ALBERTO PELLEGATTA, “Ipotesi di felicità”, Mondadori, Milano 2017.

di Stelvio Di Spigno

Dopo il promettente primo lavoro organico, L’ombra della salute, pubblicato nel 2011, Alberto Pellegatta, classe 1978, licenzia ancora per Mondadori un libro di cui è un piacere occuparsi, dal titolo lievemente antifrastico, Ipotesi di felicità. Innanzitutto si tratta di un’opera che presenta un gran numero di aspetti peculiari, ma ciò che colpisce sin dalla prima lettura è la sua originalità, la sicurezza del tratto, la convinzione e la maturità degli assunti, delle immagini, della visione di fondo, come non si vedevano da tempo sulla scena poetica italiana. E va ricordato che da ancora più tempo non succedeva che una tale ricca riuscita fosse riconducibile a un autore che ha saputo guadagnarsi la stima di un grande editore nazionale a meno di quarant’anni, con un lavoro su se stesso e sulla propria scrittura di grande rigore e concretezza.

Ipotesi di felicità è un libro notevole,  che si distacca con forza dalla folla di scritture del nostro presente. Continua a leggere “ALBERTO PELLEGATTA, “Ipotesi di felicità”, Mondadori, Milano 2017.”

Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)

di Mario De Santis

“Transito all’ombra “di Gianluca D’Andrea è un libro di ricerca, senza essere sperimentalista. Definire non serva a classificare definitivamente, ma a misurare la trasformazione che un testo compie nel panorama della letteratura presente. Allora possiamo azzardare nel dire che questa raccolta va ad occupare uno spazio di sollecitazione psichica che un tempo aveva l’elegia, perché si colloca su un versante decisamente memoriale. Tuttavia l’elaborazione formale insegue anche una riflessione sul linguaggio e il tempo “in atto” – dando conto del suo titolo, cercando una costruzione “isotropica” della sintassi e delle scelte strutturali.  Tutto il libro, costruito in più sezioni (“LA STORIA, I RICORDI”; “DITTICO”;  “IMMAGINI, RICORDI” “ERA NEL RACCONTO”; ZONE RECINTATE”: “ALTRO DITTICO”; NOTTURNI”) segnate già nei titoli da questo intento di attraversamento memoriale del trentennio di storia italiana recente, ma con un accento che resta al fondo lirico, nel senso che il suo grumo percettivo è sempre di un singolo “io”, quello dissolto, disseminato del tardo novecentesco, per niente centrale e forte, che si definisce anche nel suo stesso rammemorare. Quasi travolto da questo fiume, dalla materia di realtà che – come il presente caotico – diviene per quell’io una selva oscura collettiva di cui alla fine, nell’ombra, tutti noi pure siamo della medesima sostanza (da subito accenni ad un Guerra, all’Ucraina, ai nonni non conosciuti: “questi li chiamo ricordi” scrive D’Andrea nella prima poesia “c’era un giocare che era già ricordo/e poi il futuro che si immaginava. / Tuttora vivo il brivido che vaga, /ma nel solo passato che conosco”). Continua a leggere “Gianluca D’Andrea, Transito all’ombra (Marcos y Marcos, 2016)”

Marilena Renda, La sottrazione

di Nadia Agustoni

A cosa allude la sottrazione del titolo? Cosa vuole dirci Marilena Renda con questo nuovo libro dal linguaggio essenziale e accuratamente scelto che fin dal titolo La sottrazione richiama a un vuoto possibile, a un togliere o togliersi via? Versi scioltissimi abitati da bambini e da adulti, spesso maestri/e, che portano stretta un’infanzia mal vissuta, ma mai perduta. Nei loro sguardi, nel modo di dire e proprio dove la parola sembra fermarsi, percepiamo il segreto che rende possibile essere sempre bambini. Forse per tutto questo il libro ci incanta. Ci incanta la nostra stessa infanzia, lo stupore rimasto in noi.

