Mese: settembre 2014

Semprevivi, di Adelelmo Ruggieri (peQuod 2009)

Franca Mancinelli

Semprevivi sono fiori che non hanno bisogno di acqua e di cure e per questo spesso vengono posti accanto alle lapidi. Adelelmo Ruggieri intitola così il suo terzo libro di versi (Semprevivi, peQuod, 2009) riprendendo il titolo di un poemetto in tre parti dedicato proprio alla visita del camposanto e al sentimento che lo guida ad occuparsi dei morti, adempiendo piccoli e semplici gesti. La poesia è per lui un “atto di parola” (questo il titolo della prima parte del libro), un mantenersi fedeli alla vita, alla responsabilità di proteggerla con la propria attenzione, la propria presenza. I suoi versi vorrebbero dunque essere fiori freschi, un dono ripetuto contro il corrompersi, un rito che sospende l’azione del tempo. Continua a leggere “Semprevivi, di Adelelmo Ruggieri (peQuod 2009)”

Microfiabe, Claudio Recalcati (Mondadori, 2010)

Franca Mancinelli

Le Microfiabe di Claudio Recalcati (Mondadori, 2010) non appartengono al tempo remoto e dislocato del “c’era una volta”, ma al tempo del rimpianto, della colpa, di una coscienza che s’accende dopo, quando non può più agire sulla vita se non attraverso il corpo frammentato e  incandescente della poesia. «Avremmo potuto», «Avremmo dovuto» ripete più volte Recalcati, scandendo i movimenti del rimorso, nella poesia d’apertura e in altri due testi in cui riprende il tema dell’uomo “addomesticato” (a cui aveva dedicato un poemetto nel suo libro precedente, Un altrove qualunque), sferzando di amara ironia il suo allontanarsi fiero e vanitoso dagli istinti, dal calore animale che «cova nel ventre». Continua a leggere “Microfiabe, Claudio Recalcati (Mondadori, 2010)”

Eugenio Lucrezi, "mimetiche", Oèdipus, Salerno-Milano 2013

Stelvio Di Spigno

Sono molti e svariati i modi nei quali la poesia e la musica possono intersecarsi e creare una sinergia creativa positiva. Vi è la musicalità del verso, valutabile e misurabile con la metrica e la posizione di accenti e pause. C’è il richiamo che, attraverso l’andamento dei versi, alcuni fortunati testi poetici esercitano, tanto che leggendoli, nella mente si forma come una traiettoria melodica netta, un pezzo chiaro e riconoscibile. Vi è la formazione di alcuni poeti, che in gioventù o durante tutto il corso della loro vita hanno studiato musica o canto, tanto che l’influenza di queste discipline è ancora palpabile nell’intonazione e nella dinamica di singoli testi o nell’andamento sussultorio, sezione dopo sezione, di interi libri. Mimetiche di Eugenio Lucrezi sembra assommare tutte e tre queste eredità musicali, tanto che, sin dal titolo, le poesie del suo nuovo lavoro possono essere lette come il caleidoscopio al rovescio di molteplici influssi sonori, oltre che letterari. Continua a leggere “Eugenio Lucrezi, "mimetiche", Oèdipus, Salerno-Milano 2013”

Opera dell'abbandono. Su "Per restare fedeli" di Stefano Raimondi (Transeuropa,2012)

Italo Testa

Opera dell’abbandono. Così si presenta questo nuova, importante raccolta di Stefano Raimondi. Per una volta la scelta dei versi che nella quarta di copertina accompagnano il libro ne coglie esattamente il centro irradiante:“La guerra e l’abbandono stanno facendo opere. Quali riconoscere?”

Come approssimarsi a questo centro, alla ferita da cui stillano i versi di Per restare fedeli? Opera dell’abbandono e della guerra. Il campo semantico del libro è definito in questa tensione, nel cortocirtuito temporale, metaforico, carnale, che scatta tra la guerra – le immagini della violenza del potere, decifrata nelle tracce degli anni settanta iscritte sulle pietre di Milano, vista in volto al G8 di Genova, sentita nel bombardamento televisivo e giornalistico della guerra in Iraq e dell’11 settembre – e l’esperienza personale dell’abbandono amoroso. “Quando sento il bollettino di guerra non capisco se stiano parlando anche di me, da quando te ne sei andata, o di entrambi” (p. 36).

Non si tratta qui di un semplice accostamento metaforico, né dell’uso, dell’abuso privato di un immaginario collettivo per illustrare strumentalmente una vicenda tutta personale. La forza di Per restare federli sta proprio nel condurre il lettore a questa esperienza dell’indistizione, in cui il fatto privato, e pure l’immaginario pubblico, si spogliano della loro evidenza ordinaria, lasciando affiorare quella sottesa opera dell’abbandono che con la sua evidenza universale giustifica il libro stesso e il cortocircuito da cui prende fuoco. “Ci sono storie simili dappertutto / perché dappertutto ci sono degli abbandoni” (p. 83).

Che cos’è mai l’opera dell’abbandono? La manifestazione di una vulnerabilità, di una disponibilità, un’esposizone alla ferita. L’abbandono, così, non è una figura della solitudine, del trovarsi in un isolamento angoscioso, della non-appartenenza. L’esser lasciati, la malinconia e la sofferenza che ne derivano, sono qui invece l’agnizione dolorosa di una dipendenza costitutiva, che ci espone all’altro nella nostra carne, nella nostra feribilità; una dipendenza che ci espone a qualcosa, a qualcuno, che non potremo mai afferrare, che è sempre perduto eppure presente in questa sua assenza. Continua a leggere “Opera dell'abbandono. Su "Per restare fedeli" di Stefano Raimondi (Transeuropa,2012)”