Mese: dicembre 2012

Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)

Cecilia Bello Minciacchi

Perdura diretto e scabro, il piglio di Jolanda Insana, e acre lo «sciarroso risentimento» che da sempre abita i suoi versi. La poesia, per lei, è un gesto brusco che non lascia spazio a lusinghe; il dire è dialogo serrato, più spesso scontro inconciliabile, che provoca e spiazza. Sono «versi arrochiti» quelli di Turbativa d’incanto, che raccoglie poesie dal 2003 al 2010 (Garzanti, pp. 131, € 16,60), versi pronunciati da «voce scura di contralto». Vengono in scena, si espongono come manovra illecita, reato: la “turbativa d’asta” dello splendido titolo, amplificata semanticamente dall’incanto che ha significato secondo e getta luce all’indietro, rendendo “turbamento” la turbativa. E se d’incantamento non si può parlare, se le trame indebite si fanno più fitte, allora s’impone e spadroneggia il reale, spoglio d’ornamento e d’inganno. La prima sezione, Le foglie del decoro, col suo dettato aspro «tra mine e minareti» nella «Valle delle grida», si muove in una desolazione assoluta – «la luce è malata / internamente fratturata // malati i campi / malati gli animali» – e si chiude con uno smascheramento che lascia alberi attorti e pietrificati, luttuosi e infecondi: «caddero alla prima sciroccata / le foglie d’oro del decoro affettato / e dai rami ingrovigliati pendono / cartigli anneriti di terribili vergogne / bacche svuotate / ovai senza semi».

I dialoghi che costituiscono alcune sezioni del libro sono alterchi, sciarre in dialetto Continua a leggere “Recensione a Jolanda Insana, "Turbativa d'incanto" (Garzanti, 2012)”

Archeologia e comunità: Appunti sull’opera di Fabio Pusterla

Gianluca D’Andrea

La familiarità con un mondo nato da una ricerca assidua e ostinata, completa nella scelta di una direzione che conduce alla riscoperta di appartenenza alla communitas umana, alla specie vivente, è ciò che mi spinge a provare un excursus nell’opera, a tal proposito significativa, di Fabio Pusterla.

Agli albori del lavorio del poeta svizzero è subito avvertibile la tendenza allo scavo delle potenzialità “erosive” della lingua che, nella sua capacità espressiva e comunicativa, manifesta la necessità di testimoniare:

Le parentesi

L’erosione
cancellerà le Alpi, prima scavando valli,
poi ripidi burroni, vuoti insanabili
che preludono al crollo. Lo scricchiolio
sarà il segnale di fuga: questo il verdetto.
Rimarranno le pozze, i montaruzzi casuali,
le pause di riposo, i sassi rotolanti,
le caverne e le piane paludose.
Nel mondo Nuovo rimarranno, cadute
principali e alberi sintattici, sperse
certezze e affermazioni,
le parentesi, gli incisi e le interiezioni:
le palafitte del domani[1].

Se la lingua appare residuo archeologico, luogo minimo di un sapere sempre più fagocitato dal tempo, allora la tensione di chi aderisce totalmente a questa protesi millenaria si fa coraggio emancipante, urlo attenuato, emblema di una sobrietà da sparare addosso a chi fa, della stessa protesi, possibilità offuscante e falsificatrice: in Heteroptera[2] è proprio questo scontro tra le possibilità linguistiche ad essere focalizzato: Continua a leggere “Archeologia e comunità: Appunti sull’opera di Fabio Pusterla”

La costante etico-situazionale

Luca Cristiano

Le tesi che seguono voglio proporle come un testo niente affatto scientifico eppure non ingenuo. La critica letteraria può essere molte cose, scombinando i piani e facendo volare via le certezze e i paradigmi come lo tsunami che sempre può celarsi dietro il velo che con l’atto della scrittura andiamo a tentare di incidere, ma io non ritengo che possa mai essere ingenua. Incantata sì, poiché l’incanto – ci hanno insegnati i nostri padri – è uno stato di grazia, a volte euristica.