La vita è spesso ingiusta, delude, strappa le nostre radici e i più cari affetti, già Marilena Renda con Ruggine 2012, aveva raccontato il terremoto che colpì il Belice e la sua città quasi natale Gibellina. La sottrazione lì era evidente e dalla sottrazione, dallo spazio aperto che conduce non solo il male, ma anche nuove possibilità, sembrava irradiarsi luce. E questa nuova raccolta è un confrontarsi non solo con la perdita, ma con il chiarore che appare, anche se inatteso, dal buio o nei colori: Ti spiegherò volentieri i segni del mondo/ ma al buio come siamo è facile sbagliarsi…/ … I colori hanno una sintassi, te li scrivo sulla mano,/ così non te li scordi,/ rosso non passi, verde invece si…/ (17).

Siamo la città che si getta nel mare, siamo/ la spiaggia intatta dopo l’inondazione (57) ed è il pensiero di chi insegna agli altri qualcosa che va appreso piano e se mi si consente il termine, in mitezza. C’è qualcosa di un piccolo breviario, qualcosa che sfiora la preghiera in quello stare appresso ai bambini con uno sguardo senza troppa speranza, ma anche tenendone il filo. Marilena Renda non offre il fianco alle cose facili da dire, ma non lascia niente d’intentato perché il filo che ha tra le mani non venga strappato. La dedica a “Andreita, Dylan, Melanie, Imma, Roberta, Omar e gli altri” (i bambini, la sua classe?) è certo il segno di qualcosa a cui crede, senza vanagloria, ma lucidamente. Se pensiamo a cosa sta succedendo nella scuola e nel paese ecco dunque un libro da leggere e la bellezza di una poesia che ci ricorda: I bambini molto poveri sanno spesso cos’è giusto. Se chiedi a Sara se è giusto che lei viva in uno scantinato e non abbia i soldi per i libri, lei ti dice che non è giusto. Lei ha molto bisogno del mare o, in alternativa della campagna albanese, dell’estate, i cugini, la nonna. Ahhh — dice allargando il petto — io in campagna rinasco (74).

Un bel mestiere la poesia, ma di più fare i maestri, gli insegnanti.

Ma questo lo penso io adesso.

 

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Marilena Renda, La sottrazioneTranseuropa – Collana nuova poetica 2015

 In QuiLibri n.32 – novembre dicembre 2015

 

Massimo Gezzi, Il numero dei vivi

di Nadia Agustoni

Composto da testi scritti tra il 2009 e il 2014, come dice in nota lo stesso autore, Il numero dei vivi (Donzelli 2015) è un libro meditato, in cui i tratti discorsivi e il monologo interiore raggiungono un equilibrio perfetto. La parola stessa non piacerebbe credo a Massimo Gezzi che sembra volerci dire, tra le altre cose, l’impossibilità e l’inutilità della perfezione.

Nelle sue pagine incontriamo un’umanità un po’ spersa e a volte dolente e vi è una costante tensione a raccontare quell’essere nel numero dei vivi che impegna a un confronto: tra l’esistere subito per noi stessi, facendo i conti con la realtà e il saper accogliere gli altri, anche nella loro incapacità di vivere.  Continua a leggere “Massimo Gezzi, Il numero dei vivi”

La traversata dei tempi. Recensione a “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea (Marcos y Marcos, 2016)

Gianfranco Fabbri

La prima sezione di “Transito all’ombra” di Gianluca D’Andrea, “La storia, i ricordi”, è dominata dal tempo imperfetto. Questo tempo ci dice di un passato ancora in essere – una stagione fatta di rivisitazioni legate ancora ai trucioli del presente – , in cui l’evocazione non pare insolvibile, ma sembra penetrare nelle fibre di un qualcosa che ancora non sia uscito dall’interesse problematico di chi narra. Gianluca, qui, affronta l’appena trascorso, facendo suo il concetto proustiano della madeleine. Infatti, attraverso l’odore dei luoghi, dell’immondizia nei cortili e del corpo acerbo degli adolescenti, il poeta ci dà buon passaggio conoscitivo in direzione delle proprie istanze formative – i primi baci, le insuperabili ansietà dei rapporti sessuali di chi non ha doppiato ancora il primo percorso dell’e-sperienza.

Il tempo imperfetto, però, talvolta precipita in verticale, verso un passato remoto, laddove l’accadimento è un punto soltanto che fa trasparire, tra le nebbie della mitologia, gli idoli coevi: Maradona e il gioco del calcetto nei campi parrocchiali, che tanto, ancora oggi, ricordano le estetiche neorealistiche della periferia di una Roma pasoliniana.

