi. Continua a leggere “Il gesto di chi fa poesia: Stefano Raimondi”

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Recensione a Gabriel Del Sarto, "Sul vuoto" [Transeuropa, 2011]

Daniele Claudi

 

Che cosa è il vuoto di cui scrive Gabriel Del Sarto? Rileggendo ora il volumetto con un certo distacco – il distacco necessario per parlarne –, il senso di quel vuoto ti appare chiaro: esso è legato al lavoro del poeta e al tuo. Hai tra le mani un libro ben cesellato – ma tu sai che nel parlarne con approvazione occorre cautela – perché il tuo è un lavoro delicato, ora che l’universo letterario è penetrato da un moto d’horror vacui: con volumi gonfiati e una pioggia di nomi – che ogni giorno si riversano sugli scaffali. Ma si vede bene che il vuoto attende chiunque tessa il vento; c’è una spinta a riempire ciò che sembrerebbe vuoto, colmando inutilmente di contenuto tutto. Allora forse è più giusto tentare soluzioni per rendere abitabile la dimensione che abbiamo – e tendere noi una mano ai lettori. Continua a leggere “Recensione a Gabriel Del Sarto, "Sul vuoto" [Transeuropa, 2011]”

In margine a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)

Gian Maria Annovi

 

Sin dal volume di esordio, Spostamento (2000), ma con più forza nel successivo e già maturo Datità (2001), Giovanna Frene ha rivelato di saper far convivere – ben bilanciate – due diverse modalità compositive. Da un lato, lo scavo linguistico, fatto, più che di sprofondamenti carsici, di ripetute incisioni o graffiature sulla superficie del linguaggio [“il cadere nullo (il non cadere) nel vallo”], dall’altro l’articolarsi di una poesia che procede per estesi segmenti sintattici di addizioni spesso negative (“Negare di preferire qualsiasi / preferenza fingere di fingere la finzione / del non sentire”, Datità), come tra l’infinità della selva d’invisibili parentesi di una funzione matematica: un’operazione complessa di sapere. Si potrebbe dire, con Paolo Zublena, prefatore attento del recente Il noto, il nuovo (Transeuropa, 2011), che quella di Giovanna Frene è una “poesia di pensiero”, rigorosa e a tratti algida nella sua coerenza sperimentale. L’impulso è però quello di circoscrivere ulteriormente quel giudizio e di parlare piuttosto di “poesia ragionativa”, per dare risalto alla modalità, al processo – o procedere – con cui il pensiero si esercita ed manifesta nei testi che formano questa raccolta. Non è insomma la linearità o la compattezza di un pensiero definitivo quella che Il noto, il nuovo punta a incarnare, ma l’articolarsi dei modi con cui il pensiero arriva a darsi, un protendersi vettoriale di micro-ragionamenti che fanno di questa raccolta una stella nera dalle infinite punte, acuminate quanto gli aculei di un riccio marino, così che anche reggendola tra le mani non se ne sfiora mai direttamente il centro. Continua a leggere “In margine a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)

Marco Giovenale

A pochi anni di distanza da un’opera breve quanto articolata sul piano allegorico, come Sara Laughs (D’if, 2007), Giovanna Frene pubblica una plaquette che è in realtà libro ampio a tutti gli effetti, ossia opera estesa: si tratta de Il noto, il nuovo, testo che esce nella collana Inaudita delle edizioni Transeuropa accompagnato da due note critiche, di Paolo Zublena e di Silvia De March, e da fotografie di Laura Callegaro. Il volumetto si presenta anche tipograficamente assai denso, arricchito inoltre da una traduzione dei testi in inglese a cura di Jennifer Scappettone e Joel Calahan: da ricordare che sia Zublena in un numero monografico di “Nuova Corrente” dedicato ai poeti, sia Scappettone in un fascicolo della rivista “Aufgabe”, sia Calahan in un numero della “Chicago Review”, hanno ospitato e annotato poesie dell’autrice.