Tra i libri di Carlo Alianello ce n’è uno che si discosta dagli altri, pur risuonando precisamente nel suo stile (inteso come rapporto tra lingua e testo), La nascita di Eva: questo libro rappresenta uno scarto non solo nella produzione di Alianello, ma è, più in generale, un’apertura scaturita da un’angolazione e lungo una direttrice inattese in tutta la produzione letteraria italiana. Esso si inscrive, conservando peculiarmente gli stigmi dello scrittore di origine lucana, in uno spazio letterario contemporaneamente nuovo e antichissimo. Vediamo con certezza che il romanzo può essere classificato come letteratura fantastica, eppure il tema e l’ambientazione scelto lo differenziano moltissimo dalla produzione che siamo soliti considerare tale. Fondamentalmente manca, all’approccio di questo romanzo, quella curiosità tecnologica che contraddistingue gente come Asimov o P.H. Dick, per citare due nomi di autori comunque molto distanti tra loro ma che condividono l’alveo novecentesco del fantastico per come viene naturale figurarsene gli schemi. Eppure, se si approfondisce l’indagine e si decontestualizza l’uso dell’invenzione fantascientifica, diviene agevole rintracciare dei motivi comuni tra questo testo così singolare e audace del misuratissimo autore de L’eredità della Priora e alcune esperienze artistiche a esso molto vicine nel tempo. Continua a leggere “La costante etico-situazionale”

Ad esempio. La scoperta della poesia

Giuliano Mesa

Ad esempio

Ad esempio, dire di ciò che non sappiamo dire. Senza cercare teoria. Senza temere il conflitto, lo stridore, lo stridere delle parti. Se la poesia è relazione, mette in relazione, non finge sintesi.
(Tutto ciò, e ciò che segue, è detto facendo un passo indietro, incauto, di non-silenzio.)

Rumpelstilzchen

“Trampolino Tonante mi chiamo, / il mio nome nessuno lo sa.” Questa la didascalia sotto il disegno di uno gnomo che armeggia con un arcolaio. La vidi in soffitta, sfogliando un libro di fiabe, che stava tra le cose di una zia. Avevo imparato a leggere da poco. Ne rimasi così turbato che ancora ho nella mente l’immagine di quel bambino che guarda e legge, con gli occhi spalancati, forse spaventati. In casa non c’erano libri, e i primi che poi mi procurai non furono di fiabe. E quel libro che stava in soffitta, la zia se l’era ripreso insieme alle altre sue cose lì in deposito. Per tutta la vita mi sono chiesto chi fosse Trampolino Tonante, fingendo di non poterlo scoprire. Infine l’ho scoperto, “per caso”. Trampolino Tonante è Rumpelstilzchen, una delle fiabe più note dei fratelli Grimm. Lettore bulimico, per tutta la vita ho evitato accuratamente quella fiaba, dove la scoperta del nome può salvare dalla morte una ragazza, e poi ne può salvare il figlio, che altrimenti diverrebbe preda, e prole, dell’innominato… “Ach, wie gut is, daß niemand weiß / Daß ich Rumpelstilzchen heiß!”.
Scoprire il nome di ciò che ha un nome, un nome che prima non si conosceva, e che a ciò, alla cosa, dà nome. Ma, dato il nome, qualcosa si dischiude senza chiudersi: la scoperta della poesia. Scoperta tante volte, poi, nel corso degli anni, leggendo e scrivendo. Tante volte? Forse no. Forse “la volta” è sempre la stessa. Il turbamento e l’ansia sono sempre gli stessi. Trovano nome ma quel nome non è mai l’ultimo, non coincide mai perfettamente con la cosa. Trampolino Tonante, disvelato, si squarcia, come nella fiaba, ma non sprofonda nella terra, non scompare.
[Da qui, volendo, tante parole. Anche, banalmente, sull’unheimlich di quella scoperta infantile. Che tuttavia, pur essendo “risalito alla fonte”, sento ancora intatta, poiché quell’esperienza è ancora viva, agisce, ed anzi, invecchiando, diventa ancor più perturbante – il nome si allontana sempre più, la speranza di nominarlo è sempre più tenue… E’ così? Forse no. Forse, la speranza di nominarlo non l’ho mai avuta, ed è stata forse questa di-speranza a farmi leggere e scrivere, e vivere, sapendo che, alla fine, avrei soltanto saputo di non poter sapere. Non più di quell’ombra o di quel bagliore che le parole lasciano dopo di sé: quel non nominato è forse ciò che davvero sappiamo, l’essere di ciò che non permane, l’ombra di un sogno nel proverbio di Pindaro. Senza onirismo. L’impermanenza si percepisce permanendo, per il tempo che ci è dato, in corpo e dolore, nostri e di ognuno e di tutti, nel nostro essere in fine e in parte, finiti e non finiti, incompiuti.] Continua a leggere “Ad esempio. La scoperta della poesia”