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La scrittura. Lo stile crea un sistema fibrillante che spesso evita l’accoglienza diretta di una fòla immediata. Gian Luca crea, in tal caso, una specie di aspettativa alimentata dalla reticenza. Il bilanco è tutto quanto blindato alla facile lettura. Ma non sempre; quando la penna si abbandona al sanguigno trasporto dell’urgenza, è possibile godere di quadri di serena compostezza e trasparenza:

… “ un padre torna con un sacchetto, / nell’altra mano, la figlia / stringe (o è stretta), / accanto un’auto calpesta foglie. /

… “in balcone marcivano alcune sere / nocive e l’acero resisteva / ai dibattiti xenofobi / rosseggiava /”

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Nella sezione “Immagini, i ricordi”, la forma nulla può contro il trascorrere dello spazio. Qui il tempo oscilla tra un blando imperfetto e un presente che da quel passato è sradicato. Si colgono elucubrazioni di lampi di luce rifratta, di possibili perfezioni che mutano con notevole velocità il punto di vista:

“Il viso della bambina è diverso / cambia come il giorno / come ogni giorno cambia / per somigliare a se stessa, diversa, / al diverso che cederà nel nulla /”

La riflessione è il cardine di queste pagine. Si passa dagli alunni in classe all’anziano che nel parco legge il quotidiano tra i bambini che giocano. Non vi è narrazione; piuttosto si avverte il viluppo dei pensieri che identificano il fotogramma della scena. L’esito è ragionativo, come del resto anche nello scatto nitido su altri elementi, come il fuoco, il temporale estivo e gli autunni di interni esistenziali.

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Dalla sezione “Era nel racconto” ci è piaciuto estrapolare questo frammento:

… “Vivo alcune ore in compagnia / di docenti scalcagnati, come me, / e aspiranti tali /”

L’esempio è utile a rendere l’intero testo come un piatto misto; alle riflessioni vengono agganciate, come vagoni di un treno, piccoli scampoli di caratura narrante. La temperie, infatti, non è più segnata dal corredo di foto messinesi, ma si dipana nella mesta Lombardia della stagione nuova del poeta. La costruzione metrica ed emotiva è identica alle prime pagine: differisce soltanto lo scenario di città inedite come Zingonia, Treviglio o Vimercate. Il tempo al presente è così del tutto risolto ed è privo di note evocanti perché si nutre di ciò che il poeta vede e metabolizza nel momento stesso in cui produce la scrittura. I personaggi a lui ideali sono quelli della quotidianità giornaliera (la piccola Sofia, sua figlia, e i giochi di questa, con i quali Gianluca rivive le atmosfere della propria fanciullezza).

Insomma, per concludere, è a questo punto che l’autore comprende il giro di vite delle proprie stagioni. I tempi grammaticali, però, non riguardano solo lui, ma servono da paradigma ad ogni uomo. La lezione alla collettività solleva l’opera letteraria dal mero senso personale al senso oggettivo ed assurge a lezione e insegnamento per tutti.

Gianfranco Fabbri

Una nota su Abracadabra

di Nadia Agustoni

Nella sua bella postfazione a quest’ultima raccolta poetica di Nicola Ponzio, Renata Morresi si domanda: “Cosa anima questa inaudita profanazione dei mondi fiabeschi?” Se lo chiede non poco sconcertato anche il lettore. Confesso di essere arrivata alla fine del libro senza una risposta in mano. Si erano però aperte varie questioni e nessuna di facile risoluzione. Dirò subito che l’autore, bravissimo, è davvero abile nel non concedere alcun bandolo salvifico e ci lascia lì a sbrogliarcela da soli. I mondi fantastici trattati da Ponzio sono tantissimi e l’elenco finale dei ringraziamenti testimonia la cura della sua ricerca tra autori conosciutissimi come Andersen e i Grimm, Calvino e Collodi, Afanas’ev, Steiner, Propp e molti altri. Abbiamo un catalogo delle favole che si legge come il negativo di tante fotografie. Continua a leggere “Una nota su Abracadabra”