Il noto, il nuovo si presenta come testo inedito e allo stesso tempo Continua a leggere “Recensione a Giovanna Frene, "Il noto, il nuovo" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Gilda Policastro, “Antiprodigi e passi falsi” (Transeuropa, 2011)

 Antonio Loreto

È nella paralisi, in un tempo e in uno spazio impediti, che la poesia di Gilda Policastro proposta in Antiprodigi e passi falsi (per “Inaudita” di Transeuropa), trova la sua dimensione. Uno spazio bidimensionale e patologicamente ospitale, quello disteso di un corpo malato costretto a letto (M’ama non m’ama, tra le altre), o di un corpo d’inetto che sceglie – per sfuggire alle costrizioni sociali o biologiche, per non (saper) aderire alla vita comandata – di aderire immobile ad un pavimento (Hora). E il tempo, per parte sua, consiste nello scorrere molto rallentato del cursore: avanti e indietro a contemplare una pretesa reversibilità, dove le cose che accadono, i rapporti che si stringono, si percepiscono accaduti e stretti in un’ora magari dilazionata, come si legge, ma continuamente rovesciata, colma di “incontrarii”, e di umori – non diciamo quali – che ancora mentre inondano sono rappresi. Lassi di tempo che si contraggono così in un punto, cioè in uno spazio finalmente invivibile. Continua a leggere “Recensione a Gilda Policastro, “Antiprodigi e passi falsi” (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Alessandro Broggi, "coffee-table book" (Transeuropa, 2011)

Marco Giovenale

Che cos’è un “coffee-table book”? Un libro assimilabile alle riviste da aeroporto, da sala d’aspetto, sostanzialmente l’equivalente del modo di essere di certa ambient music. Non proprio o non soltanto un “oggetto d’arredamento”, ma pure l’installazione di un concetto o di una procedura al posto di un textus, un’inclinazione o modo (appunto), invece di un oggetto, invece di una tessitura che si pretenda conclusa-profonda, durevole, complessa. Non sarà allora un… volume da scaffale-scrigno, ma una superficie da consumo veloce e distratto, da sfogliare al caffè, precisamente. È allora questo, anche, il senso del testo più recente di Alessandro Broggi, autore già noto per diverse avventure testuali nel campo di una sperimentazione che – in poesia come in prosa – abbassa a zero o sotto zero la temperatura narrativa, e al più mima una (apparenza di) lirica soltanto per mostrarne le nervature fragili, elevando al quadrato l’ironia dei versi, il tono neutro, la natura epidermica di opere all’apparenza non strutturate. “Mi piace l’idea che tu non debba raggiungere alcuna profondità per godere di qualcosa”, recita – fra l’altro – l’epigrafe da Tobias Rehberger che apre la sequenza di poesie coffee-table book, fascicolo di testi che proprio con questo titolo Broggi pubblica ora nella collana Inaudita, di Transeuropa (accompagnato da un geniale-giocoso cd di Gianluca Codeghini, There’s nothing better than producing sounds, in sintonia e dialogo – sul fronte sonoro – con le pagine del testo).

Quelle che Broggi propone sono “ventisei quartine regolari, costruite con versi stringa che sono sintagmi-stemmi Continua a leggere “Recensione a Alessandro Broggi, "coffee-table book" (Transeuropa, 2011)”

