Tag: Wallace Stevens

La ricerca dell’esperienza. Su "Tua e di tutti" di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)

Bernardo De Luca

                 1. La favola dell’esperienza

Cominciare un’impresa significa gettarsi in un’azione che avrà un esito incerto; eppure, quasi sempre si ha la certezza che una conclusione ci sarà. L’impresa, quindi, si configura sempre come una scommessa, che presuppone la volontà forte di un soggetto disposto a fallire. Tua e di tutti di Tommaso Di Dio si apre con Continua a leggere “La ricerca dell’esperienza. Su "Tua e di tutti" di Tommaso Di Dio (Lietocolle, 2014)”

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Infanzia e fabula: Inattuale – Riflessioni sulla poesia (rileggendo "L’angelo necessario" di Wallace Stevens e "Figure dell’infanzia" di Walter Benjamin)

Gianluca D’Andrea 

Un’epoca sorgerà carica di sole

W. Benjamin

Infanzia e immaginazione vivono nel reale, l’affermazione, pur mantenendo ancora una valenza filosofica, ci permette di assaggiare porzioni di mondo, spartanamente, senza appesantirci con concettualizzazioni indigeribili.

Pochi libri danno un senso di conforto e accoglienza; questa sensazione deriva dall’incontro tra la persona che legge e un’atmosfera che la stessa ritiene “familiare”, laddove quest’ultimo termine può essere inteso come un particolare momento in cui la vita del lettore si lega alle esigenze che lo stesso momento richiede, rintracciandole nella lettura. Se si tiene fede a questa interpretazione, allora, ogni essere cambia innumerevoli dimore e la casa muta continuamente locazione e panorama, confondendosi con lo stato mentale del soggetto. Infanzia e immaginazione sono i due processi fondanti della futura ricerca di quella dimensione personale che può focalizzarsi nel bisogno d’appartenenza rappresentato dalla casa. Forse la poesia è questa dimora in continuo divenire, questa costruzione resa possibile dalla plasticità del linguaggio, dalla capacità dello stesso di trasformarsi insieme all’essere. Continua a leggere “Infanzia e fabula: Inattuale – Riflessioni sulla poesia (rileggendo "L’angelo necessario" di Wallace Stevens e "Figure dell’infanzia" di Walter Benjamin)”

Qualche anno luce e zone entropiche: Sulla poesia di Durs Grünbein e Guido Mazzoni

Gianluca D’Andrea

  Dai territori della poesia europea, culla di un Occidente frantumato nelle sue derive solipsistiche di origine novecentesca, incastrato tra un’immensità immaginifica e virtuale e il microcosmo degli eventi quotidiani che, proprio nella loro esibita insignificanza, mantengono l’ambivalenza dell’accensione minimale in un contesto di noia e routine esacerbanti, proprio nel rischio che questa morsa stritoli il soggetto consapevole di una fine sempre avvenuta, è doveroso constatare, e lo faremo attraverso l’ausilio di due esempi macroscopici, in che modo sia possibile non rassegnarsi alla scomparsa dell’umano nell’inferno della tecnica e dell’informazione o nel paradiso del minimalismo rassicurante e Continua a leggere “Qualche anno luce e zone entropiche: Sulla poesia di Durs Grünbein e Guido Mazzoni”

Il silenzio azzurro. Tratti di 'utopia' possibile e impossibile in poesia

Stefano Raimondi

             Sono i tratti, i lasciti, i respiri che si frantumano, che

s’interrompono a esplodere per povertà, sincerità.

            Tratti bianchi lasciati sulle strade, sui confini, sui bordi.

Traiettorie viste, intra-viste, desiderate.

           Nella nebbia si seguono i tratti, tra le luci insistenti dei fari,

che frugano, che ci avvertono, fino a un abbaglio strano, fino a

scomparire.

Ci si perde sui tratti come sulle tracce lasciate nel deserto: il vento le

scrive senza tatuaggi, senza pelle .

La parte più fonda è del buio, quello che resta per essere  incredibile,

incredibilmente vero.

            Si cerca tra i tratti lo spazio per resistere: quello tenuto da una

parte per spiegare il luogo di una parola impossibile, ancora non

scritta “per sempre”, come l’azzurro folle dei bambini quando

disegnano un cielo a memoria, senza più guardare .

           C’è chi nei tratti ha intravisto parole: alfabeti.


 

Primo tratto

 

“[…] si può essere attratti nella traccia fino a perdersi in essa, in una fissità che sottrae l’oggetto ad ogni possibile analisi razionale, ad ogni possibile uso.”

Franco Rella

Cercarsi dei luoghi utopici, o uno spazio coraggiosamente impossibile della poesia, rende paradossalmente felici. Quella felicità nata dalla precarietà, dall’instabilità, dalla disobbedienza. Uno strano percepire lo spazio là dove è precluso, la speranza là dove è annullata, sapendo bene – come sosteneva Walter Benjamin – che essere felici significa essere consci di sé senza terrore. La sensazione di appagamento è interamente inserita in una dinamica linguistica, dove il nominare parole o “ Nomi propri” porta a una conoscenza primaria: a un insonne incontro con l’Altro, col nostro primigenio Nome proprio che ci firma, c’intaglia, trascrivendoci nel mondo, nel giorno di tutti come una certezza. D’altronde lo spazio della poesia non è forse il luogo della nostra prima oralità, il nostro nome/immagine inciso a immagine tra il nerofumo di una grotta? O come scrive Emanuel Levinas:

“[…] non sono forse le prime parole che ogni linguaggio presuppone, persino quello che si ritrae nel silenzio del puro pensiero […] o che si isola nella scrittura?” Continua a leggere “Il silenzio azzurro. Tratti di 'utopia' possibile e impossibile in poesia”