Recensione a Rosaria Lo Russo, “Nel nosocomio” (Effigie, 2016)

Nadia Agustoni

Di cosa ci parla Rosaria Lo Russo nel suo nuovo libro “Nel nosocomio”? Si potrebbe pensare a un luogo ristretto, una grande casa o un condominio adibito alla cura della terza età, ma procedendo nella lettura vediamo che non è così. Libro allegorico, dà conto di alcune, molte anzi, facce del paese Italia. Paese in preda a un vivere meccanico, avulso da tutto quello che può scompaginarne l’ordine apparente. Lo Russo, spietatamente, trova il modo di incarnare sulla pagina vizi e difetti di gente che si compiace troppo di se stessa e più ancora di quello che ha. Perché nessuno sceglie di essere davvero vivo in questi quadri, che l’autrice dispone come per le scene di un teatro, ma dove gli attori potremmo essere anche noi lettori o chiunque conosciamo:

Sposiamo l’idea del nostro direttore: ogni giorno/ che dio mette in terra facciamo almeno un’ora di/ esercizi. C’è una palestra modernissima nel semi- /interrato…” p. 12

Se la saggezza un tempo apparteneva alla vecchiaia, ora è sostituita dalla routine più grigia e banale, quasi ossessiva nei rituali di brioche, cappuccino, pasticche, televisione ecc. Le persone del nosocomio-nazione temono il contatto con gli altri, hanno la fobia dello straniero “gli extracomunitari” che: “Non si lavano bene i denti, non fanno la doccia due volte al giorno… mangiano cavallette fritte e vermi… non sono liberi quelli che chiedono l’elemosina…” p.17 Continua a leggere “Recensione a Rosaria Lo Russo, “Nel nosocomio” (Effigie, 2016)”

Maria Grazia Calandrone, Per voce sola

di Nadia Agustoni

Un libro, Per voce sola, di testi teatrali, quattro monologhi, con cui Maria Grazia Calandrone, affilando la sua poetica, sembra consegnare ad alcune voci femminili quell’ambiguità della memoria che si dà per frammenti, ritrazioni e dialoghi coi vuoti.

Se parlare è decidere la propria lingua e farla/farsi esistere, abbiamo in questi testi, nello stesso tempo, della parola e di più quando questa ci appare come ossessione, un silenzio che nasce dalla materia dei corpi offesi e riempie la scena. La scena è occupata da figure il cui darsi travalica il senso di differenza, diversità e identità, perché con uno spostamento radicale, fanno del palcoscenico il teatro della malattia.

La scrittrice Flannery O’Connor parlò della malattia come grazia e chissà se intendeva uno spazio tra il mondo e l’interiorità, un luogo in cui la parola non agisce che in minima parte. Leggendo Maria Grazia Calandrone, in queste pagine abitate dalla fragile presenza dell’io dei personaggi chiave, si ha la netta percezione che la loro malattia sia piena di vita, ma di una vita inafferrabile. La morte non occupa il loro pensiero, non direttamente, né il loro stare in una solitudine fatta di nomi ripetuti, vocio di morti o insorgenze la cui realtà è dubbia. Percepiamo un moto circoscritto di corpi e voci che afferrano quel che in loro si agita come in un limbo dove il presente è il passato o è un tempo che non conosciamo. Continua a leggere “Maria Grazia Calandrone, Per voce sola”