Recensione a Marco Giovenale, "Storia dei minuti", Transeuropa 2010

Daniele Claudi

A guardia del nuovo libro – una raccoltina da leggere e rileggere felicemente – Marco Giovenale ha sistemato una delle sue poesie più mature. Davvero, in assoluto, una delle più belle. E così, sulla soglia del libro, questa poesia addita – è da supporre – una svolta: la (piena) maturità dello stile di Giovenale. A prima vista, l’eleganza compiuta della punteggiatura, con pause ben dosate, l’intonazione ferma e il respiro delle inarcature, il motore a lento giro del ritmo che aggancia la sintassi (mobilissima) sono altrettanti indizi di una nuova stagione. E si ascolti la melodia ‘vetrosa’ del testo, dove il tema dello «scasamento», a cui l’autore ha intitolato La casa esposta del 2007, ritorna come tema scopertamente d’autore. «Poi l’ultimo è stato cruciale, / l’ultimo compratore – fa. Per chiarire / sapere la prima volta / (in mezzo secolo, di teatro) / quali fossero i confini della casa, / effettivi, della proprietà, tenuta, lasciandola / si è potuta vedere: intera (altrui). Esattezza, poi / testarda, senza oggetti / nei colori solo millimetrati: / i detriti, il tetro / puro dei dati». Ad apertura del volume si entra d’improvviso, in medias res, nella Storia dei minuti. Continua a leggere “Recensione a Marco Giovenale, "Storia dei minuti", Transeuropa 2010”

Rosaria Lo Russo, Nel Nosocomio (Transeuropa, 2011)

 Renata Morresi

A differenza che nell’ospedale, dove, etimologicamente, si raccolgono gli ospiti, nel nosocomio si cura la malattia, o, se si presta fede all’ipotesi della radice latina nex, la morte. Nel nosocomio di Rosaria Lo Russo, in un gigantesco e grottesco rovesciamento, ci si prende cura, letteralmente, della malattia e della morte, attraverso il culto del consumo e della dissipazione. Lo Russo ci parla con un “noi” ingenuo, impotente, tanto più disperato quanto inconsapevole della sua dissoluzione come corpo sociale e della sua assunzione a corpo docile di foucaultiana memoria.

Sposiamo l’idea del nostro direttore: ogni giorno

che dio mette in terra facciamo almeno un’ora di

esercizi. C’è una palestra modernissima nel semi-

interrato del nostro nosocomio, fornita di tutti

gli attrezzi necessari. Quelli che stanno peggio

possono anche fare yoga, c’è un tizio vestito di

bianco che viene apposta da fuori e fa anche

respirazione. […]

(10) Continua a leggere “Rosaria Lo Russo, Nel Nosocomio (Transeuropa, 2011)”

La verità del negativo. Recensione a Gabriel Del Sarto, “Sul vuoto” (Transeuropa, 2011)

Gianluca D’Andrea

La presa sul reale parte da una riflessione sul “niente”. Nell’epoca del nichilismo raggiunto e del disorientamento etico la poesia tenta una reazione spostando il proprio linguaggio allo stadio minimo della descrizione di esperienze che si accendono in un’atmosfera di raccoglimento, nei piccoli gesti quotidiani, nel comune formicolio delle esistenze e delle relazioni tra le stesse.

Il tema fondante nella seconda raccolta di Gabriel Del Sarto è proprio la relazione: dalla dimensione lineare del “viale”, di una strada che si allunga, partendo dalle proprie origini, attraversando incroci, siamo condotti ad una inedita vastità, infinita proprio perché non ancora esplorata, quella del vuoto. Sul vuoto è la ricognizione di un orizzonte mutato, anche concettualmente, a cui si giunge da coordinate precedentemente vissute ma ineluttabilmente perdute. Il “senza-dimensione” che il vuoto simbolicamente rappresenta illustra lo spaesamento del soggetto lirico che continua a ritrovarsi nelle micro-percezioni relazionali che lo hanno formato anche attraverso le inevitabili cadute. Scoordinazione e relazione, macro e micro testo (macro e micro cosmo), dimensioni che si creano nella loro apparizione, sciolte da ogni determinismo.