Pia Pera, Al giardino ancora non l'ho detto

Raffaella D’Elia

“A primavera la vita è spingere. I bulbi da sottoterra spingono per uscire alla luce del sole. Le gemme premono, escono dalla corteccia che si ammorbidisce per permettere loro di farsi strada, di trapassarle, di aprirsi. Le gemme spingono, spingono, disserrano le prime scaglie. (…) Sul gelso sono tante piccole more vedi che forse si apriranno poi in piccoli fiori. Questa è la primavera, è la vita”. Pia Pera isola l’esperienza della malattia che le cade addosso  e ne ricava una bussola con cui, al netto della mancanza di forze, delle gambe che cedono, della fatica nel movimento, ridisegna il suo mondo. Non può che avvenire nel segno di una riscrittura della propria vita e di ciò che la rende tale: la natura, la botanica, i fiori, il giardino. Al giardino ancora non l’ho detto  (Ponte alle Grazie, 2016) porta il titolo di una poesia di Emily Dickinson, e si muove fra diario intimo, frammenti di una quotidianità lieve e feroce in cui di fronte alla natura, l’indagine sul mistero dell’esistenza si fa se possibile ancora più incandescente. Gli spazi coltivati, quelli incolti, quelli selvaggi: l’intervento di una mano che tutto ordina o lascia crescere in un disordine buono, creativo, produttivo, si aprono davanti all’autrice in un paesaggio allegro, doloroso, fatale. Come possono convivere i susini, i cedri, i limoni, le violette, la bellezza faticosa della natura che nasce e muore con l’impossibilità di chi li cura di continuare a farlo, un domani?  Continua a leggere “Pia Pera, Al giardino ancora non l'ho detto”

La cognizione del meccanismo e la grammatica. Ovvero la consapevolezza del potere del mezzo

Mariangela Guatteri

Ho visto il mezzo fotografico come qualcosa che, attraverso
la luce, determina immagini che hanno valore di linguaggio.

[Feedback: scritti su e di Franco Vaccari,
Postmedia, 2007]

 

Considerando i diversi media che sempre più entrano in gioco nella scrittura, è forse utile continuare a riflettere sui linguaggi propri dei mezzi rispetto alle loro potenzialità da mettere in atto nel pensiero critico del mondo. Si tratta dunque del rapporto tra il mezzo (medium) e l’operazione estetica: quali possibilità di ricerca – esplorativa e conoscitiva – è ancora utile mettere in campo?

Esiste un rapporto di sottile tensione, un’attenzione particolare nei confronti dei mezzi di riproduzione che già da qualche decennio coincidono coi mezzi di produzione, [Angela Madesani, Le icone fluttuanti, Mondadori, 2002, pp. 93-94] e in questa attenzione è forse possibile rilevare una necessità di conoscenza specifica: una cognizione del meccanismo, intendendo, il meccanismo, come mezzo e come tutto ciò che questo mezzo incapsula in sé. Torna allora utile tentare la costruzione di un’idea di grammatica per i linguaggi delle pratiche artistiche, scrittura compresa, incapsulati nella fotografia, nel video e in tutti i media che concorrono nell’operazione estetica.

A proposito di linguaggi e grammatiche, Mario Costa, parlando dell’equivoco dell’uso artistico del video, sostiene che «non c’è videoarte se le specifiche funzioni comunicazionali o le specifiche possibilità d’immagine del medium non vengono mobilitate». [Ivi, p. 87]

Non era dunque sufficiente lavorare sulla superficie dura (l’hardware) dell’oggetto, imbrattare o rompere i televisori, come aveva fatto Wolf Vostell, per fare videoarte. Deve muoversi la superficie soffice, comunque più tramata, del linguaggio. Oggi, i linguaggi disponibili sono prevalentemente quelli incorporati nelle tecnologie più diffuse e nelle loro interfacce, ma già dalla fine degli anni Cinquanta dispositivi video e televisivi erano oggetto d’indagine artistica.

Il video è un oggetto (strumento) di per se stesso problematico, in primo luogo per una congenita impossibilità di definizione univoca; processo e prodotto, «il video rappresenta una sfida alle istituzioni dell’arte, poiché resiste alle catalogazioni degli storici, sfugge ai canoni museali, si sottrae ai criteri di valutazione dei mercanti». [Ivi, Simonetta Fadda, p. 87] Continua a leggere “La cognizione del meccanismo e la grammatica. Ovvero la consapevolezza del potere del mezzo”

Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)

Fabio Zinelli

Dei tre tempi del libro, è l’invenzione geniale del primo che, oltre a dare il titolo all’insieme, pone le regole per la lettura di tutto il meccanismo, una sorta di giuoco dell’anitra, se pensiamo al sanguinetiano giuoco dell’oca, e che di sanguinetiano porta l’impronta forte dell’autore come grande burattinaio del caos. Il poeta/narratore, perché proprio di questa istituzione letteraria si tratta, si trova all’interno di una grande anatra cotta, luogo ad alto potenziale simbolico e accompagnato da due altri personaggi: «Siamo dentro un’anatra cotta / come Giona nel ventre della balena ma è un’anitra cotta / io Minnie e il guardiano notturno». È il cronotopo di tutta la prima parte, intitolata e firmata: «Le mie meditazioni di A. I.». La consistenza e le possibili simbologie dell’anatra si svelano per gradi ma con precisione. Disossata da una mano invisibile, l’anatra rappresenta una possibile utopia («da millenni non pensavo più all’innocenza / qui le istituzioni sono pochissime / a tutte le ore mi posso masturbare volendo»), da subito però imperfetta dato che, come sottolinea C. Bello Minciacchi nel ‘racconto critico’ che accompagna il testo, non vi sono azzerate le differenze sociali: «Il guardiano notturno è di origine popolare / io sono di origine borghese […] ogni volta che lo incontro cerco di capire / se siamo in un punto qualsiasi della lotta di classe // quanto riuscirà a guadagnare lo stronzo? / sono sicuro che nell’anitrone lo pagano bene». La figura femminile è termine medio e oggetto delle mire sessuali dei due: «Minnie ci gira intorno quatta come una gatta svogliata / nel suo caso direi: razza giamaicana livello educativo piccolo-borghese». Continua a leggere “Recensione a Andrea Inglese, “La grande anitra” (Oèdipus, 2013)”

Le poesie italiane di questi anni

Claudia Crocco

1. Durante gli ultimi quindici anni sono stati pubblicati libri di poesia molto diversi fra loro. Solo per nominarne alcuni: Il profilo del Rosa di Franco Buffoni (Milano, Mondadori, 2000), Quattro quaderni. Improvvisi 1995-1998 di Giuliano Mesa (Lavagna, Zona, 2000), Ritorno a Planaval di Stefano Dal Bianco (Milano, Mondadori, 2001), Umana gloria di Mario Benedetti (Milano, Mondadori, 2004), Dal balcone del corpo di Antonella Anedda (Milano, Mondadori, 2007), Il colore oro di Laura Pugno (Firenze, Le Lettere, 2007), La distrazione di Andrea Inglese (Roma, Sossella, 2008), Tecniche di basso livello di Gherardo Bortolotti (Sant’Angelo in Formis, Lavieri, 2009), L’attimo dopo di Massimo Gezzi (Roma, Sossella, 2009), Fuoco amico di Paolo Maccari (Firenze, Passigli, 2009), I mondi di Guido Mazzoni (Roma, Donzelli, 2010), La divisione della gioia di Italo Testa (Massa, Transeuropa, 2010), Sul vuoto di Gabriel Del Sarto (Massa, Transeuropa, 2011), Avventure minime di Alessandro Broggi (Massa, Transeuropa, 2014). Alcune di queste opere contengono testi in prosa, in altre si trovano forme metriche canoniche; talvolta sono inclusi sia prose sia versi dal ritmo tradizionale. In molti casi chi dice io coincide con l’autore, ma non di rado vengono usate la prima persona plurale o la terza singolare. Può accadere che chi scrive si rivolga ad un tu indefinito, oppure a se stesso. Continua a leggere “Le poesie italiane di questi anni”

Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Franco Fortini, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Massimo Gezzi, Italo Testa)

Maria Borio

1. Il rapporto tra la poesia italiana contemporanea e la comunicazione etica indica un percorso in cui, a partire dalla seconda metà del Novecento, la poesia ha mostrato una consapevolezza altalenante del proprio ruolo storico e della fiducia nella propria funzione lirica, soprattutto dagli anni Settanta quando, anche per il progressivo affievolirsi delle ideologie, i contenuti soggettivistici hanno iniziato ad essere predominanti. In particolare, con l’uscita di Satura di Montale, con gli epigoni della Neoavanguardia e con l’emergere dell’estetica postmoderna, il rapporto tra l’io e la profondità storica è stato generalmente, per alcuni anni, livellato su uno stato di psicologismo e di corporalismo esibiti. Non si vuole, tuttavia, affrontare il tema della comunicazione etica come riflusso di una logica idealistica che potrebbe far pensare una storia della letteratura impostata secondo il modello di De Sanctis, caratteristico della tradizione italiana, i cui cardini sono costituiti proprio dalla portata etica delle opere. La mia analisi intende, piuttosto, far uso della comunicazione etica come strumento induttivo per individuare i legami tra l’estetica della lirica e la storia, tra la poesia e i contenuti che non riguardino esclusivamente la sfera del soggetto, ma senza voler imporre giudizi di valore discriminanti e settari. Continua a leggere “Raccontare la guerra: la comunicazione etica nella poesia italiana contemporanea (Franco Fortini, Antonella Anedda, Franco Buffoni, Massimo Gezzi, Italo Testa)”