A conferma di quanto esposto andiamo a osservare retrospettivamente l’incipit de I viali: «Radiosa, quest’ora,/ e violenta di luce», sin dagli esordi è possibile notare la modalità di riflessione poetica di Del Sarto che è capace di cogliere l’accensione del reale nella presenza-assenza del soggetto poetico rispetto al contesto, in una posizione anti-dialettica: radiosa è l’ora nella sua violenza (l’aspetto negativo) ma in Sul vuoto troviamo: «I ricordi nella luce obliqua/ dalla porta a vetri, un vento leggero e un ritorno/ di senso, molecolare» (I tigli, p. 11, vv. 10-12), la luce da violenta diventa obliqua, il taglio verticale della stessa luce, correlativo della vista e della possibilità sensoriale del soggetto, si attenua in una percezione liquida e quasi tattile del reale, per questo sembra decadere l’affermazione della quarta di copertina sui toni più metallici della seconda raccolta rispetto alla precedente; piuttosto gli stessi toni aderiscono al panorama più vasto e spaesante e si abbassano in maniera ancora più decisa, rispetto all’humus relazionale che dominava I viali. Continua a leggere “La verità del negativo. Recensione a Gabriel Del Sarto, “Sul vuoto” (Transeuropa, 2011)”

Nota critica a Francesca Matteoni, “Tam Lin e altre poesie” (Transeuropa, 2010)

Ermanno Guantini

La raccolta di Francesca Matteoni, Tam Lin e altre poesie, come dice la quarta di copertina «esplora il conflitto dell’identità nel rapporto con l’altro e con l’amore, dove l’umano e l’animale si mescolano tentando una conciliazione possibile».

Una riconciliazione. Il libro di Matteoni ha, credo, questa aura di riconoscibilità; una cifra d’origine, che si riverbera, attraverso indizi legati alla sfera sensoriale, cognitiva: la commistione di accaduti, in un circo nordico di spietata fascinazione, senza luce manifesta, ma riarso da raccordi, contrasti onirici, shock, appena sotto, o appena sopra, il gradiente limpido del livello di realtà. Proprio Giancarlo Alfano parlava, per Francesca, di surrealismo poetico, credo  in ragione di un’inesausta lesione semantica, senza inibizioni, o carceri di coscienza; un fiabesco non consolante, burtoniano, in un parossismo canicolare di luci sfalsate e congegnati endecasillabi, dove «Il mondo non è reale. Né mai / lo sono i volti dietro le parole. / Le forme che tu credi di scorgere, / toccare  si ritraggono, / in una vita interiore, le bocche / color ruggine trafitte di vento.» Continua a leggere “Nota critica a Francesca Matteoni, “Tam Lin e altre poesie” (Transeuropa, 2010)”

Recensione a Domenico Cipriano, "Novembre" (Transeuropa, 2010)

Stelvio Di Spigno


«Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro // Di tanti / che mi corrispondevano / non è rimasto / neppure tanto // Ma nel cuore / nessuna croce manca». Gli struggenti versi di San Martino del Carso, tratti dal Porto sepolto di Ungaretti, potrebbero facilmente prestarsi a scolpire un’epigrafe conclusiva e liberatoria a Novembre, ultimo lavoro di Domenico Cipriano, edito da Transeuropa e pubblicato poche settimane or sono. Il titolo comunica perentoriamente: le composizioni che lo sostanziano riportano come un magnete alla memoria il terremoto del 23 novembre 1980, un evento che per le sue ricadute sociali, politiche ed economiche può annoverarsi tra i più drammaticamente dirimenti che il Meridione abbia vissuto dall’Unità d’Italia fino ai nostri giorni. Cipriano viveva allora nel cuore dell’Irpinia (ci vive ancora oggi, sebbene un po’ più a valle). Questo trauma, anche a volerlo rimuovere, era quasi destinato a dover entrare nella sua produzione poetica, e non per favorire una qualche convenzione degli affetti, né per dovere etico e neanche per senso civile (quella maschera di posticcia partecipazione che alcuni scrittori sovente adottano per dissimulare il vuoto della loro inventiva). Novembre è un’ordalia. O meglio, il postludio di un’ordalia che vede i perdenti inabissarsi mentre chi rimane è destinato dal caso maligno a subire per sempre la maieutica di un’ingiustizia, una sconfitta, una catastrofe senza catarsi finale. Cipriano ci invita al dramma: quello patito da una sterminata comunità gettata dalla natura in una dimensione surreale nella quale tra la morte e la vita l’argine si è annullato. E anche Continua a leggere “Recensione a Domenico Cipriano, "Novembre" (Transeuropa, 2010)”