Recensione a Giancarlo Majorino, "Torme di tutto" (Mondadori, 2015)

Luca Minola

Impressionante in questo ultimo di Giancarlo Majorino Torme di tutto è la vitalità del verso: libero e arioso. La costante è la ricerca sfrontata e senza misure di Majorino sulla lingua, una sfida vinta nei decenni che parte da “La capitale del nord”, passando attraverso un’intera di ricerca linguistica che vede in questo Torme di tutto, una delle sue terminazioni nervose tra le più interessanti. Libro di scatti e passaggi alterati. Un Majorino comunicativo e audace che produce effetti d’immediata resa. Dalla sfrontata narrazione atipica e incestuosa della prosa iniziale “Aprile dolce dormire” fino ai passaggi interni scanditi “dalla materia oscura del sonno” che devia in più pagine del testo il legame fra veglia e sonno. L’elasticità dei componimenti agisce sull’ inquadratura stessa delle poesie sulla pagina. Un viaggio interminabile, compreso e fatto “nell’astronave terra”, ultima versione di un mondo impossibile dove le merci sognano di diventare altro e la vita assume i contorni di un passaggio interiore vissuto nei suoi contenuti estremi: “penna troppo alta sopra di lui/ immobile rispettosa sta la faccia/ stanza bruna vien rotta da raggi pila/ sognano le merci di tornare cose/ bufere lontane entrano et escono/ chi sei? Che cosa pensi strano alito/ un’immane piazza tramontante? Forse/ sostan gli anziani tra gli asciugamani / hanno vissuto e vivono tra involucri/ una natura che non ha paragoni”. Torme di tutto si sottopone a una lunghissima identificazione, a una penetrante indagine che passa per ogni nervo scoperto o cellula dell’autore. Continua a leggere “Recensione a Giancarlo Majorino, "Torme di tutto" (Mondadori, 2015)”

Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)

Elisa Vignali

Con la raccolta “i camminatori”, già vincitrice del Premio Ciampi “Valigie Rosse” 2013, Italo Testa si conferma autore tra i più interessanti nel panorama attuale della poesia italiana, per una riflessione costante sulla scansione metrico-ritmica del discorso poetico, fondata sulla ricerca di una disposizione affatto originale dei versi e sulla contaminazione di codici espressivi eterogenei, all’incrocio tra poesia e arte.

Il lavoro di Testa convince anzitutto perché è sostenuto da un progetto, che di volta in volta si arricchisce di ulteriori tasselli. In questo caso, nello specifico, il libro, pur essendo composto di un esiguo manipolo di testi, tiene per compattezza e coesione interna, venendo a definire una sorta di poemetto che sviluppa compiutamente una delle tante direttrici presenti nei precedenti lavori dello stesso autore.

Un altro aspetto meritevole di attenzione critica è l’apertura del dettato poetico ad altre forme espressive e dunque la sua potenziale estensione in più direzioni: non solo il libro si presenta accompagnato da alcune illustrazioni in bianco e nero di Riccardo Bargellini, ma dal volume è stato tratto anche un video arricchito da alcuni scatti fotografici e carte artigianali di Margherita Labbe e da alcune sequenze video di Roberto Dassoni, che traducono persuasivamente il senso di allucinata realtà ben rappresentato nel poemetto. In tal modo la natura ibrida del testo si allarga anche al di fuori dei suoi ristretti confini materiali, rendendo possibili diverse modalità di fruizione, ricche di implicazioni anche per il rapporto tra l’entità autoriale, che risulta così decentralizzata, e il lettore. Continua a leggere “Recensione a Italo Testa, "i camminatori" (Valigie Rosse – Premio Ciampi, 2013)”